Fez è un vortice.
Nulla a che vedere con Chefchaouen: qui c’è una vitalità che ti travolge.
L’azzurro lascia spazio ai toni dell’ocra e del bianco, e i profumi cambiano a ogni incrocio — incenso, cuoio, fritto, spezie.
Si passa dalla via degli artigiani del rame a quella dei mercati, dove tutto è riverso per terra o su carretti che si incastrano nei vicoli stretti.
Dalle ceramiche dipinte ai banchi del pesce, dai macellai con le teste di dromedario appese all’ingresso ai piccoli locali dove si friggono sardine.
Ogni due metri, un mondo nuovo.
Dentro bugigattoli di due metri per due, uomini mangiano la loro zuppa d’harira, mentre accanto pollai improvvisati condividono spazio con banchetti di pollo fritto o arrosto.
Nel nostro vagabondare abbiamo incontrato un ragazzo del posto che si è offerto di accompagnarci alle concerie.
Con lui ci siamo addentrati in vicoli stretti e bui, dove il sole non arriva e i turisti non si avventurano.
Un intrico di passaggi quasi sotterranei, che ti fanno sentire minuscolo e un po’ spaesato.
Alla fine, per arrivare alla terrazza panoramica, si passa da un negozio traboccante di borse, puff, pelli e babush.
Saliti per una scala a chiocciola, mazzolino di menta già in mano — eccole, le vasche colorate delle concerie: un mosaico di pelli di cammello, capra, montone, immerse tra calce, pipì di piccione e pigmenti naturali.
Sarà che il vento soffiava dalla parte giusta, ma l’odore era sopportabile, e la vista… indimenticabile.
Ci siamo fatti rapire ancora — dalle porte maestose decorate di ceramiche, dai minareti rivestiti di piastrelle blu e azzurre, dai gatti che si muovono agili tra le gambe della gente.Read more