Taxi, e la calma del campeggio è sparita come un soffio: Marrakech ti tira dentro senza chiedere permesso.
Marrakech l’abbiamo vissuta così: di notte.
Siamo partiti con l’idea di cenare in piazza Jamaa el Fna e, appena arrivati, eccola lì: la mitica piazza.
Un caos meraviglioso.
Frutta colorata ovunque, fumo che sale dai chioschi, tajin che ribollono, pentoloni di lumache, tavoloni lunghi come banchetti di nozze improvvisati.
Un teatro a cielo aperto, vivo, pulsante.
Suggestiva, sì. Ma anche stancante.
L’insistenza dei ristoratori ci ha spento all’istante la voglia di sederci lì, così abbiamo fatto quello che ci è venuto naturale: seguire l’istinto — o forse il profumo — dentro un vicolo laterale.
Ed è lì che lo abbiamo trovato: il posto giusto.
Una piastra rovente, roba che sfrigola, un profumo che ti prende allo stomaco, e un gruppetto di ragazzi che farciscono panini senza sosta, uno dopo l’altro, mentre una piccola folla aspetta paziente.
Nessuna scenografia, nessun folklore costruito: solo lavoro vero, veloce, quotidiano.
Abbiamo cenato camminando, guardando Marrakech da una distanza che ci somigliava.
Nei vicoli risuonavano più parole italiane che arabe — segno che questa città, per quanto affascinante, è ormai calamita per il mondo intero.Read more