Il glossario partecipativo prima parte
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Quando un bambino inizia il processo di alfabetizzazione non parte dalle regole astratte della lingua, ma dal lessico. Riconosce parole, le isola nel flusso della lingua e prova ad associare a ciascuna un significato ed un’esperienza. Progressivamente impara che le parole non sono solo suoni o segni grafici: sono unità che rimandano al mondo, e attraverso il confronto tra parole simili, contesti e relazioni costruisce reti di senso. In altre parole, l’apprendimento procede così: individuazione della parola → associazione a un referente → confronto con altre parole → costruzione di un sistema di significati.
Il nostro lavoro di ricerca prende avvio proprio da questo principio generativo. Abbiamo individuato lemmi condivisi, inizialmente centrati sulla dimensione dello spazio — che progressivamente si è configurata come paesaggio — intrecciandoli con tre ambiti concettuali: neurodivergenze, sound studies e pratiche partecipative.
Per rappresentare questa architettura teorica e operativa abbiamo adottato la metafora di un albero, che non poteva che assumere la forma di una Araucaria. Questa specie, con la sua struttura stratificata e arcaica, rende visibile una crescita per livelli.
• I rami più bassi, i più primitivi, corrispondono alla geostruttura: la dimensione fondativa dello spazio e delle sue possibilità.
• Salendo lungo la chioma emergono le potenzialità inclusive dello spazio, dove le dimensioni sensoriali, corporee e relazionali si intrecciano.
• I rami più alti conducono al geogramma, cioè alla capacità di trasformare lo spazio in narrazione, rappresentazione e racconto condiviso.
Il tronco dell’albero è costituito dai valori del progetto. Essi funzionano come un serbatoio metafisico, ma anche come un filtro: un dispositivo che seleziona e orienta le possibilità teoriche.
Alla base dell’albero si trovano concetti e teorie, che generano innovazione. Tuttavia questa innovazione può diventare pratica — cioè trasformarsi nei rami dell’albero — solo se attraversa quella che potremmo chiamare una “filiera estrusiva dei valori”. È solo passando attraverso questo processo che le idee si trasformano in linfa, cioè in pratiche vive, capaci di alimentare e far crescere l’intero organismo della ricerca.
In questo modo l’albero non rappresenta soltanto una struttura concettuale, ma un processo dinamico: dalle radici teoriche ai valori, dai valori alle pratiche, dalle pratiche alle narrazioni che rendono il paesaggio condivisibile.Læs mere














