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Ricercare il rapporto tra suoni e inclusone Read more
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    🇧🇷 San Paolo, Brasile

    Cena

    1 hour ago in Brazil ⋅ 🌙 19 °C

    Cena porco doc.
    Di quelle che chiudono una giornata nel modo migliore possibile.

    Prima tappa: Palazzo Copan. Foto di rito alla pianta perché certe architetture così rivoluzionarie vanno condivise, altrimenti non vale.

    Poi cena. Un mix di sapori incredibile, di quelli che ti fanno capire che questa città non si limita a esistere: ti attraversa.

    E naturalmente tanta voglia di stare insieme. Anche in metro.
    Una delle 15 linee di San Paolo — e sì, anche lì il paesaggio si sente… perché ogni linea ha il suo suono.
    Coincidenze?

    Poi la passeggiata nel cuore del centro storico:
    tra riqualificazione e degrado, bellezza e ferite urbane.
    Una città così complessa che sarebbe impossibile raccontarla qui dentro.

    Quello che porto via sono sensazioni vivaci, stratificate, piene.
    Quelle che solo le città grandi — e le compagnie giuste — sanno accendere.
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  • Co-costruzione del glossario parte II

    2 hours ago in Brazil ⋅ 🌙 19 °C

    Siamo tornati al glossario.

    Dovevamo definire gruppo target, ambiti, competenze.
    Risultato: sono spuntati nuovi cespugli.
    Vi lascio immaginare chi li ha disegnati.

    Carlotta nel frattempo era diventata la maga delle matrici, muovendo post-it con la sicurezza di chi governa galassie metodologiche.
    Andrea in modalità ninja della facilitazione: silenzioso, preciso, sempre nel punto giusto al momento giusto.
    Angela nel qui e ora, con quella presenza che hanno i veri leader quando tengono insieme il gruppo senza bisogno di dirlo.
    Marcello… sibillino come sempre, con la sua attitudine cartesiana a mettere in crisi i dogmi (che è il modo elegante per dire che ogni tanto smonta tutto e poi, miracolosamente, funziona meglio di prima).

    La cosa bella è che a un certo punto tutti siamo usciti dalla nostra zona di comfort.
    Gli ambiti non erano più “di qualcuno”, ma di tutti.

    E allora e’ successo qualcosa di veramente raro:
    ti accorgi che il framework che stai costruendo non esisterebbe senza ciascuno dei presenti.
    È davvero una esperienza situata, costruita insieme.

    La soddisfazione più grande?

    Quando siamo arrivati a rovesciare la radice e guardare l’albero al contrario.
    E al centro, finalmente, non c’eravamo più noi.

    Al centro ci sono loro:
    bambine e bambini, ragazze e ragazzi neurodivergenti.

    È da lì che vogliamo far emergere la non più nostra ma loro domanda di ricerca -noi diventiamo un mezzo-.
    Per rispondere ai loro bisogni di inclusione, attraverso quei suoni effimeri e fragili esattamente come noi!
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  • Il glossario partecipativo prima parte

    2 hours ago in Brazil ⋅ 🌙 19 °C

    Quando un bambino inizia il processo di alfabetizzazione non parte dalle regole astratte della lingua, ma dal lessico. Riconosce parole, le isola nel flusso della lingua e prova ad associare a ciascuna un significato ed un’esperienza. Progressivamente impara che le parole non sono solo suoni o segni grafici: sono unità che rimandano al mondo, e attraverso il confronto tra parole simili, contesti e relazioni costruisce reti di senso. In altre parole, l’apprendimento procede così: individuazione della parola → associazione a un referente → confronto con altre parole → costruzione di un sistema di significati.

    Il nostro lavoro di ricerca prende avvio proprio da questo principio generativo. Abbiamo individuato lemmi condivisi, inizialmente centrati sulla dimensione dello spazio — che progressivamente si è configurata come paesaggio — intrecciandoli con tre ambiti concettuali: neurodivergenze, sound studies e pratiche partecipative.

    Per rappresentare questa architettura teorica e operativa abbiamo adottato la metafora di un albero, che non poteva che assumere la forma di una Araucaria. Questa specie, con la sua struttura stratificata e arcaica, rende visibile una crescita per livelli.
    • I rami più bassi, i più primitivi, corrispondono alla geostruttura: la dimensione fondativa dello spazio e delle sue possibilità.
    • Salendo lungo la chioma emergono le potenzialità inclusive dello spazio, dove le dimensioni sensoriali, corporee e relazionali si intrecciano.
    • I rami più alti conducono al geogramma, cioè alla capacità di trasformare lo spazio in narrazione, rappresentazione e racconto condiviso.

    Il tronco dell’albero è costituito dai valori del progetto. Essi funzionano come un serbatoio metafisico, ma anche come un filtro: un dispositivo che seleziona e orienta le possibilità teoriche.

    Alla base dell’albero si trovano concetti e teorie, che generano innovazione. Tuttavia questa innovazione può diventare pratica — cioè trasformarsi nei rami dell’albero — solo se attraversa quella che potremmo chiamare una “filiera estrusiva dei valori”. È solo passando attraverso questo processo che le idee si trasformano in linfa, cioè in pratiche vive, capaci di alimentare e far crescere l’intero organismo della ricerca.

    In questo modo l’albero non rappresenta soltanto una struttura concettuale, ma un processo dinamico: dalle radici teoriche ai valori, dai valori alle pratiche, dalle pratiche alle narrazioni che rendono il paesaggio condivisibile.
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  • A pranzo andata e ritorno

    Yesterday in Brazil ⋅ ☁️ 24 °C

    Calo di zuccheri.
    O almeno questa è la mia ipotesi scientifica del momento.
    Il problema è che ho anche l’impressione di mangiare continuamente, quindi la comunità accademica prima o poi dovrà studiare questo mistero metabolico.

    Soluzione metodologica: passeggiata fino al ristorante del campus.

    Camminare è una cosa curiosa: mentre ti avvicini a una meta, in realtà ti avvicini anche alle persone con cui cammini. Ed è lì che succedono quei piccoli momenti magici che poi restano.

    Con me oggi persone straordinarie.

    Lucio — che ho scoperto essere probabilmente il più grande disegnatore di cespugli vivente — ha uno spirito così puro che gli si vuole bene in modo naturale. Il suo successo accademico è tutto suo, ma sono felice di aver contribuito anche solo in minima parte.

    Carlotta è ironica, sagace, brillante. La compagna di viaggio che oltre a mangiare prevalentemente pollo riesce a farti vedere le cose da una prospettiva diversa — e sempre a fartici ridere sopra.

    Andrea e Angela sono nuovi compagni di viaggio… ma di quelli che io aspettavo da tempo.

    Angela è una specialista dei carotaggi: va in profondità, cerca evidenze, scava fino a trovare ciò che conta davvero. Ogni volta apre prospettive che non avevo considerato, e il mondo che racconta è affascinante. Dialogare con lei è imparare.

    Andrea invece è sempre sul pezzo. Ha uno sguardo capace di catturare il suono dentro le immagini — e lo fa per hobby! Ma lui non sa ancora che non sono gli indicatori il suo punto di forza ma proprio questa competenza! Ad ogni modo oggi facilitare i processi sono un’attività che fa davvero bene, con sensibilità, creatività e apertura al dialogo: un modo per costruire ponti. E lo fa benissimo. Spero davvero di portare quello sguardo unico anche dentro la ricerca che condividiamo.

    Poi c’è Marcello: competenza sistematica allo stato puro. Capace di riassumere lo scibile geografico in tre (massimo cinque) punti, passando con eleganza dall’epistemologia alla competenza, navigando tra positivisti e storicisti come se stesse facendo surf nel pensiero geografico.

    E infine Sonia e Anna Paola.
    Un’accoglienza che si può riassumere in una sola cosa: un abbraccio.
    Di quelli che qui in Brasile si scambiano con generosità e sanno davvero di sincerità e fratellanza.

    Conclusione prima e dopo un pranzo a peso del piatto: la bellezza è negli occhi di chi la guarda!
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  • Beco di Batman.

    March 12 in Brazil ⋅ 🌧 21 °C

    Ultima tappa di oggi — anche se la sensazione è che siano passate tre settimane da quando siamo atterrati.

    Il Beco di Batman.

    Adoro questo quartiere. Ha trovato una vocazione turistica senza perdere del tutto la sua anima un po’ ribelle. Le strade si stringono, i muri si accendono. Qui ogni superficie è un racconto.

    Negli anni Ottanta qualcuno dipinse su un muro un Batman. Nessuno sa esattamente chi sia stato. Ma quel disegno attirò studenti d’arte e giovani artisti che iniziarono a riempire la piccola via di graffiti, trasformandola lentamente in una galleria d’arte a cielo aperto. Da allora i murales cambiano continuamente: nuovi dipinti coprono i vecchi, e il luogo resta vivo, in trasformazione permanente. 

    Quello che era un vicolo un po’ dimenticato della Vila Madalena è diventato uno dei simboli della creatività di San Paolo, un posto dove la città sembra raccontarsi sui muri. 

    Noi camminiamo piano.
    Divertiti.
    Stanchi e sfiniti.

    Guardiamo i colori, ridiamo, commentiamo i disegni più improbabili. Il corpo protesta, ma la curiosità vince.

    E poi eccoci pronti per mangiare ancora — perché in questo viaggio, ormai è chiaro, lo sport è il cibo.

    Torniamo proprio in quel bar in cui l’anno prima avevamo incontrato Paulo Soares.

    La stessa luce calda, lo stesso rumore di bicchieri, lo stesso odore di cucina che arriva dalla strada.

    E noi, di nuovo qui.
    Come se il viaggio avesse una memoria.
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  • Usp

    March 12 in Brazil ⋅ 🌧 22 °C

    È una scuola di prossimità — anzi, letteralmente attaccata all’università. Un luogo pensato proprio per questo: avviare sperimentazioni didattiche, provare, osservare, riprovare. Una sorta di laboratorio vivo della formazione degli insegnanti.

    Facciamo il giro della scuola. Colpisce subito l’eterogeneità: spazi, età, ritmi, modi di stare in classe. Tutto è diverso da quello a cui siamo abituati, e forse proprio per questo così interessante. Spiccano i numeri: 700 studenti. Un piccolo universo educativo.

    Ma più dei numeri spicca la passione. I docenti di geografia ci raccontano le loro ricerche, le loro domande sulla neurodivergenza, il desiderio di capire come insegnare meglio a tutti. Non sono discorsi di facciata: sono interrogativi vivi, condivisi con curiosità e con una certa dose di coraggio pedagogico.

    Angela è eccezionale: chiara, appassionata, capace di tenere insieme visione e concretezza.
    Lucio è il nostro mediatore linguistico e culturale. Con grande sensibilità ci concede qualcosa di prezioso: il tempo. Parliamo, poi lui traduce. E in quello spazio sospeso tra una lingua e l’altra abbiamo il tempo di riflettere, di ascoltare davvero quello che stiamo dicendo.

    Che gruppo straordinario di indisciplinati — nel senso migliore del termine: curiosi, vivaci, poco inclini alla rigidità.

    Non ci sono pause vere. Solo un rapido passaggio da un edificio all’altro, ed eccoci nel laboratorio di Sonia.

    Qui incontriamo i suoi studenti, futuri docenti. Lavoriamo insieme interrogando il paesaggio sonoro: ascoltare i luoghi, trasformare i suoni in strumenti di lettura geografica, sperimentare metodologie creative.

    Si esplora, si prova, si ride anche un po’. L’atmosfera è quella giusta: curiosità, concentrazione, libertà.

    L’esito è davvero buono.

    E Carlotta — bisogna dirlo — è sempre più brava.
    Una di quelle crescite che si vedono quasi in tempo reale!
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  • Una giornata lunga 3!

    March 12 in Brazil ⋅ 🌧 21 °C

    L’arrivo è come un viaggio nel viaggio. La distanza tra l’aeroporto GRU di San Paolo e la nostra dimora savana si misura in circa due ore di taxi — una di quelle distanze che sulla carta sembrano ragionevoli e che invece diventano una piccola spedizione urbana.

    Fuori, una pioggia battente trasforma il giorno in qualcosa che visivamente ricorda l’autunno europeo, ma con il termometro che insiste ostinatamente sull’estate. Piove con il caldo: un’esperienza che lascia un po’ storditi, quasi disallineati rispetto al tempo e al corpo.

    In questo stato di lieve spaesamento, lo sport diventa il cibo. Le stanze non sono ancora pronte, così lasciamo i bagagli e partiamo in esplorazione alla ricerca di un bar.

    Per me inizia ufficialmente il tour dei frutti esotici. Colori improbabili, consistenze sorprendenti, sapori che sembrano inventati al momento. Una delizia dopo l’altra: succo dopo succo, come se il palato stesse facendo un piccolo corso accelerato di geografia tropicale.

    Dopo il bar approdiamo in un posto quasi stellare, dal look decisamente alternativo — uno di quei locali che sembrano metà laboratorio creativo e metà rifugio urbano. Qui continuiamo a lavorare: prepariamo due presentazioni, una per gli insegnanti della scuola di applicazione, l’altra per gli studenti di didattica della geografia.

    Il lavoro procede bene, sorprendentemente bene. Forse il merito è dell’energia del viaggio, forse dei succhi misteriosi appena bevuti. In ogni caso siamo soddisfatti: delle idee, delle slide… e anche del cibo.

    Segue probabilmente la doccia più desiderata di sempre. Cambio lampo, quasi coreografico.

    E poi via: un tripudio di taxi fendendo l’umida di San Paolo, direzione USP.

    La città scorre fuori dai finestrini come un fiume di luci, e noi ci stiamo entrando dentro, lentamente, come in una nuova pagina del viaggio.
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  • Attendendo la partenza

    March 11 in Spain ⋅ 🌙 8 °C

    Madrid è sempre Madrid: accogliente, vivace, elegante. Anche quando la attraversi solo di passaggio ti regala un frammento di sé, come fanno le città che sanno sorridere ai viaggiatori.

    Per noi è stata soltanto una tappa sospesa, un lungo respiro tra una partenza e un arrivo.
    Un transito lunghissimo per Carlotta, che ha contato le ore come si contano le stelle nelle notti di viaggio; rapidissimo invece per Andrea e Angela, che il tempo lo hanno attraversato quasi senza accorgersene.

    All’imbarco non c’era troppa gente.
    Saluti Ognuno di noi ha conquistato un finestrino, come un piccolo avamposto sul cielo. Da lì gli sguardi si sono allungati oltre le piste.

    E poi il tempo ha ripreso a correre.
    Dodici ore appena — che in viaggio sembrano insieme lunghissime e brevissime — e finalmente l’arrivo.

    Ad aspettarci, c’era il nostro Lucio.” A sventolare la bandiera rosso crociata che ci unisce.
    E in quel momento il viaggio, che fino a poco prima era fatto di corridoi, attese e orizzonti lontani, è diventato improvvisamente casa.
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  • Lugano Zurigo Madrid

    March 10 in Switzerland ⋅ ☁️ 14 °C

    Allora… missione partenza riuscita. ✈️
    Il fatto importante è proprio quello: alla fine sei lì. Tutto il resto — le cose da chiudere, le liste infinite, il tempo che sembra sempre troppo poco — rimane per qualche ora dall’altra parte dei controlli di sicurezza.

    Succede spesso prima di una partenza: i giorni prima si comprimono come una valigia troppo piena. Dentro ci stanno il lavoro da finire, le persone a cui si vuole dedicare tempo (Eleonora prima della sua avventura a San Gallo non è un dettaglio piccolo), e poi all’improvviso… zac, aeroporto.

    L’aeroporto ha qualcosa di curioso: è uno dei pochi luoghi dove è socialmente accettato non poter fare più nulla di quello che avevi in lista. Sei già oltre la linea di partenza.

    Adesso puoi concederti tre piccole cose molto svizzere:
    1. Guardare i tabelloni senza fretta (anche se li hai già guardati tre volte).
    2. Bere qualcosa di caldo mentre osservi il traffico degli aerei.
    3. Respirare l’idea del viaggio prima che ricominci la corsa.

    E poi sì, sei ufficialmente a Zürich Flughafen — che in fondo è solo un modo elegante per dire: l’avventura è partita.
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    Trip start
    March 10, 2026