• Il caldo a Tokyo

    September 22 in Japan ⋅ 🌧 23 °C

    Apriamo la finestra e sole illumina i grattacieli in vetro, mentre un treno giallo passa accanto all’hotel diretto alla stazione.
    Il peggio del tifone ė passato.
    C’è ancora un po di vento quando usciamo dall’hotel dopo colazione, ma incredibilmente fa ancora caldo, non quello che ci si aspetterebbe il primo giorno d’autunno.

    Vista la bella luce ci facciamo la strada a piedi verso nord, costeggiando tutta la ferrovia per arrivare al quartiere di Akihabara, famoso per gli enormi negozi di videogiochi, manga, action figures e soprattutto carte da gioco da collezione.
    Ci è stato chiedo da un nostro amico di recuperare il cofanetto speciale di carte dei trent’anni dei pokemon. Una cosa che puoi comprare se sei giapponese oppure, come succede in tutta akihabara, comprare per poi rivendere a prezzo maggiorato agli stranieri. Una follia. O questi cofanetti sono già stati prenotati o vengono rivenduti a prezzi carissimi. Ci giriamo diversi posti sorprendendoci da quanto giro possano avere delle carte da gioco così di poco valore ai nostri tempi - e quanto avrei potuto guadagnarci se le avessi tenute invece che regalarle anni fa perché occupavano spazio in mansarda.

    Entriamo poi in un negozio multi piano di elettronica. Un posto dove gli appassionati di fotografia e video come noi si farebbero veramente del male ma fortunatamente siamo poveri e quindi è tutto rimandato.
    Non però se questo posto ha anche lo store Uniqlo all’ultimo piano, senza la calca di ieri.
    Li si ci facciamo un po male… ma d’altronde prezzi così in Italia ce li sogniamo: vale fare uno sforzo qui piuttosto che mangiarci le mani a casa, pensiamo.

    Paolo ha mal di testa, lo aveva fin da quando siamo usciti dall’albergo ma il Moment non gli fa molto effetto. Decidiamo così di spostarci verso il quartiere di Asakusa dove si era segnato un posto vegano, magari per recuperare le energie.
    Mangiamo un riso con curry e polpettine di tofu fritte ma in generale un posto dimenticabile, anche dall’odore per me nauseabondo.
    Neanche il tortino con panna, fragole e caffè però riesce a tirarlo su così, dopo aver provato un po a passeggiare per il tempio Senso-ji strapieno di turisti, provato a vedere un secondo il parco Ueno e l’Ameyoko market, decido che è meglio tornare in hotel a dormire.

    Anche l’altra volta Tokyo ci aveva fatto questo scherzo: si parte carichi la mattina ma il caldo, l’umidità e la confusione della folla ti drenano le energie. E anche l’altra volta facevamo dei pit stop riposo in albergo, non vergognandoci di questo.
    A maggior ragione, Tokyo l’abbiamo già vista: non c’è nessuna fretta o ansia di dover visitare qualcosa. Abbiamo anche tre settimane di viaggio piene sulle spalle, è normale essere arrivati in riserva.

    Torniamo in hotel, Paolino si addormenta nel giro di due minuti. Io me ne sto tranquillo a scrivere e a guardare fuori dalla finestra i treni che vanno e vengono dalla stazione, mentre il sole del pomeriggio ingiallisce le nuvole sopra i palazzi di vetro.

    Alle sei esco da solo, ho appuntamento all’Apple Store vicino alla stazione di Tokyo per farmi cambiare la batteria del telefono, dato che la mia ormai dopo tre anni di onorato servizio sta perdendo colpi e qui costa un po’ meno.

    Cammino per le stradine sotto le rotaie, ascoltando i rumori della strada, dei treni che pesanti passano sopra di me. Ho un momento da solo per riflettere sul viaggio e sulla città, proprio quando Tokyo mi mostra il suo lato più magico: il tramonto è passato, ma c’è ancora luce in cielo, una luce blu che illumina tutto e le lampade per strada e quelle bei palazzi si accendono. Mi trovo a camminare immerso tra giganti in vetro che riflettono il cielo, puntunati di luci calde che sembrano stelle. Scorgo la luna tra due di questi. C’è una leggera brezza che toglie il caldo e l’umidità, le persone attorno a me camminano silenziose, dirette verso la stazione e probabilmente verso casa dopo una giornata di lavoro. La stazione è un vecchio palazzo, rimodernato ma che mantiene quelle linee classiche che quasi si scontrano con le geometrie più dure e fredde dei grattacieli: una piccola gemma calda con una grande piazza gremita di gente, protetta dai giganti illuminati che riflettono il cielo.
    In quel momento sorrido e mi innamoro di nuovo di Tokyo. La città del futuro.

    In Apple Store sono come al solito tutti cordiali, mi fanno accomodare e aspettare il primo commesso disponibile, mentre mi godo lo stile minimale del posto con una grande vetrata che da sulla piazza della stazione.
    Si scusano e mi dicono che non gli è possibile prendere in carico il mio telefono perché per molti è giorno di festa e si stanno accumulando i lavori, non sarebbero riusciti a ridarmi il telefono entro la sera. Concordo di ritornare venerdì mattina ed esco.

    Rientro in camera, mi lavo mentre Paolino si ripiglia ed usciamo che Tokyo si è accesa di luci per la notte.
    Prendiamo un treno che ci porta verso Shinjuku, facendo l’errore di sederci nella carrozza “premium” e subito spostati in quella “bestiame” dalla controllora.
    Shinjuku ci si apre piena di insegne colorate, mega schermi con pubblicità, brand, luci ma soprattutto tanta tantissima gente, perlopiu giovani in cerca di festa.

    Addocchiamo un piccolo negozio dove Paolo trova le toppe da ricamare sulle magliette dei suoi amati pikmin e io mi compro un numero di manga di dragonball da tenere come collezione a casa.
    Altra camicia da Muji e finalmente andiamo a cena allo Zen, un ristorante dove già due anni fa avevamo provato un okonomiyaki fantastico assieme al mio amico Marco di H-Farm.
    Neanche questa volta veniamo delusi, forse più dal conto abbastanza salato per gli standard a cui eravamo abituati ma sempre infinitamente minore di quello che avremo speso in Italia a cena fuori in due. Quanto ci mancherà questa cosa.

    Passeggiamo un po per Shinjuku ma anche stasera la voglia di fermarsi a bere nei baretti dei quartieri più tradizionali non c’è. Affrontiamo un altro lungo viaggio in treno per tornare in hotel ed addormentarci sfiniti.
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