Il caldo a Tokyo
September 22 in Japan ⋅ 🌧 23 °C
Apriamo la finestra e sole illumina i grattacieli in vetro, mentre un treno giallo passa accanto all’hotel diretto alla stazione.
Il peggio del tifone ė passato.
C’è ancora un po di vento quando usciamo dall’hotel dopo colazione, ma incredibilmente fa ancora caldo, non quello che ci si aspetterebbe il primo giorno d’autunno.
Vista la bella luce ci facciamo la strada a piedi verso nord, costeggiando tutta la ferrovia per arrivare al quartiere di Akihabara, famoso per gli enormi negozi di videogiochi, manga, action figures e soprattutto carte da gioco da collezione.
Ci è stato chiedo da un nostro amico di recuperare il cofanetto speciale di carte dei trent’anni dei pokemon. Una cosa che puoi comprare se sei giapponese oppure, come succede in tutta akihabara, comprare per poi rivendere a prezzo maggiorato agli stranieri. Una follia. O questi cofanetti sono già stati prenotati o vengono rivenduti a prezzi carissimi. Ci giriamo diversi posti sorprendendoci da quanto giro possano avere delle carte da gioco così di poco valore ai nostri tempi - e quanto avrei potuto guadagnarci se le avessi tenute invece che regalarle anni fa perché occupavano spazio in mansarda.
Entriamo poi in un negozio multi piano di elettronica. Un posto dove gli appassionati di fotografia e video come noi si farebbero veramente del male ma fortunatamente siamo poveri e quindi è tutto rimandato.
Non però se questo posto ha anche lo store Uniqlo all’ultimo piano, senza la calca di ieri.
Li si ci facciamo un po male… ma d’altronde prezzi così in Italia ce li sogniamo: vale fare uno sforzo qui piuttosto che mangiarci le mani a casa, pensiamo.
Paolo ha mal di testa, lo aveva fin da quando siamo usciti dall’albergo ma il Moment non gli fa molto effetto. Decidiamo così di spostarci verso il quartiere di Asakusa dove si era segnato un posto vegano, magari per recuperare le energie.
Mangiamo un riso con curry e polpettine di tofu fritte ma in generale un posto dimenticabile, anche dall’odore per me nauseabondo.
Neanche il tortino con panna, fragole e caffè però riesce a tirarlo su così, dopo aver provato un po a passeggiare per il tempio Senso-ji strapieno di turisti, provato a vedere un secondo il parco Ueno e l’Ameyoko market, decido che è meglio tornare in hotel a dormire.
Anche l’altra volta Tokyo ci aveva fatto questo scherzo: si parte carichi la mattina ma il caldo, l’umidità e la confusione della folla ti drenano le energie. E anche l’altra volta facevamo dei pit stop riposo in albergo, non vergognandoci di questo.
A maggior ragione, Tokyo l’abbiamo già vista: non c’è nessuna fretta o ansia di dover visitare qualcosa. Abbiamo anche tre settimane di viaggio piene sulle spalle, è normale essere arrivati in riserva.
Torniamo in hotel, Paolino si addormenta nel giro di due minuti. Io me ne sto tranquillo a scrivere e a guardare fuori dalla finestra i treni che vanno e vengono dalla stazione, mentre il sole del pomeriggio ingiallisce le nuvole sopra i palazzi di vetro.
Alle sei esco da solo, ho appuntamento all’Apple Store vicino alla stazione di Tokyo per farmi cambiare la batteria del telefono, dato che la mia ormai dopo tre anni di onorato servizio sta perdendo colpi e qui costa un po’ meno.
Cammino per le stradine sotto le rotaie, ascoltando i rumori della strada, dei treni che pesanti passano sopra di me. Ho un momento da solo per riflettere sul viaggio e sulla città, proprio quando Tokyo mi mostra il suo lato più magico: il tramonto è passato, ma c’è ancora luce in cielo, una luce blu che illumina tutto e le lampade per strada e quelle bei palazzi si accendono. Mi trovo a camminare immerso tra giganti in vetro che riflettono il cielo, puntunati di luci calde che sembrano stelle. Scorgo la luna tra due di questi. C’è una leggera brezza che toglie il caldo e l’umidità, le persone attorno a me camminano silenziose, dirette verso la stazione e probabilmente verso casa dopo una giornata di lavoro. La stazione è un vecchio palazzo, rimodernato ma che mantiene quelle linee classiche che quasi si scontrano con le geometrie più dure e fredde dei grattacieli: una piccola gemma calda con una grande piazza gremita di gente, protetta dai giganti illuminati che riflettono il cielo.
In quel momento sorrido e mi innamoro di nuovo di Tokyo. La città del futuro.
In Apple Store sono come al solito tutti cordiali, mi fanno accomodare e aspettare il primo commesso disponibile, mentre mi godo lo stile minimale del posto con una grande vetrata che da sulla piazza della stazione.
Si scusano e mi dicono che non gli è possibile prendere in carico il mio telefono perché per molti è giorno di festa e si stanno accumulando i lavori, non sarebbero riusciti a ridarmi il telefono entro la sera. Concordo di ritornare venerdì mattina ed esco.
Rientro in camera, mi lavo mentre Paolino si ripiglia ed usciamo che Tokyo si è accesa di luci per la notte.
Prendiamo un treno che ci porta verso Shinjuku, facendo l’errore di sederci nella carrozza “premium” e subito spostati in quella “bestiame” dalla controllora.
Shinjuku ci si apre piena di insegne colorate, mega schermi con pubblicità, brand, luci ma soprattutto tanta tantissima gente, perlopiu giovani in cerca di festa.
Addocchiamo un piccolo negozio dove Paolo trova le toppe da ricamare sulle magliette dei suoi amati pikmin e io mi compro un numero di manga di dragonball da tenere come collezione a casa.
Altra camicia da Muji e finalmente andiamo a cena allo Zen, un ristorante dove già due anni fa avevamo provato un okonomiyaki fantastico assieme al mio amico Marco di H-Farm.
Neanche questa volta veniamo delusi, forse più dal conto abbastanza salato per gli standard a cui eravamo abituati ma sempre infinitamente minore di quello che avremo speso in Italia a cena fuori in due. Quanto ci mancherà questa cosa.
Passeggiamo un po per Shinjuku ma anche stasera la voglia di fermarsi a bere nei baretti dei quartieri più tradizionali non c’è. Affrontiamo un altro lungo viaggio in treno per tornare in hotel ed addormentarci sfiniti.Read more
Nel tifone per Tokyo
September 21 in Japan ⋅ 🌧 26 °C
Ci dobbiamo svegliare presto stamattina. Il treno per Tokyo parte alle 9.
Raggiungiamo la stazione schiacciati in bus tra anziani e pendolari, mentre teniamo d’occhio il meteo per capire se e quando il tifone Dujuan, che sta per arrivare sul Giappone, colpirà la costa e il monte Fuji, la tappa della giornata.
Il piano era: prendiamo il treno da Kyoto a Fuji, scendiamo, prendiamo un bus per delle cascate molto belle con il monte di sfondo, torniamo indietro, prendiamo il treno delle 19 e arriviamo a Tokyo.
Il treno sfreccia come al suo solito tra i villaggi rurali e le cittadine. Mi rilasso a guardare fuori dal finestrino il mondo che passa veloce quando il treno accelera o i cortili delle scuole pieni di bambini che giocano a baseball o a pallamano quando si ferma.
E si ferma per un po.
Capiamo che la situazione dei treni comincia a non essere al suo massimo splendore e qualche goccia di pioggia comincia a bagnare il finestrino.
Arriviamo a Fuji sotto un diluvio enorme ma, soprattutto, una coltre di nubi basse che coprono la città. Non si vede a cento metri di distanza e del Fuji neanche un piccolo segno.
Non siamo troppo delusi. Ormai ci eravamo preparati a questa incombenza nei giorni precedenti leggendo le notizie su internet e vedendo il meteo. Certo che però ci avevamo sperato fino all’ultimo.
Il problema però è aspettare così tante ore senza potersi muovere dalla stazione di Fuji, quello non lo avevamo calcolato. E non potevamo neanche contare sui nostri negozi preferiti, perché Fuji è veramente una cittadina piccola, è anche strano che lo Shinkansen fermi qui.
Proviamo a cambiare i biglietti online e farci dare una corsa prima, ma dal sito giapponese sembra che questo ci costi una cifra esagerata.
Non demordo e, google traduttore alla mano, chiedo aiuto ad un capotreno che, gentilmente, ci fa capire che la cifra che vediamo sul telefono è quella che in realtà abbiamo già speso e che cambiare il biglietto è gratuito.
Sollevati, decidiamo di spendere la mezz’ora prima del treno uscendo nella pioggia per andare a prendere i soliti tramezzini all’uovo nel konbini vicino alla stazione. Lo shinkansen è oltretutto in ritardo, così ci mettiamo a pranzare con calma tramezzini, onigiri e delle nuove patatine alla maionese e salsa di soia seduti al binario nell’attesa.
Il viaggio per Tokyo è veloce e sereno, malgrado gli avvisi che ci arrivano al telefono ogni due minuti sulle richieste di evacuazione generale nella zona di Yokohama. Effettivamente piove ancora tantissimo e i fiumi che attraversiamo sono molto in piena.
Tokyo ci accoglie con i suoi grattacieli in vetro che spariscono dentro le nuvole di pioggia. L’albero non sarebbe lontano a piedi ma significherebbe una lavata colossale. Ci concediamo un uber facendo fatica comunque a rimanere asciutti, facciamo check in e saliamo al decimo piano nella nostra stanza con vista sui palazzi altrui e grigi in una tempesta di acqua e vento.
C’è poco da fare con questo tempo e starcene in camera non è un’opzione. Decidiamo di passare il pomeriggio dentro il centro commerciale della stazione di Tokyo, ma il nostro piano si rivela subito un buco nell’acqua perché ci perdiamo subito in un labirinto infinito di ristoranti e negozi di souvenir. Usciamo a prendere aria e la pioggia ci lava in un’istante.
Ormai, bagnati per bagnati, ci giochiamo la carta negozio ufficiale di Uniqlo a Ginza, ma anche lì duriamo poco, nauseati dalla folla di turisti e clienti in cerca di riparo che popolano i dieci piani del negozio.
Si è fatta comunque quasi ora di cena e, delusi un po dal primo impatto con Tokyo, decidiamo di tornare in un ristorante che l’altra volta ci aveva lasciati con il buonumore.
Prendiamo così la metro per Shibuya, ammirando dall’alto il famoso incrocio pieno zeppo di ombrelli trasparenti del konbini. Sembra che siamo gli unici di tutta la città con gli ombrellini grigi della 8848 che non riparano nulla ma entrano sulle tasche laterali dello zaino. A Shibuya c’è anche un megastore Muji ma di nuovo delusione, poche cose e pochi sconti. Paolo si solleva il morale facendo incetta di dolci e preparati per zuppe da portare a casa.
Facciamo pochi netti nella pioggia ed entriamo nel Parco Building: al piano inferiore, tra i ristoranti di carne al banco, c’è proprio un buchetto con cinque tavolini e seggioline, foto dei piatti appese alle pareti, un separatore in vetro per la cucina e poco altro. Spartano, ma il nostro preferito in tutta Tokyo.
Ordiniamo quello per cui erano giorni che ne parlavamo: i takoyaki. Mangiamo senza pensare al conto, proviamo i funghi fritti che adoriamo e ordiniamo due volte, involtini e dumpling di verdure che sembrano carne.
Pazzesco.
Usciamo pieni e felici, e Paolino lo è di più perché dall’altra parte della strada c’è un mega don quijote, dove compriamo finalmente le casette giapponesi che tanto ci piace costruire in inverno.
Ha smesso di piovere quando usciamo. Attraversiamo Shibuya crossing finalmente senza ombrelli guardandoci attorno in questa metropoli illuminata e meravigliosa.
Il tifone è passato. Finalmente possiamo cominciare l’ultima tappa di questo nostro lungo viaggio.Read more
Una domenica in bici a Kyoto
September 20 in Japan ⋅ ☁️ 31 °C
Domenica uguale relax. O almeno ci proviamo.
Sveglia più tardi, colazione tranquilla (questa volta vegetariana ma con sempre insalata che al mattino insomma) e bagno.
Abbiamo un piano per oggi, ultimo giorno a Kyoto, ma soprattutto per domani quando ci dovremo spostare a Tokyo con una sosta al monte Fuji.
Proviamo a spedire le valigie già all’hotel di Tokyo, così da non portarcele dietro per la trasferta. Lo avevamo già fatto due anni fa ed era stato un servizio incredibile e un pensiero in meno notevole quando si viaggia con bagagli pesanti.
Quindi mettiamo tutto quello che non ci serve negli zaini, prepariamo una borsa comune con ciò che ci serve per la serata e per domani, insieme alla scatola con il nostro nuovo tanuki e le cremine della Corea e scendiamo in strada.
Gli uffici del servizio Yamato, il più affidabile e preciso corriere del Giappone, sono sparsi per tutta la città. Ma è domenica e pochi sono aperti. Per fortuna ne troviamo uno piccolo a qualche minuto a piedi dall’albergo.
Infiliamo gli zainoni dentro i loro sacchi per il trasporto, paghiamo quasi 6000 yen e li lasciamo alle commesse diligentemente vestite di verde e giallo a strisce.
Molto più leggeri, cerchiamo un noleggio biciclette. La parola d’ordine oggi è relax: basta camminate con la foga di vedere tutto. Kyoto l’abbiamo vista già due anni fa. Abbiamo lasciato qualcosa per un eventuale ritorno e lo rifaremo ancora per la prossima volta.
Quindi decidiamo di provare a viverci la città in maniera diversa stavolta.
Troviamo un noleggio poco distante, guardiamo il video con tutte le raccomandazioni sul portare una bici in città, ci facciamo dare qualche consiglio dalla commessa gentile e cominciamo a pedalare.
Girare per le stradine di Kyoto non è mai stato così bello. Prendiamo subito direzioni diverse da quelle battute dai turisti, ci perdiamo per viette vuote e tranquille. Arriviamo al fiume e ci godiamo la vista di una domenica spensierata giapponese: bambini che pescano con il retino e i piedi in acqua sulle zone poco profonde, anziani seduti sulle panchine a contemplare il vuoto, ragazzi distesi a leggere libri, padri e figli che giocano a calcio o si lanciano palline da baseball. È un quadro di pace che trasmette calma e mi strappa un sorriso.
L’unica pecca di tutto questo è la cappa di umidità nell’aria, che ci fa sudare appena ci fermiamo e mettiamo i nostri zainetti sulle spalle. È un’umidità spossante e Paolino è ancora addormentato, tanto che saltiamo il primo tempio che volevamo visitare per cercare un Lawson e comprare qualcosa di energizzante per svegliarci.
Ci spostiamo sul lato est del fiume, attraversando la parte universitaria e avvicinandoci al Philosopher’s path, una stradina che costeggia un ruscello, già percorsa a piedi l’altra volta.
Proviamo a farla con calma in bici, senza andare addosso alla gente che cammina tranquilla, ma quasi subito imbocchiamo una parallela per visitare i piccoli templi accanto, scoprendo però che sono chiusi per le cerimonie buddhiste della domenica.
Proseguiamo così per il tempio di Eikan-do , che l’altra volta avevamo saltato. Non ci ricordiamo il perché di questa scelta, visitando il meraviglioso giardino interno e percorrendo i corridoi in legno che collegano le varie case aggrappate al pendio della collina boschiva. Ci impressioniamo dalle sale di preghiera tutte dorate, i ruscelli e i laghetti con le immancabili carpe bianche e rosse. Un insieme di immagini, profumi e situazioni che sembra chiedano alla mente di rallentare ed apprezzare la bellezza della stasi.
Si fa ora di pranzo. Paolino trova un cafe che fa cose vegetariane subito dietro l’angolo. Finiamo in un ristorantino di due stanze gestito da un anziano con la moglie in cucina. Ordiniamo le uniche cose vegetariane che ci sono: due terrine di udon in brodo bollente con funghi. Mangiamo a fatica sudando ancora di più, mentre osserviamo le foto dei gatti randagi del quartiere appese dappertutto.
Paghiamo, ringraziamo e usciamo all’aria.
Pasto discutibile, sicuramente sano ma pesante con la calura di oggi.
Decidiamo di cambiarci il sapore di funghi vecchi in bocca con un gelato del Lawson, seduti sulla riva del fiume. Riposiamo per un’ora abbondante, cullati quasi dallo scrosciare delle cascatelle davanti a noi, le chiacchiere dei passanti, il traffico in lontananza e il suono ritmato dei semafori per pedoni che ricorda un gufo che canta.
È il compleanno di mio nipote Mathias, così chiedo a Paolino di spostarci verso uno dei templi vicini per video chiamarlo e fargli vedere qualcosa di tipico del Giappone, ma sono quasi le cinque e tutto sta chiudendo per i turisti.
Abbiamo tempo fino alle sei per restituire le bici.
Facciamo così una volata nella zona commerciale per fare una foto al rooftop di Nintendo per poi correre tra semafori e sensi unici. Alle sei meno cinque consegniamo le biciclette alla commessa che stava chiudendo il negozio.
Torniamo in camera mentre Kyoto ci regala un tramonto giallo intenso dopo una giornata grigia e uggiosa, ci laviamo e riusciamo per cena.
Paolino ha voglia di takoyaki e tramite gemini avevo trovato un ristorante nel quartiere turistico di gion, ma si rivela una fregatura e così ritroviamo a girare a vuoto di nuovo tra le viette illuminate dalle lanterne dei ristoranti.
Ne troviamo uno che di nuovo propone ramen al latte di soia ma non ci soddisfa per nulla, anche dopo aver aspettato in coda per entrare.
Rincasiamo un po delusi, un po stanchi. La birra serale la rimandiamo a Tokyo. Meglio un gelato del Konbini e a letto presto.
Domani si va al Fuji.Read more
I tanuki e il museo Nintendo
September 19 in Japan ⋅ ☁️ 29 °C
Prima regola per quando si prenota un albergo con colazione su Booking: scrivere che si è vegetariani. Così almeno ci si risparmia un box pieno di petto di pollo, bacon e würstel e non si mangia solo un po di frittata e due foglie di insalata.
Usciamo con calma verso le nove. Prendiamo un bus poco distante dall’hotel per spostarci a ovest di Kyoto.
Premesso, due anni fa avevamo visto molto di quello che ci interessava, praticamente tutto. Quindi non avere la pressione di dover per forza visitare qualcosa finalmente ci fa tirare una boccata di ossigeno dopo gli ultimi giorni veramente provanti a livello fisico.
Arriviamo alla foresta di Arashiyama, famosa per il corridoio di bambù che, come l’altra volta, troviamo sempre bello e scenico, ma molto corto e soprattutto molto turistico.
Ma il motivo per cui siamo tornati non era certamente quello di fare slalom tra i selfie stick, ma uscire dai percorsi dei turisti per ritrovarci di nuovo nelle stradine vuote appena dieci metri più in là, in mezzo alle case.
Sembra veramente di essere tornati a due anni fa: non c’è un’anima, la giornata ci ha regalato inaspettatamente un sole caldo ma anche un certo grado di umidità. Le cicale come al solito fanno da colonna sonora costante mentre ad ogni passo Paolino canta storpiando qualche canzone che gli passa per la testa e io devo guidarlo fischiando le canzoni dei film ghibli o di Zelda per avere un po di pace.
Il vero motivo per cui siamo venuti ad Arashiyama è il negozietto delle ceramiche specializzato in un personaggio particolare: il tanuki. Abbiamo provato a cercare in rete per tutto il Kyushu e anche dopo, ma questo è l’unico che li fa. Per cui siamo tornati dove l’altra volta abbiamo “adottato” la statuetta del procione giapponese con il cappello in paglia e la bottiglia di sake, che ormai da due anni ci protegge dalla cattiva sorte a casa.
E scegliamo un fratellino, un po più piccolo, più cicciottello, di cui ci siamo innamorati al primo istante. Abbiamo fatto pure vedere la foto di due anni fa al proprietario del negozio che si è messo a ridere.
Siamo contenti. Non eravamo sicuri di riuscire a passare per prenderlo e si sa che due volte significa aver creato una tradizione. Ho la netta sensazione che qui ci torneremo.
Con il nostro tanuki incartato per benino rifacciamo al contrario la strada orienta di turisti e decidiamo di prendere un veloce bus per visitare il tempio di Saihoji, che l’altra volta avevamo saltato, scoprendo però con dispiacere e un po di disappunto che bisognava prenotare la visita almeno il giorno prima e che l’entrata sarebbe costata 4000 yen. Una ladrata in confronto ai 100/300 che di solito si pagano negli altri templi. Per cui a fin dei conti non ci dispiace poi così tanto saltarlo.
Prendiamo al volo un onigiri al family mart da consumare prima che arrivasse l’autobus per riportarci in centro. Qui, poco distante dall’hotel, ci beviamo un caffè con fetta di cheesecake in un bellissimo cafe imbucato in una via strettissima ma con la vetrata che da sulla ferrovia e ogni tanto passa un treno che colora la stanza riflettendo la luce del sole.
Torniamo in stanza, appoggiamo il tanuki, ci laviamo e riusciamo.
Oggi pomeriggio c’è l’appuntamento che attendiamo da almeno tre mesi. Forse il motivo vero per cui abbiamo deciso di tornare in Giappone. Il museo Nintendo.
Bisogna risalire a luglio, quando entrambi in diretta da due uffici diversi ci siamo collegati sul sito per prendere i biglietti all’apertura delle prenotazioni.
Abbiamo rischiato fino all’ultimo di rimanere fuori perché Paolo era riuscito a comprarli, ma nella foga aveva sbagliato a scrivere i nomi e c’era la possibilità che non ci facessero entrare, così velocemente sono riuscito a comprarli anche io, prima che il mese intero andasse in sold out.
Fatto sta che alle tre e mezza siamo fuori dal museo, emozionati come due anni fa quando abbiamo visto il parco Nintendo ad Osaka.
Ci danno i nostri pass personalizzati, facciamo la foto di rito sui tubi di super Mario ed entriamo nel museo.
Il piano superiore è proprio la mecca per qualsiasi appassionato di Nintendo. C’è praticamente tutta la storia: dalle origini del marchio come gioco di carte, ai giocattoli per il baseball per poi passare negli anni ottanta con i primi videogiochi, il game boy e così via tutte le console nei vari colori disponibili, tutti i giochi con le confezioni originali, tutti i concept… meraviglioso. Non si potevano fare foto purtroppo, solo al piano di sotto.
Il piano di sotto invece è la parte divertente, dove si possono provare diversi giochi iconici di Nintendo ma con controller giganti in due persone alla volta.
Ci divertiamo a far saltare Mario del Nintendo 64, voliamo con l’aereo di Wii sport resort muovendo in due un telecomando Wii grande un metro e mezzo, spariamo al tiro al bersaglio interattivo con altri bambini. Siamo noi tornati bambini. Ed è stato bello ripercorrere i giochi e le console che abbiamo condiviso fino alle prime, quando ci siamo conosciuti all’università e io non sapevo neanche cosa fosse Nintendo.
Poi è stato il momento del negozio. E qui Paolino avrebbe voluto comprare tutto.
Ci accontentiamo di un paio di maglie, delle spille e qualche portachiavi, ma sono stato tentato fino all’ultimo di tornare a casa con un cuscino gigante a forma di controller Wii.
Il museo ha anche il ristorante interno… e non vuoi provare il panino veg? Così ci beviamo anche i due burger di fungo formato bambino e usciamo che ormai è buio fuori.
Felici di un pomeriggio che è volato in un tuffo nel passato e in una passione che ci accomuna.
Torniamo in città. Anche se i panini erano veramente mignon, non abbiamo così fame da sederci a tavola.
Così decidiamo di raccogliere i vestiti sporchi e fare una lavatrice nella laundry vicina all’albergo, mentre mangiamo il solito tramezzino all’uovo del family mart e l’immancabile dolcetto strano.
Mentre torno in albergo con i vestiti puliti e asciutti, mi guardo attorno e non riesco a non pensare ad una vita così, in viaggio continuo. Dove la preoccupazione del non avere più mutande pulite è una cosa che ti si ripropone ciclicamente ogni pochi giorni.
Sarebbe una bella preoccupazione.
Domani è domenica.
E intanto siamo ancora in viaggio. Godiamocela come abbiamo fatto oggi.Read more
Himeji
September 18 in Japan ⋅ ☀️ 29 °C
Sono da poco passate le nove quando usciamo dal comfort hotel. Abbiamo lasciato gli zainoni giù alla reception e ci incamminiamo per il castello di Himeji, uno dei più grandi e meglio conservati del Giappone.
L’ingresso è un po caretto rispetto alla media a cui eravamo abituati, ma ci ripetiamo che tanto va fatto almeno una volta e compriamo il biglietto per il castello più il giardino giapponese accanto.
Il castello di per sé è molto bello, ricostruito negli anni 50, conserva ancora molte delle parti originali. Tanto legno scuro, scale ripide per salire da un piano all’altro della torre che però non ha altro che pareti e finestre perché era l’armeria principale, il resto era in un’altra parte che per velocizzare i tempi saltiamo.
La bella scoperta invece sono stati i giardini, grandi, meravigliosi, pacifici. Tenuti a puntino da giardinieri seduti per terra in ogni area a raccogliere l’erba matta dal muschio con le pinzette. Ci sono i laghetti pieni di carpe koi colorate di rosso e di oro, mentre gli aceri cominciano ad ingiallire le loro foglie specchiandole sull’acqua.
Passeggiare per questo posto è rilassante e inspiratorio. Peccato solo per il cielo uggioso che come al solito uccide un po i colori.
Ci spostiamo fuori le mura del castello e prendiamo un bus che ci porta nei quartieri residenziali, vicino alle colline boschive che circondano la città. Arriviamo ai piedi di una di queste dove troviamo l’impianto di risalita con funivia. Paghiamo il biglietto, aspettiamo cinque minuti e in poco tempo stiamo salendo i boschi con la città di Himeji che si allontana.
Il monte Shosha è famoso per ospitare sulla sua vetta un villaggio di vecchi templi, uno più bello e più grande dell’altro.
Perdiamo un’ora a girare per queste costruzioni mastodontiche in legno scuro, circondate da sequoie altissime, aceri e bambù, con il costante stridio delle cicale e delle sputacchine in sottofondo.
Ma siamo stretti con i tempi purtroppo. Avremmo voluto fare a cambio di un paio di ore con il treno di ieri.
Così corriamo letteralmente a prendere la funivia e, tutti sudati, ridiscendiamo il monte Shosha. Poi di nuovo in bus fino a Himeji.
Paolo aveva trovato un ristorante veg la mattina, a cui sarebbe voluto tantissimo andare a pranzo, ma con i tempi stretti ci avevamo rinunciato.
Quando arriviamo in centro a Himeji con qualche minuto di anticipo rispetto al programmato, propongo una toccata e fuga comunque al ristorante per capire se facevano d’asporto. Scopriamo invece che la proprietaria parla un po’ di Italiano e ci promette di cucinare velocemente per noi. Mangiamo quindi riso, insalata con carne vegetale e crocchette di pollo vegetali spaziali, accompagnate da una bella zuppa di miso calda.
La ragazza ci racconta che ha imparato un po di italiano a Firenze qualche anno fa, ma è stato il fidanzato palermitano che ha conosciuto tre anni fa a Himeji, e che sposerà a breve, a insegnarle di nuovo la lingua.
Ringraziamo contenti del pasto buonissimo, della chiacchiera e della velocità.
Che bello quando si riescono a creare delle connessioni, anche solo qualche parola con la gente del posto. È quello che rimane sempre di più di un viaggio: non tanto i posti e le viste, quelle ovviamente fanno sicuramente differenza, ma le esperienze di contatto e condivisione con le persone arricchiscono la scoperta di carattere umano. Di vicinanza e collaborazione, di sorrisi e rispetto.
Anche questo ci rimarrà impresso quando torneremo a casa. Forse il ricordo della funivia al monte Shosha pian piano affievolisce, il sorriso della ragazza del ristorante vegetariano a Himeji no.
Prendiamo in tempo lo Shinkansen verso Kyoto, dopo aver recuperato in hotel le valigie e trovato il tempo per una fuga al volo all’uniqlo della stazione.
È sempre bello sentire il sibilo di questo treno che continua ad accelerare per minuti, mentre il paesaggio al di fuori scorre sempre più velocemente.
Arriviamo nell’ enorme stazione affollata di Kyoto, dove ci perdiamo per cinque minuti buono prima di trovare la fermata dell’autobus.
Facciamo check-in in albergo, un po più al centro dell’altra volta. Ci laviamo e vestiamo più eleganti del solito: Paolino stasera mi porta in un ristorante pregiato.
Usiamo e passeggiamo tra la folla serale della strada più commerciale di Kyoto, mi sorprendo nel vedere tanti, troppi occidentali: non siamo più abituati dopo venti giorni in oriente al contatto con così tanti italiani, spagnoli e francesi. Ma si sa che Kyoto è la città nel mezzo dell’asse turistico Tokyo-Osaka e come noi l’altra volta è una tappa abbastanza obbligatoria da fare, piena di bellissime cose da vedere.
Il ristorantino dove mi porta si trova in una vietta buia e solitaria rispetto alle strade principali. Si presenta con una parete in legno nero e un corridoio che porta all’interno segnato solo da piccole lanterne arancioni sul pavimento. Il posto ha una sola stanza, un tavolone in vetro riflettente al centro, otto coperti da un lato, otto dall’altro e un enorme schermo a parete con un filmato continuo di pennellate nere che si compongono su un fondo bianco.
Ci vengono serviti kombucha giapponese, tè verde, due antipasti saporiti e una ciotola di ramen con un brodo che è la fine del mondo. Tutto vegano. Ci godiamo questa esperienza di gusto e olfatto con calma.
Ne usciamo contenti e ci dirigiamo verso la strada di pontocho che ricordavamo piena di bar per bere un’ultima birretta prima di andare a letto, ma giriamo un bel po prima di deciderci ad infilarci in un buco perché tutti gli altri offrivano solo whisky oppure chiedevano una tassa solo per sedersi.
Sono ormai le undici quando ci mettiamo a letto. Avendo già visitato Kyoto la prima volta, ci ripromettiamo di prendercela molto con calma questo weekend.
Intanto però domani c’è uno degli appuntamenti più importanti del viaggio che tanto aspettavamo.Read more

TravelerPur non avendo viaggiato quanto voi (e questo mi rende felice,orgogliosa e non invidiosa),posso semplicemente gioire della riflessione che ci accomuna: alla fine del tour,passata la sbornia di paesaggi e diversità,ciò che resta sono le emozioni e gli incontri.Siano essi lungo un sentiero o dai lati opposti di un bancone,ecco la necessità dell’essere sociale che sgomita per emergere .le persone e le loro storie,gli sguardi ed i sorrisi,fanno eco rimbombante creando la colonna sonora del meraviglioso film che è la vita.A noi il privilegio di lasciare o seguire le orme di questa intima ma squisita caratteristica umana.Buona strada viaggiatori 🪷
Tomonoura
September 17 in Japan ⋅ ☁️ 26 °C
Dobbiamo svegliarci presto stamattina. Lo Shinkansen per Fukuyama parte alle 8:40 e si sa che per legge non deve fare neanche un minuto di ritardo.
Colazione, bagno, chiudiamo gli zaini, bus verso la stazione (rischiando di perderlo perché qualcuno sbaglia il lato della strada da cui prenderlo) e puntuali saliamo sul treno proiettile.
Tre quarti d’ora lisci di treno, mentre le campagne della periferia di Hiroshima sfilano via velocissime.
Arriviamo a Fukuyama, lasciamo gli zainoni in un locker in stazione e prendiamo il bus “tomo” (non ha numero) alla fermata 5.
C’è una famiglia dietro di noi, i due bambini addormentati e i genitori pure. Ci immaginiamo stiamo andando a Tomonoura per lo stesso nostro motivo.
Il bus costeggia il canale fino ad arrivare sul mare e ci molla, una mezz’ora dopo, alla fermata del centro turistico di questo paesino di pescatori, che sembrerebbe uguale a tanti altri che abbiamo attraversato in macchina ma che in realtà è speciale.
Questo paesino infatti ha ispirato il maestro Myiazaky per creare il film Ponyo sulla Scogliera.
Da grandissimi amanti del cartone animato e dello studio Ghibli in generale, quando è stato il momento di disegnare il viaggio ci è sembrata una tappa obbligatoria da inserire.
Siamo emozionati, fischiamo il motivetto di ponyo in continuazione mentre percorriamo la strada personale che costeggia il mare fino ad arrivare nel piccolo centro.
Fortunatamente ci sono pochissime persone in giro, perlopiu anziani o operai che stanno ristrutturando una parte del molo, con un grande barcone/gru che un po disturba la vista.
Giriamo silenziosamente per le viette, piene di casette vecchie con le facciate in legno scuro, abitazioni più recenti con le pareti grigie o quelle più nuove, in lamiere speciali per il salso o con l’intonaco meno rovinato.
Paolo ha bisogno di caffè, così troviamo un posticino delizioso proprio fronte molo, dove ci riempiamo di caffeina e mangiamo una fetta di dolce seduti sul tavolo a parete guardando fuori.
Riprendiamo il nostro giro. Fotografiamo le fontanelle a forma di ponyo, saliamo su uno dei templi del villaggio e scorgiamo la casa con letto rosso che ha ispirato quella di Rissa nel cartone.
È tutto pacifico, tranquillo, proprio come il film. È facile immaginare il perché lo studio ghibli abbia scelto un piccolo paradiso come questo per ispirarsi e creare la cittadina sul mare che tanto abbiamo amato
Si fa ora di pranzo e come al solito Paolino si era segnato già almeno tre bar che propongono qualcosa di vegetariano sulla mappa. Decidiamo per un piccolo caffè tutto rimodernato, con la facciata fuori in legno chiaro a limelle e il dentro in cemento spazzolato. Ordiniamo una zuppa di miso, onigiri senza carne e un contorno di cetrioli. Mangiamo tutto ovviamente.
Dopodiché ci sediamo sui gradini bagnati dall’acqua del porto per gustare una pesca comprata da un anziano fruttivendolo mentre gironzolavamo. Goduria perfetta.
Risaliamo sull’autobus per Fukuyama che sono le tre e passiamo il viaggio a guardare fuori dal finestrino, pieni di abbiocchi.
Il treno per Himeji è alle otto di sera. Dobbiamo ingannare il tempo.
A Fukuyama non c’è veramente nulla da fare. Nulla che valga le poche energie che abbiamo almeno.
Proviamo a cambiare i biglietti dello Shinkansen, ma le corse prima sono tutte piene.
Proviamo ad andare in un negozio di fumetti vicino la stazione, nulla di interessante. Facciamo un giro del centro commerciale interno alla stazione, nulla di interessante.
Decidiamo di uscire, vedere da fuori il castello di Fukuyama che comunque è bellissimo. Ci sediamo su una panchina sotto il castello per far passare il tempo. Il tramonto cala sul palazzo bianco. Ma sono comunque ancora le sei.
Paolino trova un centro commerciale a pochi minuti di autobus. Se non altro lì hanno ristoranti e magari passiamo il tempo.
Facciamo giusto un giro in un negozio sportivo dove trovo tre maglie della Columbia al prezzo di mezza e riusciamo a mangiare un panino veg con la salsa al pesto al Mos Burger (finalmente un fast food che fa anche panini vegetali!!).
Torniamo in stazione, McFlurry e Shinkansen verso Himeji.
Un pomeriggio un po così, senza grandi avventure. Ma ci ripetiamo che ci sta. È il prezzo da pagare quando non vuoi programmare fino all’ultimo secondo. Può starci un po di noia. Dopotutto sono più di due settimane che sgambettiamo in giro.
E il paesino di stamattina è stato comunque coccolo.
Siamo contenti in fondo: le grandi città del Giappone stanno arrivando.Read more
Hiroshima
September 16 in Japan ⋅ ⛅ 29 °C
La colazione dell’albergo offre le palline di pollo fritto veg e il Mac n cheese. Gia solo per questo la giornata comincia bene.
Ci spostiamo a piedi dall’albergo verso la zona più importante della città, il motivo per cui tutti vengono a visitare Hiroshima: il memoriale della pace.
Un museo che racconta la storia, i racconti, le esperienze dello scoppio della prima bomba atomica il 6 agosto 1945. È un camminare lento in queste sale piene di foto, resti di vestiti, oggetti deformati dal calore, storie e testimonianze che ci passano sull’auricolare dell’audioguida.
È forte. Crudele. Pesante.
Più di una volta ho avuto i brividi, più di una volta ho avuto il desiderio di piangere e per la maggior parte di queste per il terrore di quello che sta succedendo nel mondo, che sembra il ripetersi di una storia già conosciuta eppure non ci si sveglia.
Penso a quando, solo pochi mesi fa, entravo nell’hangar da cui è partito l’aereo che ha sganciato la bomba, a Wendover in Nevada, quasi orgoglioso ed entusiasta di essere lì dove si era fatta la storia.
Ora che sono dall’altra parte, dove il viaggio di quella bomba è finito, mi sento da una parte un privilegiato ad aver visto entrambi i posti e mi vergogno per ciò che ho provato. E non faccio altro che pensare a quante cose malvagie vengono fatte e create per entusiasmo della scienza, per fare a gara su chi ci arriva prima, sminuendo le conseguenze.
Ne usciamo veramente provati, e ci metto un’ora buona a riprendermi, soprattutto andando a vedere da vicino il monumento alla memoria.
Ma dobbiamo svegliarci e continuare il giro. Caffè in bottiglietta di alluminio del Konbini e si riparte.
Prendiamo un bus che ci porta in stazione, da lì un treno per fuori città e infine un traghetto per l’isola di Istsukushima. Capiamo già che è una meta molto turistica dalle indicazioni precise e dalla facilità con cui si passa da un mezzo all’altro semplicemente con un bip della nostra Suica.
Arriviamo a Miyajima prima di pranzo e subito notiamo, oltre alla massa di turisti, diversi cerbiatti selvatici che gironzolano per il piazzale d’arrivo del traghetto, stravaccati sulle aiuole o cercando impertinenti di rubare del cibo dalle borse o dalle mani dei turisti ignari mentre si fanno un selfie con loro.
Proseguiamo a destra, raggiungendo il tanto famoso e fotografato torii di Itsukushima, che svetta rosso in mezzo all’acqua.
Paolino si era studiato bene le maree e aveva scelto apposta di venire a quest’ora per vederlo solitario in mezzo al mare, piuttosto di trovarlo in secca con le orde di turisti sotto a farsi foto.
Ci divertiamo un po a prendere in giro le comitive che si piazzano a farsi i selfie o le foto da matrimonio con il torii di sfondo e proseguiamo entrando nella zona del tempio di Itsukushima. Troviamo un piccolo ristorante alla fine di una stradina stretta, seguendo dei cerbiatti che non vogliono farsi fotografare e decidiamo di mangiare un okonomyaki carico di cipolline verdi al tavolo con un gruppo di inglesi britannici piuttosto rumorosi.
La visita al tempio prosegue. È tutto ben curato e armonioso, e anche qua si cominciano a vedere le prime foglie di acero che ingialliscono. L’autunno dev’essere spettacolare qui.
Scendiamo vicino all’attracco del traghetto, beviamo un caffè e una limonata e rientriamo verso Hiroshima, mentre il sole finalmente si fa vedere in cielo e rallegra la giornata.
Facciamo un salto al Pokémon center della stazione, sperando di trovare qualcosa di interessante ma sono solamente tanti peulches.
Torniamo verso il centro città e ci concediamo un passaggio da Muji, trovando camicie e pantaloni scontati a 10 euro. Paolino però fa l’errore di comprare anche dei biscotti chiedendo il tax free e l’intera spesa gli viene imbustata e sigillata. La potrà aprire solo a casa perché l’esenzione di tasse per il cibo e i cosmetici impone che non li consumi in Giappone.
Rientriamo in hotel. Ci laviamo e riusciamo per cena, in un posto cinese che fa solo cibo vegetariano dove mangio un piatto di manzo vegetale con verdure in salsa agrodolce fenomenale.
Gelato biscotto al caramello del Lawson, piccolo giro da Taito con i suoi sei piani di videogiochi e macchinette dei premi e di nuovo a letto.
È stata una giornata dalle emozioni forti.
Hiroshima ha sicuramente lasciato un posto importante nella memoria di questo viaggio.
Sentiamo la fine del percorso che si sta avvicinando, ma ci ripetiamo che in fondo manca ancora più di una settimana ed è tantissimo in proporzione a quello che abbiamo fatto e visto finora.
Domani si riparte verso nord.Read more
Grazie Kyushu
September 15 in Japan ⋅ 🌧 26 °C
Ci svegliamo presto. Fuori la pioggia ha finalmente smesso e un gatto randagio si gode l’asfalto bagnato sulla stradina dietro l’albergo. Mangiamo in camera brioches alle mele prese la sera prima e caffè con la teiera della stanza.
Alle otto e zero cinque il motore è acceso e la nostra piccola Honda lascia Takachiho.
Forse questa è stato il villaggio che meno ci ha lasciato in questo viaggio finora. Peccato averci quasi perso del tempo e non essersi spostati più verso la costa, ma pazienza. Ci ripagano le terrazze piene di riso che pian piano vengono illuminate dal sole del mattino mentre usciamo dalla prefettura di Miyazaki per rientrare in quella di Kumamoto.
Oggi purtroppo il nostro giro del Kyushu finisce. Avremmo voluto passare più tempo a scoprire questa isola che ci ha sorpreso con così tanto verde e paesini piccoli ma accoglienti.
Discutiamo oltretutto già una prossima volta in Giappone e se fosse un viaggio più autentico quello zaino in spalla e via di mezzi come lo è stato in Corea oppure in the road in auto come questi ultimi giorni. Ognuno ha i suoi pro e i suoi contro, ma abbiamo constatato che l’autenticità è la spontaneità in un viaggio si trovano molto più spesso nelle persone che nei luoghi effettivi. Ti puoi trovare nel ristorante vegetariano della grande città turistica e fare amicizia con il cuoco o non trovare un’anima nel paesino più imbucato dell’isola.
Oggi comunque è l’ultimo giorno: abbiamo lo Shinkansen che ci aspetta alla sera, ma dobbiamo prima fare il pieno e riconsegnare l’auto. A Fukuoka. A circa tre ore di auto da Takachiho.
Ma siamo partiti presto e, sulla strada per Fukuoka, vogliamo prenderci un po di tempo per vedere almeno una volta il mare.
Quando raggiungiamo la costa di Kumamoto la densità di case abitate e di auto aumentano vertiginosamente. Quasi mi prende il magone a pensare che fino a un’ora prima guidavo in mezzo si boschi di conifere e bambù senza praticamente incrociare nessuno.
La malinconia sparisce però subito alla vista dei villaggetti sul mare, dei porticcioli, delle case tutte con i tetti tradizionali. Sembra veramente di essere dentro il film di Ponyo.
Di lì a poco, nascosto dietro una muraglia di copertura delle maree e diversi frangionde di cemento simili a stelle marine, troviamo il primo torii della giornata. Sta lì, con le gambe immerse nel mare, due lanterne di cemento di fronte e un airone appollaiato sopra.
Non abbiamo troppo tempo per contemplare la poesia di questo momento. Ci rimettiamo subito in marcia, in direzione delle isole abitate della prefettura di Kumamoto.
Attraversiamo diversi ponti, costeggiamo l’isola più grande notando che, in quelle più piccole sparse per una grossa baia, alcuni alberi stanno cominciando ad ingiallirsi. È l’autunno che sta bussando alla porta. Tra non molto tutto questo paesaggio diventerà rosso fuoco.
Passiamo villaggi di pescatori, allevamenti di gamberi con grandi pali nell’acqua ed eliche che girano e muovono la superficie del mare. Passiamo casette semplici e umili e bellissime case tradizionali avvolte nei loro giardini e muretti a secco, con piccoli boschi di bambù dietro e la risaia di fronte.
Il sole viene e va dietro le nuvole che corrono. Non sono le nuvole del Messico, ma rendono sicuramente il paesaggio più magico in questa danza di luci e ombre.
Ad un certo punto la strada volta a destra e comincia ad arrampicarsi sul fianco della collina. La carreggiata si restringe, c’è posto a malapena per la nostra piccola macchinina.
Facciamo venti minuti buoni di tornanti, salendo pian piano quella che sembra essere la montagna più alta dell’isola, facendo attenzione e pregando ad ogni singola curva che non ci fosse nessuno in discesa dal verso contrario.
Dopo boschi di bambù, querce e curve a gomito nel nulla, la sommità della montagna ci si apre meravigliosa: un piccolo altare in marmo e un torii in pietra con una vista mozzafiato sull’arcipelago di isole di Kumamoto. Che spettacolo.
Il momento di silenzio dura solo un paio di minuti, perché un paio di ragazze si piazzano davanti al torii a farsi foto e civettando ad alto volume. Ne approfittiamo per chiedergli una foto, tanto ormai il momento idilliaco è passato.
Mangiamo i soliti tramezzini all’uovo con la vista sull’arcipelago e proviamo un the/caffè d’orzo schifoso senza zucchero con la grafica di Shinchan, che però andava provato. Ma la vista perdona anche questo.
Ridiscendiamo i tornanti, ripercorriamo all’indietro la strada tra i paesini di pescatori fin quasi di nuovo a Kumamoto. Questo giochino ci è costato quattro ore tra andata e ritorno. Ne è valsa la pena? Beh si. Andare via con il rimorso di non averci provato per i tempi stretti e per la tanta strada sarebbe stato peggio.
A Kumamoto prendiamo l’autostrada che fila dritta fino a Fukuoka, finendo patatine, caffè in bottiglietta di alluminio e dolcetti.
Arrivati in città facciamo benzina, riportiamo l’auto al deposito e senza neanche accorgerci veniamo scaricati in stazione dei treni dallo shuttle.
Abbiamo tempo prima di prendere il treno per Hiroshima: sistemiamo gli zaini grandi in un comodo locker e ci facciamo un giro per i negozi della stazione, perdendoci più volte in quello che è proprio un labirinto di bancarelle di dolci e persone. Troviamo all’ultimo il negozietto, che Paolino ovviamente aveva già scoutizzato, che vendeva i bento (le cene già pronte) con pietanze solo vegetariane.
Contenti, recuperiamo gli zaini e ci dirigiamo nella parte della stazione dedicata agli Shinkansen, i treni proiettile.
Alle sei e trentasei precise il treno inizia a muoversi e in un paio di minuti al massimo sta già sfrecciando a trecento chilometri orari, mentre ci gustiamo il nostro bento con riso e carne veg guardando il tramonto sullo skyline di Fukuoka e salutando il Kyushu.
Sono stati quattro giorni intensi e soddisfacenti quelli che abbiamo passato in questa isola verde e un po rimasta ferma nel tempo rispetto alle grandi città giapponesi. Sappiamo di aver solo grattato la superficie e che questo posto merita un secondo giro almeno, di più giorni sicuro! E girarlo in auto ci ha permesso di scoprirlo con i nostri tempi e la libertà di fermarci ad osservare quando serviva.
Grazie Kyushu.
Arriviamo a Hiroshima neanche un’ora dopo, disorientati da una nuova stazione che sembra un aeroporto.
Prendiamo un bus che ci porta in centro, vicino all’hotel smile dove alloggeremo per due notti.
Appoggiamo gli zaini e senza fame usciamo per fare due passi ed esplorare la zona.
Il quartiere è pieno di negozi ancora aperti la sera tardi, piccoli uffici che organizzano esperienze di concerti (o almeno così ho capito), i soliti bordelli molto riservati e i palazzi dedicati a karaoke. Ma ci sono anche ristoranti carini con la facciata in legno illuminata dalle lanterne di carta, o i piccoli bar dove signori in abito da lavoro concludono la giornata bevendo sake e ridendo con i colleghi.
Troviamo poi il tempio della perdizione: il Don Quijote. Sei piani di assolute cretinate: dai dolcetti di qualsiasi tipo, ai giochini e portachiavi di Shinchan, agli articoli per la casa e il bucato a souvenir a basso costo.
Entrare in un Don Quijote è un’esperienza mistica di colori, suoni e cartelli pubblicitari. Non ci rendiamo conto ma li dentro ci passiamo più di un’ora. Ne usciamo storditi e, dopo sei ore di auto, comincio a perdere colpi.
Mangiamo a fatica un gelato rientrando in hotel e nanna.Read more
Takachiho
September 14 in Japan ⋅ 🌧 29 °C
Ha piovuto durante la notte e svegliarci con le nuvole che corrono e il monte Aso che fa capolino tra di loro è una vista da ricordare.
Non c’è la colazione nell’hotel, ma una bellissima cucina a disposizione di tutti con la macchina del caffè. Abbiamo aprofittato ieri sera del Lawson per prenderci un paio di pastine, così riusciamo a farci una colazione dignitosa nell’hotel finora più bello in cui abbiamo soggiornato.
Oggi fortunatamente i chilometri da fare sono pochi, l’intento è di arrivare a Takachiho per pranzo, visitare una cosa e poi stare tranquilli.
La prima tappa però è speciale e la troviamo attraversando i passi che circondano il monte Aso, ricoperti da boschi di quelle che sembrano querce e prati di erba alta verde pastello.
È uno spettacolo da togliere il fiato ma non sempre riusciamo a trovare uno spiazzo dove parcheggiare l’auto per scendere a scattare una foto.
Per raggiungere il tempio Kamishikimi bisogna percorrere una scalinata di circa trecento gradini, con ai lati delle lanterne in pietra ogni due metri, circondati da un bosco fitto. È quasi più bello l’arrivare al tempio che il tempio stesso. Nella testa ci suonano le musiche di Zelda, dei boschi fatati pieni di spiritelli. È un ambiente che attira silenzio e rispetto, tranne che per i soliti due tre turisti arrivati dopo di noi che pensano bene di raccontarsi il più e il meno ad alta voce salendo la scalinata.
Scesi dal posto magico puntiamo verso il paesello vicino di Takamori. Oggi Paolino finalmente vuole inaugurare il suo quadernetto e collezionare più timbri possibili dei templi e delle stazioni del Giappone. Troviamo ciò che cerchiamo nel piccolo ufficio turistico, chiaramente tutto addobbato di animaletti e personaggini, soprattutto l’orsetto nero con le guance rosse, mascotte della regione di Kyushu.
La stazione poi a lato ha altri timbri e una simpatica statua di One Piece fuori. Scopro che ce ne sono sparse così in tutta la prefettura di Kumamoto e me le segno sulla mappa. Sicuramente in questo viaggio sarà difficile vederle, ma non si sa mai per il prossimo.
A Takamori c’è un’altra piccola chicca da vedere: una sorgente di acqua minerale pura che può essere raccolta e bevuta con una donazione al tempio annesso di 100yen. L’acqua è veramente buona e il posto tranquillo, forse perché è ancora presto e le orde di turisti da Fukuoka arriveranno più tardi.
Prendiamo l’auto e scendiamo verso Takaciho. Attraversiamo colline (perché chiamarle montagne è un eufemismo) verdi, piccoli villaggi di contadini intenti a tagliare il riso. Il sole va e viene accendendo come sempre le risaie di un verde/giallo quasi fosforescente.
Arriviamo a Takachiho verso mezzogiorno, molto in anticipo sulla tabella di marcia per cui decidiamo di giocarci subito la carta wow del Kyushu: il Takachiho Gorge.
C’è da fare una premessa su questo: il Takachiho Gorge è una sorta di canyon con il fiume sotto dove, dalle foto e dai video che abbiamo visto su internet, si può noleggiare una barchetta a remi per risalirlo. Questa attività è molto famosa e i biglietti vanno a ruba: c’è chi racconta che le prenotazioni si riempiono dopo pochi minuti dall’apertura delle vendite, il mese precedente. Noi già a inizio viaggio avevamo provato a guardare, non trovando disponibilità ovviamente, ma ChatGpt consigliava di guardare ogni giorno perché a volte possono esserci delle disdette o addirittura di presentarsi la mattina presto perché capita che lascino dei biglietti a chi prima arriva.
Noi così ogni giorno diligentemente abbiamo guardato il sito per questi biglietti. Non siamo mai riusciti a trovarli.
Quindi il piano, non appena arrivati a Takachiho, era quello di chiedere conferma dei biglietti liberi e presentarsi domani alle sette.
Arriviamo e già ci mandano nel parcheggio 2 perché il parcheggio 1 era pieno. Brutto segno.
Parcheggiamo nel 2 per 1000yen, ladrata ma va bene al massimo ci facciamo la passeggiata sopra il canyon che gli americani di ieri sera avevano detto stupenda comunque.
Facciamo la passeggiata, sorpassando a zigzag comitive di turisti e guide rumorose, fermandoci a riposare ogni volta che si vedeva un’ombra perché c’erano 30 gradi con tanta, troppa umidità.
Arriviamo sopra la famosa gola con le barche e…
Le barche ci sono. C’è pure una bella cascata.
Ma
Noto che l’attracco delle barche è a circa cinquanta metri dalla cascata, con una barriera dall’altro lato.
In sostanza: il tragitto che si poteva fare in barca non era neanche un quinto di quello che abbiamo fatto a piedi per vedere il tragitto in barca.
Un po increduli ci avviciniamo all’ufficio dei biglietti per le barchette. E si, la cosa dei biglietti senza prenotazione era vera, ma il noleggio per mezz’ora costava 25€, non si poteva andare oltre la cascata e non ci si poteva neanche avvicinare troppo alla cascata perché i giubbotti di salvataggio sono sensibili all’acqua e al suo contatto si aprono e ci vogliono altri 15€ per richiuderli.
Buffonata.
Ce ne andiamo subito, ringraziando l’universo che ci ha tenuti lontani dal trovare posto in questa trappola per turisti.
Usciamo dal parcheggio e troviamo il primo family mart per pranzo, solito tramezzino alle uova che non stanca mai e coca cola plus che dovrebbe aiutare la digestione… mah.
Siamo di gran lunga in anticipo su quello che avevamo programmato per la giornata, e già ci pregustiamo un po’ di tranquillità in hotel.
Ci spostiamo a qualche chilometro fuori Takachiho, per visitare la grotta di Amanoyasukawara: una bellissima incavatura nella pietra con un tori di pietra e un piccolo santuario all’interno, circondati da centinaia di torrette di sassi come se fossero soldati minuscoli di guardia.
Per arrivarci bisogna percorrere un sentiero in cemento che costeggia un fiume.
È nuvoloso, e come sempre molto umido. Ma l’atmosfera che questa luce tenue crea sulle piccole cascatelle, circondate dal verde lussureggiante della foresta di bambù e cipressi, ricorda di nuovo leggende di boschi fatati.
Quando usciamo dalla grotta ha appena cominciato a piovere e nel tempo di aprire l’ombrello, la pioggia si trasforma in vero acquazzone. Corriamo all’auto, mezzi fradici anche se coperti con i nostri piccoli ombrellini da viaggio.
Passiamo qualche minuto a ricomporci e a pensare a cosa fare dato il tempo veramente ballerino.
Non ci sono più posti assolutamente da non perdere, non ha senso andare in hotel alle tre… possiamo fare solo un onsen!
Ne troviamo uno giusto a poche centinaia di metri dal parcheggio. Una struttura arrampicata sulla collina, dove delle anziane gentili ci accolgono con inchini e sorrisi. L’onsen non consente l’accesso a chi ha tatuaggi, così metto in atto la mia strategia di coprire il mio sul polso prima con l’orologio e poi con il polsino della chiave dell’armadietto dei vestiti. Ci godiamo così un’ora di terme e sauna assieme a cinque/sei anziani del posto, in una piscina con vetrata sulle terrazze di riso, bagnate da un mega temporale.
Aspettiamo poi che il grosso dell’acquazzone passi riposando sul tatami del centro e guardando incontri di sumo alla tv.
Arriviamo in hotel, ci rilassiamo un po e poi usciamo per cena molto presto.
Vista la fregatura delle barchette, ho voluto dare una seconda possibilità a Takachiho prenotando per le otto di sera la visione di un piccolo spettacolo teatrale tradizionale nella sala del tempio centrale.
Per essere però in orario, cerchiamo di cenare alle sei e mezza. Sarebbe stato semplice e con largo anticipo se non fosse che, di lunedì, quasi tutti i ristoranti di Takachiho o sono chiusi o servono solo ed esclusivamente carne. Addirittura due non si trovano neanche dove Google maps indica. Passiamo mezz’ora andando avanti e indietro la strada principale con l’auto sotto la pioggia. Non ne usciamo fuori.
Stiamo per arrenderci a cenare nuovamente con i tramezzini del kombini quando trovo più fuori dal centro un ristorante per famiglie simile ai Denny’s americani. Facciamo un tentativo lì ma scopriamo che l’unica cosa senza carne è una pizza a cui bisogna levare il bacon.
Con pazienza e qualche sorriso mangiamo queste pizze grandi come la mia mano e una porzione di patate fritte.
Ci affrettiamo a rientrare in centro per vedere questo spettacolo, che si dimostra una successione di quattro “danze” di alcune figure mascherate, sulla musica di un grosso tamburo e un flauto. A prima vista noiose, ho cercato di immaginarmi come queste movenze semplici, nell’epoca del grande Giappone, fossero l’unico modo per educare e raccontare alla gente le leggende degli dei.
È stata nel complesso una bella serata, diversa e si, a suo modo autentica.
Andiamo a letto presto. Domani la sveglia è presto perché c’è un sacco di strada da fare.Read more
Il monte Aso
September 13 in Japan ⋅ 🌧 26 °C
Il cartellino in camera diceva che la colazione ci sarebbe stata portata dalle 8 alle 8:30, ma nessuno si fa vivo.
Decidiamo così di aprire i due pacchetti di foglia di bambù che ci sono nel frighetto, scoprendo onigiri e una frittatina.
Sistemati, lasciamo l’hotel di Beppu con l’auto in direzione sud. Il programma di oggi prevede una piccola camminata sul vulcano di Aso, ma la giornata e le previsioni non promettono bene. Proviamo comunque ad andarci, ma con calma, scegliendo la via alternativa all’autostrada. Passiamo due ore tra valli, piccoli villaggetti e tante, tante risaie. È domenica mattina, non c’è un’anima in giro, solo qualche signore intento a tagliare l’erba dei marciapiedi o raccogliere le prime piante di riso. Il sole fa capolino ogni tanto, accendendo tutto di un verde saturo magnifico. Sembra di essere in montagna, ma le foreste sono di bambù o quercie. La natura prevale ancora in questo posto, ma non sono rovi o piante infestanti. Tutto sembra avere un’armonia sua. Ci fermiamo a fare qualche foto ad una risaia piena di libellule e cavallette, per poi proseguire il nostro tragitto con gli occhi meravigliati e le musiche dei Mumford alla radio.
Entriamo alla cittadina di Aso che ormai è quasi mezzogiorno. Ci concediamo un dolcetto da Lawson e un pacchetto di patatine al pomodoro mentre scaliamo con l’auto i tornanti del vulcano ricoperto di erba, con macchie di terra e roccia nere che spuntano ogni tanto sulle pareti scoscese.
Quando arriviamo al parcheggio del museo dedicato al vulcano c’è la solita bolgia: turisti in ciabattine o camicetta e pantaloni da uscita al ristorante e pullman che vanno e vengono. Normale, è domenica, pensiamo.
Ci sono un gruppo di cavalli a disposizione per fare dei giri, ovviamente super fotografati. La transumanza va e viene verso una piccola collina al centro di un enorme prato.
Non ci facciamo tanti problemi, non è quella la collina a cui puntiamo.
Ci cambiamo le scarpe, infiliamo gli zainetti e cominciamo a camminare nella direzione opposta.
Avevamo letto di un bel giro di un’ora e mezza per riuscire a vedere il cratere Nakadake, quello ancora attivo che butta fuori colonne di valore immense, da una posizione migliore. Così cominciamo a salire i quasi 600 gradini del monte Kishima. Non fa caldissimo, ma c’è un’umidità esagerata. Ringraziamo che è tutto nuvoloso, perché se ci fosse il sole saremmo veramente cotti male. Ogni tanto una bava di vento arriva e, pian piano che saliamo, la bava si trasforma in brezza, poi in vento sostenuto, quello che fa correre le nuvole. E capiamo di essere dentro una nuvola, quando arriviamo in cima. Attorno a noi è bianco, ma bastano pochi secondi per far apparire il vulcano Nakadake in lontananza, bello con la colonna di fumo che si alza in cielo mischiandosi alle nuvole.
Mi accorgo poi che la terra è più nera del solito, mischiata all’erba e al muschio, che le rocce non sono come le nostre montagne, sono porose. Butto l’occhio dietro Paolino e realizzo che siamo anche noi sul ciglio di un cratere spento, ricoperto di verde. È bellissimo.
E risalendo la cresta del cratere ecco comparirne un’altro giù nella valle, il famoso Komezuka, che appare e scompare dietro le nuvole che stranamente hanno cominciato a correre più di prima. È un sogno: siamo al cospetto di tre crateri vulcanici, in mezzo al cielo.
Scattiamo foto, cerchiamo di imprimerci nella mente questo spettacolo che, a dirla tutta, con una giornata di sole terso non avrebbe avuto lo stesso fascino. Mangiamo anche gli onigiri alle alghe e allo zenzero prese al konbini, con una vista spettacolare.
Circumnavighiamo il cratere scoprendo l’altro lato del vulcano: un vallone verde fosforescente, con pennellate di terra e roccia rossa e nera, mascherato dalle nuvole e il sempre presente vulcano attivo dietro.
Ci sarebbe un’altra camminata da fare che abbiamo letto essere consigliata, dalla parte opposta di dove siamo arrivati, ma nella discesa verso il parcheggio inevitabilmente si mette a piovere. Fortuna che siamo attrezzati con impermeabili e gusci per gli zaini, ci aspettavamo un tempo avverso e abbiamo anche indossato le scarpe impermeabili, ma fare una camminata nuova completamente sotto l’acqua non ci entusiasmava. Fortuna vuole che appena arrivati in parcheggio la pioggia smette di colpo.
Ci diciamo che non sarebbe forse più capitato di passare di lì, così attraversiamo il grande prato facendo zigzag tra le turiste in ciabattine.
C’è da salire un nuovo monte per avere una vista ancora più bella del vulcano, un paio di centinaia di metri di dislivello a detta dell’applicazione. Facile, se non fosse per l’85 percento di umidità. Sudiamo e fatichiamo facendoci strada tra gli arbusti bassi e le felci enormi che costeggiano il sentiero. Arriviamo in vetta e nulla, siamo di nuovo dentro una nuvola. Non si vede niente attorno a noi. Solo bianco.
Siamo sudati, sporchi, pieni di residui delle piante e moschine sulle braccia. Non abbiamo voglia di aspettare che la nuvola passi, così torniamo sui nostri passi e in venti minuti siamo di nuovo al parcheggio. È tempo di andare in hotel.
Scendiamo la montagna sfiniti ma contenti della passeggiata, non paragonabile ai trekking che facciamo di solito in montagna a casa a livello di lunghezza e dislivello… ma a casa non fa così caldo.
Facciamo check in al Fairfield, un albergo bellissimo nella cittadina di Aso, proprio ai piedi del monte. La camera è nuova e stupenda con un letto gigante. Abbiamo visto che c’è anche la lavanderia ma prima… onsen!
Ne abbiamo visto uno giusto dieci metri dietro l’albergo, così appoggiamo gli zaini e scendiamo in ciabatte. Ci concediamo così un’ora di relax nella piscina termale calda fuori all’aperto con la pioggia che ha cominciato a scendere lentamente, assieme agli anziani del paese e qualche signore venuto a cercare un po’ di relax prima di ricominciare la settimana lavorativa.
Nell’onsen ci sono le postazioni per lavarsi, seduti su sgabelli di plastica, così puliti e profumati usciamo completamente rigenerati, tanto da passare dieci minuti seduti sul tatami assieme agli anziani che guardano le gare di sumo alla tv.
Rientriamo in hotel. Tentiamo di fare un paio di lavatrici che escono a pois di carta perché Paolino ha dimenticato i fazzoletti in tasca.
Lasciamo le cose umide in camera e usciamo veloci a cena. Purtroppo chiude tutto molto presto nel paese e l’unico posto che siamo riusciti a farci prenotare dai consierge dell’albergo chiude alle otto.
Scopriamo che quello che abbiamo prenotato non è un ristorante, ma la casa di un tipo che ha pensato di trasformare il piano terra in cucina per gli ospiti e vivere al piano superiore.
Ordiniamo al volo entrambi degli udon ai funghi buonissimi, accompagnati da un cubetto di tofu fatto in casa con cipolla fritta. Questo “ristorante” è famoso soprattutto per Kuro, il gatto nero del proprietario, che ci accoglie facendosi grattare e ad una certa mi sale sulle ginocchia facendomi cenare con lui appollaiato. Il ragazzo che cucina ci racconta essere figlio di produttori di tofu e che ha voluto aprire la sua attività da solo.
Paghiamo, ringraziamo e usciamo. È stata anche questa una bellissima serata spontanea e autentica.
Facciamo tappa al Lawson per strada per rifornirci di pastine per la colazione e torniamo in albergo a finire di lavare e asciugare i vestiti, mentre scambio quattro chiacchiere sui divanetti della hall con una coppia di pensionati americani trasferitisi da due anni nel Kyushu ed innamorati persi del Giappone.
Come dargli torto.Read more
Beppu
September 12 in Japan ⋅ ☁️ 27 °C
Oggi giornata importante, comincia il giro vero alla scoperta della regione del Kyushu.
Ma è sabato e il panificio che ci ha dato tanta soddisfazione ieri apre mezz’ora più tardi. La passiamo nel Lawson di fronte a guardare le decine di cretinate da mangiare che non abbiamo il coraggio di provare, ma quando Boulange riapre siamo tra i primi in coda: krapfen al pistacchio, caffè con latte di soia bollentissimo e subito in hotel. Vestiti, zaini e alle 9:30 siamo in stazione ad attendere lo shuttle dell’autonoleggio.
Questo ci porta un po fuori dal centro, in un parcheggio sotto un cavalcavia con un ufficio dentro un container. Poco da fidarsi, ma l’auto che avevamo prenotato è lì per noi.
Mi faccio spiegare le regole base, fotografo qualsiasi pagina di numeri da chiamare per le emergenze, espongo la patente internazionale che tanto ho penato a fare in Italia e siamo pronti a partire!
La guida è a sinistra come in Inghilterra. Non ci metto molto ad abituarmi vista l’esperienza delle due volte in Irlanda e della Scozia. L’unica cosa che mi manda ai matti è che i giapponesi mettono la leva delle frecce a destra invece che a sinistra quindi per i primi dieci incroci faccio partire i tergicristalli almeno una volta prima di mettere le freccia.
Prendiamo l’autostrada senza fermarci al casello grazie alla scheda etc, come il Telepass, noleggiata a 300 yen al giorno. La macchina è piccola ma sufficiente. Avremmo voluto provare una di quelle a scatoletta ma non eravamo sicuri ci entrassi, peccato prossima volta.
Facciamo circa una mezz’ora di strada per arrivare ad un tempio buddhista un po fuori Fukuoka, che Paolo si era segnato per una statua gigantesca del Buddha.
Parcheggiamo e ci rendiamo conto di essere assieme a veramente tanti turisti cittadini che di sabato vengono a fare le preghiere o vengono a visitare il tempio per l’ennesima volta.
Paghiamo cash l’entrata e Paolo viene invitato a tenere bassi i pantaloncini sotto le ginocchia per rispetto. Entriamo e giriamo un po, ammirando le statue giganti e quelle piccole ammassate sulle pendici fitte di foglie della montagna. Se non fosse pieno di persone che si fanno i selfie sarebbe anche un posto meraviglioso, con il solito verde lussureggiante della foresta e l’umidità quasi da pioggia che crea un’atmosfera magica.
Saliamo per vedere la statua del Buddha. Verde smeraldo, veramente gigante ed appoggiata su un fianco. Molto bella ma sentiamo un po di distacco dall’autenticità che eravamo riusciti a trovare nei templi di ieri.
Decidiamo di rimetterci in strada.
C’è fame, così esco quasi subito dall’autostrada e seguiamo le indicazioni per il solito Konbini: un family mart con i classici tramezzini all’uovo e bun alla pizzaiola. Mangiamo tutto quanto in macchina in parcheggio per risparmiare tempo e ci rimettiamo in strada. Prima di rientrare però in autostrada riusciamo a farci qualche chilometro tra i campi e i paesini, giusto per apprezzare anche un po il Giappone vero, quello fuori dalle grandi metropoli.
L’autostrada è dritta e abbastanza noiosa. In più con i tramezzini in digestione e il tempo uggioso, faccio fatica a stare sveglio e vigile. Fortuna che facciamo tappa in un altro paesino che Paolo si era segnato guardando i reel su Instagram, e anche questo si rivela una turistata ancora più patetica di prima: una sorta di villaggetto storico tedesco, con case in pietra finta trasformate in negozietti e decine, centinaia di persone che si fanno le vasche solo per straniarsi dalla settimana in città. Faccio fatica a trovare del bello in tutto questo, se non a ridere all’idea dei meme su Heidi dopo aver visto l’angolo dedicato al cartone animato con tanto di recinto con capretto vive per farsi le foto.
Prendiamo un caffè ghiacciato, strapaghiamo il parcheggio e fuggiamo.
Bastano veramente poche centinaia di metri di strada che entriamo in un bosco fittissimo di canne di bamboo e sequoie. Cominciamo a salire di altitudine tra un tornante e l’altro mentre comincia ad alzarsi una nebbia fitta.
Scavalliamo il passo tra due montagne e, ridiscendendo, la nebbia non si dirada anzi, cominciamo a distinguere diverse colonne di vapore alzarsi dal paese a valle. Siamo arrivati a Beppu, che ha come caratteristica una serie di laghetti termali chiamati Jigoku o “vasche infernali” dalle temperature altissime con cui esce il vapore e l’acqua.
Appoggiamogli zaini in albergo, una bellissima casona in legno con camere moderne e minimali, e andiamo a piedi a visitare alcune di queste piscine.
L’ingresso di ognuna sono 500yen, ma se le fai tutte costa 2500. Non abbiamo voglia di farci tutte le visite, così scegliamo le due più grandi e più vicine tra loro.
E impressionante come la pressione con cui esce il vapore e l’acqua da queste aperture nella roccia risuoni nell’aria umida e con il classico odore di uova.
L’altra pozza invece è di fango grigio e il vapore esce ribollendo, forse il segno più forte della vita e del calore sotto ai nostri piedi ogni giorno.
Non abbiamo voglia di spendere altri soldi a vedere delle pozze, ma c’è un’altra cosa che avevamo visto in un video e volevamo provare.
Troviamo il posto, Jigokumushikobo, entriamo. Ci danno un numero tipo al supermercato, ci mettono in fila per scegliere cosa mangiare ad una cassa automatica, dopodiché dopo qualche minuto ci chiamano, paghiamo, ci spiegano le regole del gioco e ci danno gli ingredienti crudi. Arriva un ragazzo che ci porta nella cucina, fatta da una serie di pozzi in muratura coperti da coperchi in legno. Paolino si mette i guanti in lattice per non scottarsi, viene aperto il coperchio e infila gli ingredienti nel pozzo. 15 minuti e avevamo il nostro spuntino cotto a vapore. Mangiamo così verdure lesse, del riso con funghi e due uova sode buonissime. Ma non era tanto il sapore delle cose che mangiavamo che mi ha emozionato, non c’è niente di speciale in verdure al vapore, ma che sono state cucinate con ciò che arriva da sottoterra è bellissimo.
Comincia a piovigginare e l’umidità del posto non aiuta a rimanere asciutti. Torniamo in hotel a farci una doccia per riuscire di nuovo. Fortuna che ora abbiamo l’auto per spostarci. Scendiamo in centro città per cenare nell’unico locale vegetariano aperto che Paolino ha trovato e capitiamo in un ristorante indiano. Mangiamo così dhal e chapati, che ovviamente mi hanno riportato indietro di tre anni alla mia esperienza in Andhra Pradesh, non proprio entusiasta allora come oggi della piccantezza di alcuni piatti.
Proviamo a fare due passi nel centro di Beppu ma la situazione non sembra un granché: poca gente, la maggior parte dei locali a luci rosse o nei karaoke. Non ci piace.
Così riprendiamo l’auto e ci concediamo l’ultima esperienza che ci eravamo prefissati di fare qui: l’onsen. Consigliato dallo chef del locale di Fukuoka, proviamo lo Hyotan: un po più caro rispetto agli altri ma molto grande e pulito. Proviamo l’esperienza del bagno di sabbia, distesi e ricoperti di sabbia calda e poi le varie terme bollenti assieme ai locali. Ne usciamo rilassati e cucinati per benino.
Tempo di letto.
Domani si cammina.Read more
Fukuoka
September 11 in Japan ⋅ ☁️ 26 °C
Il cielo è coperto ed esce una puzza di pesce terribile dal ristorante sotto l’albergo quando usciamo per cercare un posto per far colazione. Abbiamo deciso di non spendere i 1300 yen a testa per farla lì, e a quanto pare abbiamo azzeccato la scelta.
Fortuna che ho Paolino e il suo radar per i panifici. Ne troviamo uno sullo stradone della stazione dei treni a pochi minuti a piedi. Prendiamo una brioche al cioccolato e una tarte al limone.
Bagno, zainetti e ci mettiamo in marcia per sfruttare al meglio l’unica giornata a disposizione per vedere Fukuoka.
Sulla lista ci sono un paio di templi, il Tochoji e lo Shofukuji poco distante.
Il primo lo visitiamo per primi all’apertura, con il giardino e il selciato appena rastrellato e una bellissima statua del Buddha interamente in legno alta dieci metri costruita negli anni novanta e una pagoda rossa all’esterno che tanto ci mancava del Giappone.
Il secondo invece ha un’area molto più grande, fatto da più costruzioni. Il tempietto centrale ha tre statue del Buddha all’interno a cui hanno legato un filo sulle mani che esce dalla costruzione e finisce su un palo di legno conficcato in vetro al giardino. Così facendo, toccare il palo significa toccare le mani del Buddha per pregare e chiedere protezione.
Accendiamo anche un piccolo incenso offertoci dalla sorvegliante essendo anche qui i primi della giornata.
Usciamo sorpresi dalla velocità con cui abbiamo visto e tolto dalla lista questi due templi, così decidiamo di infilare in programma un altro posto che sulla carta dovevamo saltare per mancanza di tempo.
Torniamo così in stazione centrale per prendere un treno che ci porta fuori città, non prima di aver fatto tappa dal nuovo negozio Nintendo, dove Paolino avrebbe comprato di tutto ma si accontenta solo di una maglia e un portamonete di super Mario.
Ci sediamo sulle panche laterali del treno, tipiche giapponesi come una metropolitana e osserviamo le signore prese a guardare i loro telefoni mentre il paesaggio cambia fuori e dalla città ci trasferiamo in periferia. Arrivati a Fukutsu, prendiamo un piccolo bus che ci molla di fronte alla grande scalinata per il tempio Miyajidake. Anche qui non troviamo tanti turisti, probabilmente perché è ancora venerdì. Siamo vicini al mare che con il suo vento spazza le nuvole regalandoci un bel sole accendendo i torii grigi e le statue di creature protettrici tutte attorno al camminamento per entrare nel tempio.
Attraversiamo un bellissimo portale in legno decorato e arriviamo nella piazza del tempio, curato e con un’enorme treccia di paglia esposta sul fronte.
Facciamo anche noi un’offerta agli dei (è un tempio scintoista) lanciando una moneta nel calderone sotto il colonnato, facendo due inchini, battendo le mani due volte, attaccandole in segno di preghiera e ringraziando in silenzio, per poi inchinarci un’altra volta e uscire.
Passiamo attorno all’edificio scoprendo una piccola salita piena di lanterne rosse e torii in pietra. Non sapevamo che appena dopo ci sarebbe stato un passaggio meraviglioso, costruito con un soffitto di campanelle colorate in vetro che si muovono e tintinnano al vento, mentre il bosco tutto attorno gracchia di grilli, cicale e sputacchine.
È un concentrato di colori, luci e suoni. Magnifico.
Superati il corridoio delle campane c’è un tempietto ancora più piccolo, circondato da torii rossi. È veramente difficile capire cosa fotografare perché ogni angolo è un quadro meraviglioso tra luce del sole, il rosso della vernice dei torii o del tempio il legno e il verde vibrante delle foglie della foresta. C’è addirittura un monaco in vestiti tradizionali che passa ogni tanto a cambiare le offerte sui banchetti.
È veramente una scena di ispirazione. Ma si sta facendo ora di pranzo ed è meglio tornare.
Purtroppo il bus che dovevamo prendere per arrivare in stazione è saltato, così decidiamo di pranzare in un Konbini sulla strada con i fantastici tramezzini all’uovo, guardando un trattore in raccolta su di una risaia dall’altra parte della strada, mentre un’aquila osserva la scena appollaiata sul tetto della casa accanto nella speranza di cacciare qualche topolino nascosto tra i fasci di riso.
Il viaggio di ritorno verso Fukuoka è veloce e abbastanza noioso, soprattutto perché torniamo nella zona di cielo coperto che rende tutto più spento. Facciamo visita ad un’altro tempio, passeggiando tra i bambini che escono da scuola con le loro cartelle rigide in pelle sulla schiena. Mi sorprendo come sempre di questa cultura estremamente rivoluzionaria, moderna e colorata, ma ancora con rimandi tradizionali come gli zaini scolastici che sembrano ancora quelli degli anni cinquanta. Troviamo l’entrata al tempio a fatica, non c’è veramente un’anima, solo una signora che gentilmente ci chiede di entrare, ci mostra il piccolo altare al Buddha e ci manda da soli in ascensore al terzo piano dove, infilando delle ciabattine da bambini, possiamo esplorare la base della pagoda e godere della vista sulla città.
È tutto stupendo, peccato per il tempo nuvoloso che toglie sempre quel colore che renderebbe la visita più energica.
Ci trasciniamo un po’ per il parco Ohori, molto turistico. Di cose da vedere ce ne sarebbero altre ma sono molto distanti e i piedi cominciano a far male. Decidiamo di tornare verso l’albergo passando prima da Muji per scoprire qualche camicia scontata e da Gorichan Tenjin che Paolino si era segnato cucinare onigiri vegetariani da provare assolutamente.
Buoni, ma non sapevamo ancora che la nostra avvenuta culinaria in Giappone avrebbe alzato ancora l’asticella.
Ci laviamo e riusciamo. Dobbiamo prendere una metropolitana e fare un bel pezzo a piedi fuori dal centro di Fukuoka per andare in un altro ristorantino, sempre nella lista di Paolo. Quando entriamo da Yakodari capiamo di essere quasi entrati in casa di una coppia. C’è una stanza, due tavoli e un bancone con la cucina a vista dall’altra parte. Quattordici, quindici coperti in tutto. Ordiniamo dei cavolfiori fritti. Buoni. Ma il colpo di fulmine è arrivato con il ramen in brodo di latte di soia, alghe varie e sesamo. Non abbiamo mai mangiato una pietanza più buona. Sarà per la stanchezza, sarà per l’eccitazione di aver trovato un posto che fa cibo vegetariano in un paese di tradizione pesce e carne, sarà perché abbiamo fatto amicizia con Nino, il cuoco, mentre preparava questi piatti sotto i nostri occhi.
Non siamo abituati in Italia ad andare al ristorante e vedere gli chef cucinare: è veramente una magia incredibile. Usando il traduttore del telefono abbiamo chiacchierato un sacco con Nino. Ci ha raccontato dei suoi dieci anni di gavetta a Tokyo, in un ristorante con altri cuochi italiani (infatti qualche parola la parlava) e, due anni fa, il ritorno nella terra natia per diventare vegetariano e aprire un locale tutto suo. Noi, innamorati, facciamo domande, raccontiamo del nostro viaggio e delle prossime tappe. Facciamo Brindisi con la birra e Nino ci prepara in anteprima due sushi di tofu che presto inserirà nel menu. Dobbiamo tornare.
Che serata splendida. Siamo pieni nello stomaco e nel cuore.
Passeggiamo un po in centro, passando per i quartieri pieni di gente e quelli a luci rosse.
C’è sonno però nell’aria. Prendiamo una birra da asporto mentre torniamo in albergo.
Bella Fukuoka. Da tornarci con calma la prossima volta.
E tornare a cena da Nino.Read more
Kamsahamnida Korea, Konnichiwa Japan
September 10 in South Korea ⋅ 🌬 24 °C
Mi sveglio stranamente alle otto, Paolo invece avrebbe dormito fino a pranzo.
Pieghiamo i vestiti e in qualche modo li facciamo entrare come sempre negli zainoni, facciamo colazione al 29esimo piano guardando le novità di Apple durante la notte e infine lasciamo la stanza con un po di malinconia perché era veramente bella. Non c’è un programma stamattina, non abbiamo posti che dobbiamo assolutamente visitare a Busan. Tutto quello che meriterebbe più tempo lo abbiamo lasciato per la prossima volta.
Ma soprattutto stiamo cercando di spendere gli ultimi soldi che ci rimangono in contanti e sulle tessere dei mezzi senza dover fare altre ricariche. Quindi, non potendo andare troppo lontano, siamo abbastanza bloccati nella zona commerciale.
Noto che c’è un parco appena a nord della strada principale, così inforchiamo i monopattini e ci giochiamo la loro corsa nel traffico, mentre il solito vento forte questa volta ha spazzato le nuvole donandoci un ultima mattina coreana di sole e cielo terso.
Questo mi permette di cominciare a trarre qualche conclusione da questo primo capitolo del viaggio. La Corea è colorata.
Me ne accorgo sfrecciando con il monopattino su una strada a tratti grigia, a tratti rossa, con strisce gialle. Cartelli blu, insegne variopinte, colori sgargianti. Le citta coreane non sono grigie e tristi, c’è sempre un qualcosa che le satura, che gli dà vita. Che siano delle insegne luminose, che dei personaggini sui manifesti, la Corea ha uno sguardo divertito sul mondo.
Arriviamo al parco “dei cittadini”: una bellissima lingua verde, con alberi curati , panchine e piccole pagode con pavimento in legno dove signore anziane si distendono e chiacchierano, altre fanno jogging imbardate da testa ai piedi, altri suonano il flauto. Salutiamo una piccola scolaresca, non avranno avuto più di quattro anni: tutti con la divisa verde e il cappello da pescatore giallo.
Ci sorprendiamo a vedere un anziano seduto sul suo sgabello in plastica mentre diligentemente fa la guardia ad un area giochi per bambini al momento vuota.
C’è un sole caldo, ma la brezza rende tutto più godibile.
Camminiamo spensierati. Dobbiamo pur far scorrere il tempo. Il piano è partire alle 15 per andare in aeroporto.
Proviamo a buttarci dentro l’ennesimo centro commmerciale ma duriamo poco. Costa tutto troppo e abbiamo gli zaini talmente pieni che non sapremmo dove infilare la roba.
Anche perché l’ultimo posticino vuoto l’avevamo già riservato per le creme di Olive Young. Passiamo quasi un’ora lì dentro a studiare tutti i prodotti di skincare coreani, facendoci guidare da chatgpt su quali sarebbe stato sensato investire.
Poi, di nuovo, problema pranzo.
Dove trovare un posto che faccia vegetariano, che magari serva qualcosa di locale, ma soprattutto che non costi meno di 30mila wong per finire il contante che ci è rimasto?
Niente, o meglio, la soluzione semplice di un panino con burger di fungo fritto al shake shack vicino all’hotel.
Caffè al volo per finire anche gli ultimi soldi, corsa in hotel per sistemare i prodotti in zaino ed eccoci in strada, direzione aeroporto.
Fila tutto liscio, o quasi.
Paolino viene fermato al check bagagli per un accendino che non si sa come è comparso nella tasca del suo zainone, io devo spiegare che il magnete attaccato alle chiavi di casa serve per la serratura nuova… ma in poco più di mezz’ora siamo seduti comodi ai gate mangiando il nostro ultimo gelato coreano.
Scrivo questo diario mentre siamo in volo verso Fukuoka, osservando il tramonto che si spegne dietro i muri di nuvole sopra Busan.
Provo un sentimento di gratitudine verso questo paese che non sapevo ci avrebbe regalato tanto in pochi giorni.
Abbiamo visto la grandezza e la varietà di sfaccettature di Seoul, città del futuro e delle tradizioni. Abbiamo avuto la fortuna di toccare lo spirito generoso dei locali ad Andong, che fino a qualche ora prima ritenevamo una cittadina triste e con poco da offrire. Ci siamo rifatti gli occhi e assaporato la tradizione a Gyeongju e sperimentato la vita da monaci al Golgulsa. Abbiamo visto velocemente una Busan diversa e seminato un arrivederci per la prossima volta.
Kamsahamnida Corea, grazie.
L’aereo atterra a Fukuoka che è buio. C’è lo stesso fuso orario della Corea ma siamo più a est: il sole tramonta prima in Giappone.
Uscire dall’aeroporto comporta almeno tre livelli di controlli, ma tutti li passiamo velocemente grazie al riconoscimento facciale. Già questo paese ci ricorda quanto tecnologico può essere.
Ci stringiamo sul retro di un bus e poi la metropolitana, risvegliando da subito le nostre carte suica di due anni fa.
Fuori dalla stazione di Hakata c’è traffico ma l’aria sembra più pulita. Probabilmente ha piovuto durante la giornata.
Ci destreggiamo con Google maps per trovare l’hotel che, fortunatamente, avevamo prenotato vicino alla stazione. Una stanza piccolina, in confronto a quello che eravamo abituati a Busan, ma funzionale.
Appoggiamo gli zaini e ci mettiamo in cerca di un posto dove cenare. Purtroppo quelli che Paolo si era segnato su maps chiudono presto e la voglia di spingersi verso il centro città non è tantissima, così cerco su Google la parola magica che per noi in Giappone significa comfort food: okonomyaki, la frittata di cavolo cappuccio e uovo.
Trovo un ristorante a pochi metri da noi, è il classico buco giapponese con le bandiere blu appese alla porta di ingresso, due tavoli e un bancone dove sedersi a mangiare mentre il cuoco ti cucina davanti. Spartano, locale, meraviglioso.
Con il traduttore e gesti imbarazzati facciamo capire che non mangiamo carne e pesce e ordiniamo un okonomyaki e un piatto di patate e formaggio. Che dire, deliziosi. Non sappiamo se fosse la stanchezza, la birra, l’eccitazione di essere finalmente in Giappone ed esserci trovati la prima sera a mangiare in un ristorantino autentico, ma era il cibo più buono del mondo. Ci facciamo anche fare un piatto di noodle arrotolato su frittata pazzesco, ma esageriamo come al solito ed usciamo veramente sazi, spendendo poco più di 10€ a testa.
Camminiamo un po a caso, facendoci portare dalla curiosità delle strade giapponesi quasi deserte, facciamo finalmente tappa al Konbini per prelevare contanti, comprare due bottigliette d’acqua, delle caramelle strane alla mela e assaporare con gli occhi finalmente i famosi tramezzini all’uovo che tanto abbiamo agognato in Corea ma mai trovati.
Arriviamo praticamente in centro e ci concediamo una birretta sul ponte principale, passeggiando accanto a piccole baracche/ristoranti dove i locali si siedono a cena.
Il sonno comincia a farsi sentire.
È tempo di tornare in hotel per una doccia.
Che bello. Siamo in GiapponeRead more
Busan
September 9 in South Korea ⋅ 🌬 27 °C
Il cielo dal 23esimo piano del Sota building è coperto. Ce lo aspettavamo dopo tutti i messaggi di allerta per forte vento che il tempo non sarebbe stato meraviglioso questi giorni, però non ci perdiamo d’animo e, dopo la colazione a base insalata di patate e poco altro al 29esimo piano con vista sulla città, infiliamo comunque costume e asciugamano negli zainetti e prendiamo un bus verso la costa. Ci mettiamo tre quarti d’ora per arrivare a Oryukdo e, non appena scendiamo dal bus, una folata di vento fortissima ci butta quasi a terra. Un mare ingrossato ci circonda, con onde alte tre metri che si scontrano violentemente sulla scogliera e i palazzoni in vetro di Busan sullo sfondo a sinistra, il porto con qualche nave mercantile che lentamente si porta al largo per sopportare meglio il vento.
Purtroppo per il meteo il famoso skywalk, la camminata di qualche metro sul vetro con sotto lo strapiombo, è chiuso ma non ci facciamo una pena per questo.
Ci mettiamo infatti a costeggiare la penisola, percorrendo un sentiero fatto di scale in legno, ponti e passaggi stretti, piccole terrazze panoramiche e sentieri in terra attraverso la vegetazione della costa, mossa dal vento.
Scherziamo facendo attenzione a tutte le ragnatele, compresi i ragni brutti e grandi, che evitiamo sul percorso. Camminiamo per più di un’ora salendo e scendendo, fermandoci ogni tanto ad ammirare il paesaggio e il mare in burrasca.
Arriviamo dall’altra parte della penisola di Igidae, con vista sul famoso ponte bianco Gwangan, uno dei ponti sospesi più lunghi della Corea. Speravano che avesse una ciclabile per poterlo attraversare in monopattino ma purtroppo Gemini ci smorza le aspettative, così inforchiamo comunque i nostri mezzi preferiti per spostarci in città e arriviamo alla spiaggia di Gwangalli. Non è proprio tempo per fare un bagno, ci sono solamente due tre ragazzi che fanno surf con la muta, e oggettivamente sarebbe stato complicato fare il bagno, lavarsi, asciugarsi senza sole e riprendere il cammino, così mi accontento di bagnare le mani nel mar orientale cinese e godermi il vento dal mare che scompiglia i capelli e porta un po di spensieratezza in questa spiaggia invernale col brutto tempo.
C’è fame. Attraversare il canale per andare ad est e poi girare a caso non è la soluzione migliore, così cerchiamo qualcosa nella zona e, fortunatamente, Paolino scova un ristorantino minimal e vegan friendly appena due vie all’interno dalla spiaggia. Mangio un panino con funghi e salsa di basilico fantastico, mentre lui si accontenta di una sana insalata con tofu e humus.
La macchina del caffè non funziona, poco male, usciamo e dieci metri dopo troviamo un negozio di donut che lo fa. Assaggiamo due krapfen al cioccolato e limone pazzeschi e ci facciamo preparare un caffè caldo da portar via, che subito allunghiamo con del latte di mandorle comprato al kombini accanto.
Ci trasciniamo abbastanza, e la giornata uggiosa non aiuta molto. Così decidiamo di salire su un nuovo bus e fare quasi un’ora di strada e traffico per raggiungere un punto della costa più ad est e andare a visitare il monastero buddista sul mare di Yonggungsa. Purtroppo, anche se di mercoledì, il posto è invaso da turisti coreani e cinesi, scolaresche varie, qualche occidentale. È difficile anche solo scattare una foto decente senza prendere nell’ inquadratura decine di persone.
Giriamo un po il posto, cercando di immaginarci la nostra esperienza a Golgulsa riproiettata in quel posto che, al netto della confusione, era sicuramente affascinante con il mare di fronte.
Non ci resta che tornare indietro verso l’albergo per riposare un po e riprendere le energie in vista della nostra ultima sera coreana.
Come sempre, trovare un posto che possa soddisfare due vegetariani non è semplice e Paolino ha fatto un lavoro egregio prima di partire selezionando già le proposte. Troviamo un posticino dall’aspetto strambo, imbucato in una delle stradine parallele rispetto al centro giovane sopra l’albergo, pieno di neon rosa e cose appese. Ne risulta in realtà uno dei posti più buoni di questa vacanza, con pad thai, bao di tofu fritto e patatine fritte al tartufo. Mangiamo bene e, per la mia felicità, senza nulla di piccante.
È l’ultima sera coreana, così lascio Paolino spendere i suoi soldi senza rompergli e giocare dai gacha, vincere qualche portachiavi dei pikmin e un pupazzetto del tanto bramato Shinchan. Troviamo anche un arcade di Mario kart in una sala giochi. Ci facciamo due partite e in ultimo, per festeggiare, proviamo il binsun, una coppa con una sorta di nevischio formato da ghiaccio e latte, con una pallina di gelato alla vaniglia sopra e topping vari.
Pesantina ma buona.
Torniamo in hotel, dove alle 11 io ho una call con WeRoad e Paolo l’irrinunciabile Nintendo direct.Read more
Arrivando a Busan
September 8 in South Korea ⋅ ☀️ 28 °C
È una bella mattinata di sole. La brezza fresca da montagna si precipita in camera non appena apro le finestre a scorrimento in legno della nostra stanzetta sottotetto Hanok.
Questa mattina non c’è voglia di fare chilometri, tutto relax. Non vogliamo fare colazione di nuovo dal panificio vicino all’hotel, così trovo quasi per caso una caffetteria promettente a duecento metri a piedi. Ci vestiamo e camminiamo sotto il sole che comincia a scaldare l’aria e accende di verde le colline-tombe d’erba alla nostra sinistra, mentre delle signore anziane, munite di strumenti e sedute su piccoli sgabelli di legno, strappano via con diligenza le erbacce dal marciapiede. Non sembrano pagate per farlo, sembra quasi un lavoro volontario per la comunità, per tenere pulita la città. Parlano e ridono piegate sotto il sole. Non si può che sorridere.
Il Terarosa in realtà è un hotel, un signor albergo in stile Hanok ma completamente nuovo, con le travi in legno chiaro, i pavimenti lucidi, il laghetto centrale, la caffetteria e la sala comune minimali e di design. È tutto bellissimo. Prendiamo cappuccino al latte di avena e una treccia ai mirtilli, seduti sul pavimento rialzato in legno, guardando il paesaggio verde con un cielo terso meraviglioso.
Il treno per Busan è alle 12. Non c’è tempo, e neanche voglia, di fare camminate o addirittura visitare cose sapendo di dover guardare l’orologio ogni trenta secondi, quindi facciamo con religiosa calma gli zaini e una passeggiata sull’ormai trita e ritrita strada di Hwangnam. Cediamo però ad un vizio dell’ultimo momento e ci facciamo fare un ritratto in un negozio specializzato in disegno manga. Non siamo di solito i tipi per queste cose, ma il loro stile ci piace un sacco e per soli 10€ ci può anche stare.
In tempo giusti per metterci in spalla gli zainoni, inforcare i nostri adorati monopattini e partire verso la fermata del bus e poi la stazione dei treni ad alta velocità.
Il treno per Busan è veloce e puntuale. Tempo di mangiare due patatine agli arachidi che siamo già arrivati in città.
Purtroppo, basta Hanok e prati verdi. Torniamo alle strade trafficate, ai palazzoni in vetro e al cemento.
Nel tragitto in bus dalla stazione fino all’hotel, Busan ai miei occhi sembra essere una Seoul di vent’anni fa. Tanti cartelloni e insegne come avevamo visto nella capitale, ma tutto datato, scolorito. Palazzine un po’ decadenti, incuria. Non la Corea che mi ero abituato a vedere.
Non faccio però in tempo a convincermi di questo che il bus svolta su quella che sembra la via principale ed ecco che tutto si pulisce, torna ad essere la città quasi del futuro.
Il nostro albergo è in un palazzone vetrato altissimo. La reception è enorme e profuma di incenso.
Purtroppo le stanze non sono ancora pronte, così lasciamo gli zainoni e facciamo due passi per ingannare il tempo.
Mi accorgo non solo che la via principale dove abbiamo l’albergo è quella commerciale dei negozi, ma che sopra ogni ristorantino o cafe c’è uno studio di chirurgia plastica o dermatologica. Siamo proprio nella parte ricca della città.
C’è un centro commerciale, proviamo a infilarci per cercare del cibo non troppo impegnativo e, per trovarlo, dobbiamo fare otto piani di negozi di action figures e cretinate che ovviamente Paolino ha voluto scansionare per bene. Del piano dei ristoranti, solo uno offriva dei Gimbap senza carne. Capiamo da subito che la sfida qui a Busan, città sul mare, sarà trovare cibo che non contenga pesce.
Giriamo annoiati il centro commerciale e, quando scattano le tre, torniamo in hotel per fare il check in.
La stanza è al 23esimo piano. Una specie di appartamento con cucina e salottino, tutto automatizzato e con la porta apribile solo da app.
Appoggiamo gli zainoni e scendiamo subito.
Per arrivare al quartiere culturale di Gamcheon si devono prendere una metropolitana e un piccolo bus verde assieme a cinque signore anziane.
Impazziamo a vedere questa carretta arrampicarsi per gli stretti e ripidi tornanti che risalgono la spalla della città, fino a scendere nel punto più alto con vista sul villaggio.
Gamcheon si arrampica sul versante sud di una collina, con decine di baracchette colorate, rese ancora più accese dal sole del pomeriggio, che guardano verso il porto e il mare orientale cinese.
Dobbiamo all’inizio fare zigzag tra le turiste in posa per le foto, i baracchetti che vendono portachiavi o frittelle al formaggio prima di poterci arrampicare tra qualche viottolo stretto e deserto. Noto che da qualsiasi parte sono disegnati o vengono vendute le figure del piccolo principe, così scopro su Internet che Gamcheon era un vecchio villaggio di rifugiati dalla guerra con il Giappone, rimasto sempre in degrado e povertà. In un’opera poi di riqualificazione si è voluto far riferimento alla favola del piccolo principe per trasmettere la resilienza e il valore del posto a dispetto delle sembianze di baraccopoli, tanto che furono installate delle piccole statue del principe e della volpe del deserto, diventate oggi il simbolo del quartiere. Saliamo così all’osservatorio più in alto, per scattare qualche foto e goderci il paesaggio, mentre l’ombra della collina pian piano si arrampica sulle baracche accese dal tramonto.
Scendiamo per vicoli stretti, vagando un po’ a caso senza una meta precisa. Finiamo in quello che è sicuramente un quartiere più popolare, con strade deserte, qualche anziano che cammina con le mani dietro la schiena, operai che mangiano noodle guardando le partite di baseball sul telefono, seduti su microscopiche seggiole di plastica, mercanti annoiati fuori dai loro negozi in attesa di qualche cliente che sanno non arrivare.
Un po stanchi di camminare, proviamo a cercare qualcosa da mangiare in un mercato coperto vicino ma senza grandi risultati: qualsiasi baracchino di street food vende pesce o molluschi.
Non ci resta che tornare verso l’hotel e cercare qualcosa lì attorno. Non appena tornati nel quartiere commerciale, di nuovo veniamo innondati dalle luci e dalle insegne colorate. Ci sono giovani in giro, c’è di nuovo finalmente vita. Paolino ha trovato su Naver un ristorantino che propone menù vegani, così ci infiliamo in una vietta sgangherata appena accanto alle strade più frequentate. Mangiamo noodle piccanti, frittata con pomodori, tofu marinato nelle spezie (ancora più piccante) e riso con verdure.
Il troppo piccante mi stomaca e mi trascino tra i negozi di vestiti prima di finire in hotel.
Doccia e letto. Domani avremo più tempo ed energie per vedere Busan.Read more
Le perle di Gyeongju
September 7 in South Korea ⋅ ⛅ 25 °C
È ancora buio quando apro la finestra della nostra stanza nel monastero di Golgulsa. Sono le 5 del mattino.
Facendo fatica a tenere gli occhi aperti, dopo una notte di nuovo discutibile su futon (doppio per Paolino) indossiamo i nostri vestiti da apprendisti monaci e cominciamo a risalire la strada in asfalto bagnato che porta al tempo più in alto, dove ieri sera abbiamo ammirato la statua del Buddha. Il cielo da nero leggermente si schiarisce, e attorno a noi solo il rumore dei grilli e delle sputacchine che provengono dalla foresta tetra. Gli ultimi gradini prima del tempio sono una tortura, ma probabilmente è tutto fatto apposta per far scorrere il sangue e svegliarsi perché, parliamoci chiaro, cominciare la giornata alle 5 del mattino è dura per chiunque, sicuro anche per i monaci.
Entriamo nel piano terra del tempio: una saletta piena di stampe sui punti chakra del corpo, pavimento in legno lucidato, una statua del Buddha dorata in fondo e un monaco inginocchiato di fronte, in attesa che ci togliessimo le scarpe, prendessimo un foglio con su scritti i canti da praticare e ci accomodassimo su uno dei cuscini disposti simmetricamente nella sala.
Alle 5:30 spaccate il monaco, aiutato dagli aspiranti volontari con la giacca grigia e in prima linea, cominciano a cantare una litania di versi semplici a ritmo costante. Noi per rispetto stiamo zitti, preoccupandoci solo di inchinarci e rialzarci ogni volta che il monaco batte sulla mano sinistra la verga in legno che tiene con la destra. Continuiamo così per un quarto d’ora buono, ad alzarci e a prostrarci, proprio come i 108 inchini di ieri, finché tutti smettono e stanno in silenzio. Un ragazzo nella prima fila si gira verso di noi e con un forte accento tedesco ci dice in inglese che ora si avrebbe meditato.
Ci mettiamo seduti a gambe incrociate, chiuso gli occhi, fatto due esercizi di stretching per la schiena, inspirato ed espirato soffiando tra i denti per tre volte (quello che viene chiamato takgi e serve per espellere e tenere lontani stress ed energia negativa) e poi silenzio.
Per me è difficile rimanere concentrato, sento tremori e continui spasmi sulle gambe che si ribellano ad una posizione che non è mai stata tra le mie preferite. Non serve a nulla il cuscino rialzato dalla piega sotto il sedere. Soffro. Ma cerco nel silenzio di spingere la mente fuori dalla stanza, ascoltando il cri cri delle cicale e dei grilli, il vento tra le foglie della foresta che spira potente, ai minimi movimenti in giro per la stanza. Affiorano i pensieri verso casa, verso il lavoro, verso i problemi. Cerco di mandare via tutto e, dopo esserci riuscito, le gambe si sono placate, le ginocchia si sono abituate.
Saranno passati dieci, quindici minuti, non lo so, ma in modo naturale apro gli occhi qualche secondo prima che l’allievo tedesco batta due volte una piccola campana di legno segnando la fine della meditazione.
Facciamo dei piccoli esercizi per riattivare le circolazione, ci alziamo e usciamo, ringraziando il monaco maestro che mi osserva e sorride alla mia altezza.
Camminiamo per una piccola salita e, appena sopra il tempio, ci mettiamo in cerchio di fronte ad un mausoleo di pietra. Il secondo esercizio di meditazione è camminare attorno al mausoleo, in silenzio, con la mano sinistra sul grembo che copre la destra, la mano dell’azione, inspirando ed espirando ad ogni passo lento, ascoltando le sensazioni sui piedi ed essere presenti.
Facciamo tre giri, che alla fine ci sgranchiscono dopo la meditazione seduti.
È tempo di colazione, nella mensa dove abbiamo avuto la cena ieri sera. Mangio leggero, pane e marmellata o pane e sottiletta di formaggio, con del brodo di tofu caldo.
Passiamo poi un’oretta libera per riposarci. Ne approfitto per scrivere il diario seduto sulle panchine umide dalla notte, di fronte ad un laghetto di loti con le fontane.
Alle nove è tempo di rimettersi in esercizio con la seconda parte degli insegnamenti del Seonmudo. Il monaco con la sua tuta nera ci guida in tutta una serie di esercizi per allungare il corpo e di mobilità, con l’intento sempre di incanalare le energie e assumere pose statuarie e di equilibrio (al comando shi-shi). Ne usciamo abbastanza provati, ma soprattutto io ne esco convinto di aver perso tutta la mia mobilità e il fisico che avevo da atleta… e serve rimediare non appena torneremo a casa.
Alle 11 invece ci vediamo al secondo piano della palestra, per una piccola sessione di chiacchiera di fronte ad una tazza di tè proprio con lo stesso monaco che, aiutato dalla segretaria del tempio per tradurre in inglese, ci racconta del suo percorso monastico, che la vita di un monaco buddhista moderno non è all’insegna delle privazioni ma un giusto bilanciamento. Che per allenare la mente a non perdersi durante la meditazione consiglia di contare e concentrarsi sui numeri.
Alle undici e mezza pranziamo, con funghi, riso, zucchine fritte e anguria.
Infine ci cambiamo, sistemiamo la stanza, portiamo il vestiario alla reception e a mezzogiorno siamo fuori dal tempio, soddisfatti dell’esperienza e con una bella storia da raccontare.
Condividiamo il tragitto verso Gyeongju con una ragazza francese che ha fatto il templestay con noi, scoprendo che viaggia un sacco lavorando da remoto e che le sue prossime tappe saranno Taiwan e la Thailandia.
Rientriamo a Gyeongju, torniamo all’albergo Hanok dell’altra sera, rifacciamo check in e portiamo gli zainoni che avevamo lasciato in custodia nella nuova stanza, questa volta al piano superiore con una bellissima vista sui tetti della città.
È solo l’una del pomeriggio e ci sembra che la giornata stia per concludersi. Non siamo cotti, ma comunque non c’è intenzione di fare molto, così prima ci concediamo un buonissimo caffè con latte di soia e due croissant spaziali nel bar vicino, quello che era chiuso la mattina prima e ci è toccato rimpiazzare con lo Starbucks. Dopodiché decidiamo di anticipare il momento lavanderia che avevamo programmato per Busan. Facciamo borse di vestiti sporchi e le ficchiamo in un laundry mat automatico poco distante dall’hotel. Il lavaggio ci mette solo 45 minuti, troppo poco per allontanarsi verso il centro città, così decidiamo di farci una lenta camminata spensierata nel quartiere li attorno di Hwangam. Scopriamo così una parte della zona completamente inaspettata, piena di localini e ristoranti, uno più bello dell’altro. Il sole pomeridiano scalda ma c’è il vento costante che ci fa stare meravigliosamente, mentre camminiamo a caso tra le viette. Troviamo e ci innamoriamo di un ristorante con il laghetto di fronte e le pietre in mezzo per attraversarlo e poter entrare, scoprendo che è un posto indicato per vegetariani. Prenotiamo per la sera senza neanche pensarci troppo.
I vestiti sono lavati nel frattempo. Li cacciamo in asciugatrice e continuiamo il giro, perdendo tempo a guardare i menu dei ristoranti (che purtroppo propongono sempre gli stessi piatti) e i gacha, i negozietti con i distributori di sorpresine che tanto piacciono a Paolino.
L’asciugatrice non fa un lavoro perfetto ma, piuttosto che perdere altro tempo, portiamo tutto in camera e appendiamo calzini e magliette su qualsiasi appiglio troviamo. Il resto lo farà il sole e l’aria che entra copiosa tra le finestre.
Usciamo di nuovo, prendiamo i monopattini per spostarci verso il centro più commerciale del paese, alla ricerca di un rasoio per la barba migliore di quello che ci siamo portati e una camicia per Paolino per la sera.
Del rasoio nessuna traccia, mentre siamo fortunati a trovare una camicetta a quadratini e a pagarla non tanto in un negozietto separato dalle grandi marche.
Rientriamo in stanza, doccia e ci prepariamo per la sera.
Il ristorante è bello, tranquillo fino all’arrivo di due indiani con la bambina piccola e chiassosa, ma i piatti sono pazzeschi.
Ne usciamo contenti e attraversiamo di nuovo la città per goderci finalmente, senza troppi turisti, il palazzo di Hwangnyongsa illuminato e riflesso sull’acqua del laghetto sottostante.
Il sonno si fa sentire. E i calzini appoggiati per terra e le magliette appese sono praticamente asciutte.
Un buon motivo per dormire di nuovo sui futon spessi pochi centimetri.Read more
Golgulsa
September 6 in South Korea ⋅ ☁️ 25 °C
Questa mattina ce la prendiamo con molta calma, anche perché la notte sul futon praticamente inutile è stata alquanto terribile.
Risvegliarsi però aprendo la porta scorrevole in legno e vedere la corte dell’hanok ha cancellato tutte le nostre paturnie.
Non c’è la colazione in questo posto, quindi ci vestiamo e ci mettiamo alla ricerca di un panificio o un bar aperto. Incrociamo un gruppo WeRoad italiano nella stessa nostra missione, ma il bar che avevamo puntato (come ormai abbiamo capito essere tutti i locali qui) apre più tardi. I WeRoaders si mettono così su uno spiazzo verde a fare ginnastica mattutina nell’ingannate l’attesa, ma noi abbiamo voglia di caffè quindi troviamo purtroppo l’unico posto aperto che ce lo può fornire: uno Starbucks. 1 caramel macchiato piccolo e una fetta di cheesecake ci sono costati come la cena di ieri sera.
Torniamo a fare le valigie, le lasciamo in reception e facciamo un giro a caso per il centro. È domenica mattina e la città si sta lentamente svegliando, ci dirigiamo verso uno dei parchi centrali, dove si ergono delle bellissime collinette semisferiche di erba. Sembrano le colline di Windows 97. Sono in realtà delle tombe della famiglia Shylla, che regnava sulla zona prima della dinastia Joseon. C’è una di queste trasformata in museo, dove si può apprezzare il lavoro ingegneristico di palizzate e mura in pietra che avvolgono la tomba, per poi coprire di strati di terra e argilla.
Come al solito, c’è pace nell’aria. Tira molto vento oggi, tanto che sul telefono ci arrivano ogni tanto gli avvisi di sicurezza del governo sul vento forte. Questo però fa correre le nuvole, proiettando giochi di luce e ombra sulle colline verdi.
Esploriamo la parte più commerciale della città, con le solite stradine piene di negozi stile Seoul. Paolino si compra la scorta di emergenza di mutande e rientriamo, non prima di aver trangugiato un paio di tramezzini all’uovo al kombini e provato una frittella al formaggio bollente.
Ci siamo dilungati un po nel giro, così inforchiamo i monopattini, ormai diventati un mezzo essenziale per spostarci, e ci affrettiamo a raggiungere la fermata del bus.
Gli zainoni li abbiamo lasciati nell’hotel.
Oggi viaggiamo leggeri.
Il bus 100, a tutta velocità, sfreccia per un’ora tra le montagne fuori Gyeongju. Alla fermata, un piccolo furgone ci aspetta e ci porta al tempio buddhista di Golgulsa.
Oggi faremo quello che viene chiamato Templestay, ovvero una giornata (e una notte) in un tempio buddhista per scoprire la vita monastica e sperimentare un po di tranquillità delle foreste coreane.
Al check in ci vengono fornite le lenzuola per il nostro futon, la divisa composta da un giacchino arancione e un paio di pantaloni larghi marroni.
La nostra stanza è ovviamente molto spartana, ma siamo fortunati che è solo per noi.
Ci cambiamo e aspettiamo l’inizio delle attività.
Nel frattempo i nuvoloni continuano a correre con il vento e la dimostrazione a cui avremmo dovuto assistere nel patio all’esterno del nostro dormitorio viene spostato all’interno di quella che sembra proprio una palestra, con parquet lucido e tappetini da yoga.
Assistiamo così ad una dimostrazione del Seonmudo, un’antica arte marziale utilizzata a scopo meditativo.
Il monaco capo, assieme ad alcuni allievi della scuola si prestano così in movimenti precisi e sincronizzati e qualche acrobazia che fa applaudire la sala piena di noi “apprendisti” e decine di visitatori domenicali del tempio.
Una volta mandati fuori i turisti, è tempo di imparare un po di tecniche del Seonmudo, che nel suo livello base non è più di un pilates misto thai chi.
La pratica successiva però è stata quella più importante.
Solamente chi voleva, avrebbe potuto fare le 108 prostrazioni: una pratica meditativa in cui ci si inchina su di un grande cuscino per 108 volte, rappresentanti i sei sensi, moltiplicati per i sei organi sensoriali, moltiplicati per i sentimenti, moltiplicati per presente passato e futuro.
È stata una pratica molto faticosa, che ci ha fatto sudare e si sentiva sulla schiena e sulle dita dei piedi ogni volta che si passava da in piedi a inginocchiati per poi tornare su in piedi, al ritmo del monaco che batteva una verga per segnare la partenza dell’inchino. Tra una goccia di sudore e l’altra però, ad un certo momento sono riuscito a chiudere gli occhi, continuare la pratica in automatico e liberare la mente. Non racconterò cosa ho visto, ma posso solo dire di essere stato grato per quel momento di tranquillità.
Siamo poi scesi in un’altra struttura per la cena, semplice e tutta vegetariana.
Alle sette di sera avevamo finito di mangiare.
Con Paolino allora, per digerire un po, abbiamo risalito le vie impervie attraverso i boschi per vedere la statua del Buddha e ammirare un po il panorama verde mentre tutto attorno a noi si fa buio.
Alle nove siamo a dormire. Domani sveglia molto presto.Read more
L’universo e i ponti
September 5 in South Korea ⋅ ☀️ 26 °C
L’hotel non ha la colazione, ma ieri sera abbiamo trovato quello che sembra un panificio francese, o una catena che lo scimmiotta, che apre stranamente presto rispetto a qualsiasi locale coreano.
Ci vestiamo e scendiamo ma le speranze sono vane: niente brioches, niente di niente, devono ancora rifornire. E costa tutto tanto. Così ci accontentiamo di due caffè allungati con un bricchetto di latte di mandorla e due krapfen confezionati del 7eleven. 5€ in due con anche le acque per la giornata.
Convinti che Andong abbia comunque poco da offrire, decidiamo di andare a visitare l’unica cosa che può avere un valore storico: il ponte di Wolyeonggyo, che però si trova un po’ fuori dal centro, e abbiamo visto le distanze a piedi sono abbastanza proibitive. C’è un autobus che porta lì, il 112. Ma Naver neanche stavolta aiuta molto, non sono indicati gli orari attuali, solo quelli di una settimana fa.
Arriviamo alla fermata con largo anticipo, ci sediamo e aspettiamo. La mattina è fresca, c’è vento e le nuvole corrono in cielo alternando luci e ombre sull’asfalto.
Il bus arriva in orario, saliamo, tappiamo il telefono sul lettore t money e ci sediamo. Non facciamo neanche cinquecento metri che mi accorgo il bus gira a destra e attraversa un ponte, cosa che non avrebbe dovuto fare. Abbiamo preso il 212, non il 112.
C’è poco da arrabbiarsi, non siamo stati attenti. Così scendiamo alla prima fermata.
L’unica soluzione per arrivare al ponte è tornare indietro alla fermata del bus (mezz’ora di camminata almeno) e pregare ce ne sia un altro per il ponte. Oppure desistere, tornare a piedi in centro e vedere qualcos’altro.
Nell’incamminarci però incrociamo un paio di monopattini a noleggio, ma l’applicazione a cui fanno riferimento non si trova in Internet. sarà qualcosa solo per coreani pensiamo, così andiamo avanti.
Poco dopo ne troviamo altri due, di una marca diversa. Provare non costa nulla e questa volta veniamo premiati! L’applicazione si scarica, si riesce a caricare il credito con le nostre carte, inforchiamo i monopattini e partiamo a tutta velocità.
Può sembrare una cosa banale, ma mentre sfrecciamo in direzione del ponte sulla curatissima pista ciclabile accanto alla strada, passando case storiche con i tetti a tegole nere sulla sinistra e un’enorme diga sul fiume alla destra, non riesco a non sorridere. Se non avessimo preso lautobus sbagliato non avremmo potuto sperimentare questo modo alternativo e divertente di girare in Corea.
Arriviamo così a Wolyeonggyo, parcheggiamo i monopattini e attraversiamo il ponte in legno più lungo della Corea. C’è un bellissimo vento, quasi nessuno, una coppia con i figli piccoli che corrono sulle assi e un signore anziano seduto sulla panchina del piccolo padiglione centrale intento a guardarsi una serie tv sul telefono.
La pace che si percepisce qui è meravigliosa. Proseguiamo attraversando il ponte dall’altra parte, scoprendo un piccolo villaggio hanok con un laghetto di loti e una ruota ad acqua che pacifica si riempie e gira ogni tanto.
È bello camminare senza una meta, vantandosi in testa le musiche di qualche film ghibli o cercando di assaporare il momento di serenità.
Dal molo sul laghetto sentiamo della musica, è un signore che fa le prove per probabilmente uno spettacolo che si sarebbe tenuto la sera a bordo lago, dopotutto è sabato.
Ripercorriamo al contrario la strada per tornare verso i monopattini, prendiamo un caffè al bar di fronte allungandolo con il secondo bricchetto di latte di mandorla e inforchiamo di nuovo i monopattini per tornare verso il centro. Vediamo dalla mappa che c’è un negozio Uniqlo accanto al fiume e siccome è diventata una tradizione visitarli in ogni città che passiamo, ci dirigiamo verso di questo, attraversando a tutta velocità i parchi pubblico fronte fiume.
Parcheggiamo in quella che sembra essere la piazza delle cerimonie, con un grande teatro circolare coperto al centro.
Sentiamo della musica forte e una voce al microfono che dice cose provenire proprio da questo teatro, così cerchiamo l’entrata per sbirciare dentro.
Non facciamo in tempo a scattare una foto che un ragazzo ci arriva incontro, ci mette al polso due braccialetti di carta e ci accompagna dentro al teatro circolare, con spalti pieni di persone, anziani, coppie, bambini. C’è un presentatore al centro della piazzetta che sta facendo cantare dei bambini. Si avvicinano a noi intanto delle signore, tutte con la felpa bianca uguale che ci accompagnano a sedere sugli spalti. Di nuovo, rimaniamo a bocca aperta nel cercare di capire cosa stesse succedendo che un’altra signora si avvicina e, con un inglese abbozzato ci chiede “siete turisti?” “Si” “benvenuti, questi sono per voi!” E ci porge dei piattini di plastica con arachidi bollite, chicchi enormi d’uva bianca e un piatto pieno di palline di riso ripiene di marmellata.
“Quanto costa? Dove possiamo pagare?” “For free!” E se ne va. Noi attoniti.
Mangiamo quelli che sembrano proprio dei mochi, l’uva buonissima e le arachidi umide che sanno da poco.
Nel frattempo i bambini sul palco sono stati sostituiti da anziani che giocano con un telo colorato e un pallone.
Mi chiama un signore dietro di me chiedendomi chi eravamo, se abitavamo lì, perché eravamo in Corea in un inglese modesto. Mi racconta che è un insegnante di inglese in pensione da dieci anni, che è lì con la fidanzata e si, stavamo assistendo ad un festival della comunità. Una sorta di sagra ma all’ora di pranzo e con quello che sembra essere cibo gratis per tutti.
Chiacchieriamo un po, ci presenta la sua fidanzata, gli raccontiamo dell’Italia, di Venezia e di Roma, del fatto che da noi esiste una città dove la gente non ha le auto ma guida barche. Lui ci spiega che Andong è una città molto rinomata e famosa per il villaggio di Hahoe (che abbiamo visto ieri) e un festival di maschere tradizionali che si svolge a fine mese. Capiamo ora perché in questi giorni la città è preparata per accogliere migliaia di persone ma è deserta. Ci racconta del rapporto ancora teso tra la Corea e il Giappone dovuto alle guerre passate, noi cerchiamo di sdrammatizzare dicendo che anche gli italiani odiano i francesi allo stesso modo.
Ci portano altro cibo, quello che capiamo essere il famoso Bibimbap, una sorta di poke con riso, uova, alghe varie, kimchi e purtroppo (anche se ci avevano assicurato di no) carne macinata. Ce la mettiamo via e per non offendere nessuno lo assaggiamo.
Tutti ci guardano, ci portano da mangiare e bere. Sembra veramente assurdo.
Ancora una volta, se non avessimo sbagliato autobus, non avremmo potuto godere di un momento speciale e dell’ospitalità delle persone locali vere. Il tutto gratis. Chiediamo più volte di pagare qualcosa, non ci lasciano.
Ma sta diventando tardi. Ringraziamo di nuovo tutti e scappiamo prima che ci offrano ancora cibo.
Siamo sazi, ed è passato solo da poco mezzogiorno. Passiamo in rassegna al volo il negozio Uniqlo per cui ci eravamo fermati, dopodiché raggiungiamo di nuovo il centro città.
Caffè con ghiaccio al gusto hazelnut del kombini accanto all’hotel, prendiamo gli zaini grandi e rifacciamo in autobus il tragitto per la stazione dei treni fuori città.
Il KTX questa volta dura solo mezz’ora, ma capiamo già dal paesaggio che stiamo salendo di altitudine. Arriviamo a Gyeongju con un po di nuvole veloci in cielo e aria fresca.
Nuovo bus per il centro città e in altri venti minuti stiamo camminando su una strada quasi pedonale, con Hanok in legno chiaro a destra e a sinistra, trasformati in negozietti di cianfrusaglie o cafe di design o baracchetti di street food. Camminiamo tra la folla del sabato pomeriggio, intenta a fare coda per mangiare un medaglione di formaggio al baracchino che espone gli screenshot della puntata YouTube dell’influencer di turno che li è venuto a trovare, oppure che si infila nei negozi tutti uguali di distributori di palline e sorpresine, che Paolino assolutamente vuole visitarne il più possibile.
Arriviamo al nostro hotel, un vero e proprio palazzo Hanok. La nostra camera è una stanza spoglia, 3 metri per 3 con un bagnetto annesso. Basta.
Ma la vista appena si apre la porta scorrevole sembra portarci indietro di secoli.
C’è una fontana al centro della proprietà, con le carpe colorate.
Decidiamo di lavarci, prima di riuscire ad esplorare la città.
Quando ci infiliamo di nuovo nella folla, sono passate da poco le cinque. Il vento fresco non ha smesso di spirare e c’è una luce bellissima in giro, quella che precede un tramonto di fuoco.
Ci diciamo di voler cenare con street food stasera, quindi proviamo prima i medaglioni a forma di moneta che non sono altro che pancake dolci con dentro formaggio e un tocco di maionese, niente di che e infine una sorta di krapfen salato con cetrioli e salsa rosa. Mah.
Nel nostro vagare per le viette, arriviamo in un gigantesco prato, dove decine di bambini con i genitori fanno volare dei piccoli aquiloni con la bandiera coreana dipinta sopra. Rimango ammaliato da questa immagine di nuovo di pace e spontaneità: questi piccoli quadrati al vento, con lo sfondo le nuvole tinte di rosso e gialli del tramonto. Uno spettacolo mozzafiato.
Ritorniamo nelle stradine, c’è voglia di cibo ma Gyeongju non sembra darci molte alternative vegetariane così, perché no, ci diamo alla pizza in un localino spacciato per italiano. Le pizze sono grandi un terzo delle nostre, ma la quattro formaggi con miele e fichi si batteva con onore.
Sazi, continuiamo a passeggiare. Arriviamo al ponte di Wolyeonggyo, illuminato meravigliosamente e specchiato sul fiume sottostante. Un altro ponte, un’altra bella sorpresa di questa giornata lunga ma piena. Proseguiamo poi per il parco tenuto benissimo del centro seguendo fiotte di persone che si godevano una prima serata fresca d’estate dopo tanto caldo. Tutti vanno a vedere il palazzo di Donggung, ma costa 2,50€ a testa entrare e c’è veramente il casino. Decidiamo di rimandare a lunedì sera, quando sicuramente ci sarà meno calca.
Rientriamo sui nostri passi, ci fermiamo a prelevare, posiamo il futon a terra della stanza e proviamo a dormire su cuscini piccoli e duri e su cinque centimetri di spessore di materasso.
Spoiler. Non dormiremo.Read more
Il villaggio di Hahoe
September 4 in South Korea ⋅ ☁️ 27 °C
Anche se il treno per lasciare Seoul è alle 11, ci svegliamo comunque presto. Vogliamo sfruttare più tempo possibile in questa città che piano piano ci ha affascinati. C’è un sole bellissimo, brezza fresca e camminare per le strade tranquille è veramente piacevole.
Non abbiamo mete precise così proviamo andare a nord dell’hotel, seguendo gli odori di caffè che provengono dalle decine di combini e baretti per strada. Ad un certo punto veniamo attirati da una bellissima porta di un tempio ed entriamo. Scopriamo così il tempio buddista di Jogyesa, decorato con decine di piante e campanelle al vento per la festa dei fiori di loto. Varcare quella porta e stato come entrare in una sensazione permanente di pace, serenità, gratitudine. Come noi, numerose vecchiette si avvicinano alle statue del Buddha inchinandosi in qualsiasi direzione ed entrano nel tempio a pregare.
Rimaniamo fuori per rispetto, godendoci comunque la situazione con il venticello che muove campanelle e lanterne, il sole che scalda leggermente l’aria, i rumori della città che rimangono fuori da questa area sacra.
Purtroppo ci rimane poco tempo, così rincasiamo verso l’hotel, non prima di aver assaporato ed elencandomi a mente quello che ho notato e in questa città strana ma bellissima.
Un sistema che sembra meno rigido del Giappone, qui le persone vanno a lavoro vestite come vogliono, non per forza in camicia bianca e abito nero. Camminano tutti guardando il telefono, tanto che gli incroci pedonali hanno delle luci a terra rosse e verdi per segnalare lo stop anche a chi non ha la testa alzata verso i semafori. Le auto elettriche sono all’ordine del giorno, tutte curate, pochi suv, e nessuno che ostenta macchinoni. La passione per il caffè, sempre e comunque in questi bicchieroni pieni di ghiaccio. Non è consentito fumare per strada, ci sono ogni tanto dei piccoli spazi dove la gente si raduna per scaricare i nervi.
Kombini, quanti. Una salvezza perché qualsiasi bar o pasticceria non apre prima delle 10 del mattino.
Ci sono montagne dappertutto attorno alla città e l’unico modo per orientarmi è guardare la mappa sul telefono. Di solito ho un sesto senso per il nord, a Seoul la mia bussola mentale è completamente sfasata.
Arriviamo in hotel, prendiamo gli zaini, check out al volo e ci mettiamo in marcia verso la stazione della metro. Linea 1 per venti minuti, stazione dei treni e alle 11 siamo sul KTX che lascia la città verso sud.
Come già avevamo apprezzato in Giappone, appena lasciata la periferia di Seoul ecco apparire le distese immense di risaie che si accendono di verde dalla luce del sole del mattino. Il paesaggio sfreccia via mentre il treno corre veloce. Mangiamo un tramezzino all’uovo e mais e un Gimbap all’uovo recuperati al konbini appena fuori l’albergo e ci guardiamo film e serie.
Arriviamo ad Andong che sono le due. Scopriamo fortunatamente che c’è un locker in stazione così, per soli 4€, possiamo lasciare i nostri zainoni mentre visitiamo il villaggio di Hahoe.
Secondo Naver, la sostituta di Google maps per la Corea, raggiungere il villaggio sembra semplice: basta prendere il 212 e in mezz’ora si è lì. Ma il 212 non sarebbe passato prima di mezz’ora, così opto per la seconda scelta: il 110 che parte subito fino ad un punto e poi il 3 fino al villaggio. Semplice.
Prendiamo il 110. Facciamo sedici fermate in mezzo alle risaie e ai villaggetti deserti. Nel bus siamo noi e 4 anziane che non sembrano proprio turiste.
Il bus ci lascia in mezzo ad una strada, proprio le strade nel nulla che ci puoi finire solo se scegli di farlo, altrimenti te lo sconsiglierebbe chiunque.
Ma c’è una fermata del bus. È indicato che sarebbe passato il 3. Ma non c’era scritto quando. Ricontrollo Naver, il 3 non è dato sapere che orari ha. Guardo quanto ci si mette a piedi, più di un’ora sotto il sole. No, assolutamente no.
Rimane un’unica cosa, Uber. Guardo l’app: 5€ di taxi per raggiungere il villaggio. Ci pensiamo giusto mezzo secondo e poi lo chiamo.
In dieci minuti di taxi siamo alla biglietteria.
Paghiamo, ci indicano un posto per prendere lo shuttle per arrivare dentro a Hahoe, nell’attesa prendiamo un caffè con ghiaccio in uno dei baretti appena fuori dalla biglietteria. Non c’è un’anima. Senza troppo chiederci perché, saliamo sullo shuttle e arriviamo nel villaggio cinque minuti dopo.
Hahoe si sviluppa sul versante di un bellissimo fiume. Leggiamo che molte delle case dell’epoca sono ancora abitate, che si contraddistinguono tra quelle con i tetti in paglia costruite per i popolani e quelle con i tetti in coppi per i padroni e i più abbienti.
Camminiamo in religioso silenzio tra le stradine, ascoltando il rumore del vento che muove le vaste risaie attorno a noi. Guardiamo e fotografiamo scorci, viste, dettagli di una piccola comunità tranquilla. Ne traspare un senso di pace e calma. Sono estasiato, mentre in testa passa di continuo la musica di Totoro.
In poco più di un’ora abbiamo coperto quasi tutta la grandezza del villaggio, così saliamo sul 212 in partenza da centro e scopriamo che ci avrebbe riportati indietro alla stazione senza cambi. Lusso.
Scendiamo dall’ autobus, recuperiamo gli zaini nel locker e saliamo su di un altro diretto al centro storico. Qui troviamo l’hotel, ci docciamo e cambiamo ed usciamo subito in cerca di cena.
Andong alle sette di sera di sì presenta come una città fantasma: strade piene di luci senza nessuno, il mercato coperto con le bancarelle chiuse o in chiusura, i ristoranti che si vedono vuoti da fuori e con le cameriere svogliate. Difficile immaginare questo posto con vita: sembra di essere a Jesolo di inverno.
Troviamo da mangiare in un ristorantino specializzato in ravioli dove mangio zuppa con porri e pepe e Paolino dumpling di verdure.
C’è poco da fare in questo posto.
Giusto due passi nella desolazione ma senza grandi mete.
Proviamo dei gelati a forma di pesce con vaniglia e fagioli e ci buttiamo a letto.Read more
Girando Seoul
September 3 in South Korea ⋅ ☁️ 29 °C
Oggi niente guida, siamo da soli. Ma decidiamo comunque di svegliarci presto per riuscire a beccare il fresco del mattino e magari una Seoul con pochi turisti.
In particolare ci interessa un posto molto famoso, un piccolo quartiere hanok, con case tradizionali, che le guide lette online consigliano di visitare presto per evitare appunto la calca.
Così alle otto siamo già fuori. La giornata è splendida, il sole filtra tra i palazzi in vetro e fa fresco, quasi da felpina.
Sebbene ci fossero vari bus per arrivare a Bukchon, preferiamo camminare un po’, per goderci la Seoul del giovedì che si risveglia. Traffico composto, persone assonnate che camminano con l’immancabile bicchierone di caffè e ghiaccio in una mano e telefono nell’altra, intenti a guardare la loro puntata di kdrama mentre vanno al lavoro, genitori che accompagnano i figli a scuola in motorino, una madre che guarda apprensiva dalla porta di casa i bambini del palazzo riunirsi avviarsi verso scuola da soli, le signore volontarie che si piazzano in mezzo alla strada sventolando una bandierina gialla per far passare la gente sulle strisce pedonali. Vita normale, di un giorno normale.
Camminiamo verso Bukchon, ma quando arriviamo ad imboccare il vicolo per il quartiere scopriamo vari cartelli minacciosi e una signora imbardata con cappello da pescatore e mascherina che manda via la gente. Per rispetto degli abitanti che vivono ancora nel quartiere, i turisti non possono entrare prima delle dieci del mattino. Questo ci scombina un po i piani, ma dalla mappa vediamo che poco più ad est c’è un altro palazzo reale che ha appena aperto le visite, così decidiamo di spendere i miseri 5€ a testa di biglietto ed entrare. Veniamo sorpresi così dalla bellezza e dalla grandezza del palazzo di Changdeokgung , la seconda residenza reale. Sviluppata in maniera asimmetrica e seguendo la naturale conformazione del terreno, questa tenuta ci sorprende per come è tenuta, per i pochi turisti, per la solennità e calma che esprime.
C’è addirittura una audioguida in inglese gratuita per il telefono, così ci ficchiamo una cuffia a testa e camminiamo in giro esplorando qua e là. Comincia a farsi sentire il caldo e, complice la colazione abbondante che stiamo man mano digerendo, siamo veramente spossati. Non basta l’acqua e vitamine a tenerci in piedi, così ci trasciniamo all’ombra degli alberi nel giardino segreto reale: un angolo paradisiaco immerso nel verde, con laghetti e padiglioni in legno rosso che trasmettono calma e distacco dal mondo.
Ci sarebbe da stare ore dentro la tenuta per vedere tutti i palazzi, ma decidiamo di lasciarci qualcosa per la prossima volta, così usciamo di nuovo in strada e torniamo sui nostri passi verso il quartiere di Bukchon, non prima di aver assaggiato una frittella alle mele e preso anche noi due bicchierini di caffè con ghiaccio come i veri local.
Bukchon si dimostra più piccolo di quello che ci aspettavamo: facciamo fatica a risalire la famosa vietta, invasa da turisti e ragazzine in abiti tradizionali a caccia di selfie, ma per fortuna i caffè ci danno un po di carica per goderci qualche scorcio sulla città.
Per pranzo decidiamo di attraversare la città e provare uno dei ristorantini vegani che Paolino aveva diligentemente segnato sulla mappa prima di partire, così inforchiamo il nostro primo autobus coreano e ci immettiamo di nuovo tra i grattacieli nel centro città.
Facciamo tappa prima a metà strada, nel quartiere di Myeongdong, famoso per la strada piena di negozi famosi. Tra brand conosciuti, cianfrusaglie, k-beauty stores, c’è veramente un sacco di gente impegnata a comprare qualsiasi cosa. Ci divertiamo a scoprire le mille mila cretinate di shinchan e ci ripromettiamo di comprare qualcosa a Busan, in modo da non riempire troppo lo zaino in vista del volo.
Riprendiamo il bus e scendiamo a sud, verso il quartiere di Yongsan dong. È assurdo come, pur essendo ancora centro città, questo quartierino assomigli ad una tranquilla periferia: non ci sono palazzoni, le stradine sono quasi deserte, i bus sono piccoli, verdi e con gli occhi disegnati sui fari. Ci sono un sacco di localini e bar minimalisti, frequentati da qualche cliente rilassato a scrivere al computer o leggere il giornale.
Troviamo il nostro ristorantino all’angolo di una piccola palazzina di due piani, accanto ad una ripida salita dove macchine e motorini fanno fatica a salire.
Mangiamo due panini al tofu marinato e pomodoro, che ci costano come il pranzo e la cena di ieri messi insieme, ma siamo spossati e stare seduti un po’ al fresco ci fa recuperare le energie.
Usciamo, fa caldo e al sole si fa fatica a stare per tanto tempo. Aspettiamo il bus per tornare in centro immersi nel silenzio interrotto solo da qualche macchina di passaggio e le cicale delle due del pomeriggio.
Ci trasciniamo per un’altro piccolo quartiere di negozietti d’arte prima di decidere di tornare in albergo a riposare un po’.
Si sa, il secondo giorno è sempre quello più duro, e il ritmo che stiamo tenendo è comunque alto. Ci concediamo una doccia e dieci minuti di pennica al fresco, prima di rivestirci e uscire prima del tramonto.
Abbiamo visto praticamente tutto ciò che ci interessava, lasciando ovviamente qualcosina per una prossima volta come abbiamo imparato a fare. Vogliamo toglierci però lo sfizio della libreria Starfield, così ci facciamo quasi 50 minuti buoni di metro per tornare a Gang Nam e ai suoi grattacieli chic. Questa volta troviamo la libreria aperta ma piena di gente ammassata perché di lì a poco ci sarebbe stato un concerto di musica classica. Poco male, riusciamo a fare qualche foto, perderci nell’inaspettato e immenso centro commerciale sotterraneo, ascoltare un paio di minuti di assolo violino e pianoforte e uscire, mentre il crepuscolo tinge di blu l’aria tra i bestioni di vetro e la temperatura finalmente si abbassa.
C’è voglia di cenare, ma prima spingo per andare a vedere un’attrazione famosa tra i giovani che avevo visto consigliato online. Ci facciamo quindi quasi un’ora tra metro e autobus affollatissimo prima di arrivare sotto il ponte di Banpo e vedere uno spettacolo di fontane colorate che dal ponte sparano verso il fiume a ritmo di musica. Non un granché come spettacolo siamo sinceri, ma abituati alle fontane del Bellagio a Las Vegas, capiamo che partivamo con aspettative alte. Poco male, ci beviamo una birra presa nel combini tra la metro e il bus e, piuttosto che attendere ore per raggiungere il centro con i mezzi, ci concediamo un pratico uber che in venti minuti ci riaccompagna nel quartiere di Myeongdong. Qui la situazione si è trasformata: il centro della strada principale si è riempito di bancarelle di street food. Cammino quindi attirato dai profumi e dalla curiosità di provare tutto, ma Paolino vuole sedersi a tutti i costi, quindi proviamo un ristorantino vegetariano al secondo piano di un edificio che affaccia la strada piena di gente. Mangiamo fritti di tofu, patate e formaggio e un’insalata con tofu e riso, accompagnati dall’immancabile kimchi.
Paolino si compra delle patch da attaccare alle magliette e la mia voglia di street food è sparita dopo la cena abbondante. Preferiamo provare un gelato al combini, mentre passeggiamo per i palazzoni di vetro nero verso l’hotel.
È l’ultima sera a Seoul. Domani si cambia. Comincia il viaggio zaino in spalla.Read more
Guardando all’insù
September 2 in South Korea ⋅ 🌧 25 °C
La sveglia è alle 6:50, ma il jet lag ci ha fatto aprire gli occhi già da un paio d’ore.
Facciamo colazione con uova e riso, spaghetti con soia e pancake nel ristorante dell’albergo pieno di quadri e opere d’arte finte.
Usciamo di buon ora. Abbiamo appuntamento alle otto e venti non troppo lontano dall’hotel. Ne approfittiamo per passeggiare e dare uno sguardo a Seoul già in moto e fortunatamente senza pioggia.
È una città di palazzoni e traffico quella che ci si presenta attorno ma, come il Giappone, non ci lascia una brutta sensazione anzi, c’è pulizia, quasi silenzio grazie alle auto praticamente tutte elettriche. La gente passeggia ordinata per andare a lavoro, i turisti non sono ancora usciti dagli alberghi.
Facciamo giusto in tempo ad arrivare all’appuntamento che conosciamo Sunny, la nostra guida locale che abbiamo prenotato con GetYourGuide grazie al regalo di compleanno dei miei colleghi.
Sunny ci invita a salire in un van nero assieme ad altre ragazze e in poco tempo ci muoviamo nel traffico composto di Seoul.
La prima tappa del tour non è distante: il villaggio storico (o Hanok) di Namsangol. Questo prende il nome dal monte Namsan che lo circonda e su cui si erge la Seoul Tower. Visitiamo velocemente le residenze del padrone del villaggio e impariamo che già all’epoca usavano il concetto di riscaldamento a pavimento rialzando la casa e creando dei roghi sotto di essa.
Sunny è giovane, con un inglese molto accurato ed estremamente sorridente. Ci spostiamo dall’altra parte della città con il van per assistere alla cerimonia del cambio della guardia nel sontuoso palazzo di Gyeongbok assieme a decine di turisti da tutto il mondo, molti di loro vestiti in costumi tradizionali.
Giriamo attorno al maestoso palazzo, seminando a zigzag ragazze e donne in posa per una foto in costume e usciamo dalla struttura, non prima di aver apprezzato l’architettura bilanciata sul feng shui e l’utilizzo di statue di creature porta fortuna sui tetti.
Il tour prosegue in un delizioso museo del ginseng. Scopriamo essere una radice coltivata solamente in quattro posti al mondo, ma solo la Corea ha una combinazione di terreno e clima perche questa possa avere il più alto livello di nutrienti. Ci vengono elencati tutti i benefici e tutte le varianti, ma decidiamo di comprare eventualmente qualcosa più avanti nel viaggio, per evitare di appesantirci gli zaini fin da subito.
Ultima tappa, sopra la montagna di Palgakjeong a nord della città, dove scopriamo guardando lo skyline un po di storia cruenta della Corea del Sud, che ha resistito agli attacchi e tentativi di assassinio da parte di quella del Nord.
Finiamo il tour al mercato coperto di Gwangjang, dove salutiamo Sunny e ci immergiamo nei profumi delle bancarelle. C’è fame nell’aria così prima assaggiamo una sorta di pancake fritto pieno di riso e vedure, poi non contenti dell’esperienza local ci sediamo anche sulle panche di una bancarella comandata da una signora anziana super sorridente. Mangiamo ravioli con ripieno di kimchi e noodles fatti in casa nel brodo freddo di soia. Satolli, decidiamo di fare una passeggiata e raggiungere il vicino centro artistico DDP. Nell’arrivarci troviamo però tutto transennato e pieno di fotografi: sfortuna ha voluto che proprio oggi cominciasse la settimana della moda a Seoul, il che significa modelle (o aspiranti tali) in posa per i loro fotografi ad ogni angolo o gradino della piazza. Ci lasciamo quindi tutto alle spalle, anche attirati dal primo negozio Uniqlo del viaggio (si abbiamo intenzione di vederne molti). Facciamo due compere di pantaloncini in sconto, beviamo un caffè freddo nel bar appena sotto il centro commerciale e di nuovo bighelloniamo in giro.
È ancora presto per tornare in albergo e siamo abbastanza lontani per andare e tornare in metro, così decidiamo di rimanere fuori e spostarci verso il quartiere di Gan Nam, famoso per la vita lussuosa ma soprattutto la famosa canzone di Psy. Gan Nam possiede anche la biblioteca di Satrfield, uno dei simboli architettonici piu belli di Seoul, ma quando arriviamo scopriamo che è circondata da guardie e chiusa per una cena al suo interno, sicuramente per la fashion week.
Un po delusi, facciamo una foto al volo alla statua simbolo del GanNam style, riprendiamo la metro e saliamo nel quartiere di Seongsu. Arriviamo al tramonto e rimaniamo piacevolmente stupiti dalla luce del crepuscolo che illumina le strade piene di negozi e giovani che camminano godendosi il caldo e lo shopping. Giriamo quindi anche noi abbastanza senza meta, sbirciando tra i negozi di vestiti vintage, le profumerie e i supermercati dedicati solo ai prodotti di skincare, assaltati dai giovani. Percepiamo forte il desiderio di apparenza che c’è in questa cultura, fatta di abiti alla moda, tagli sempre perfetti, occhi spesso allargati chirurgicamente per sembrare più occidentali, pelle del viso liscia e riflettente.
Si fa ora di cena e, dopo un paio di focaccine salate con il burro, ceniamo un’altra volta con un paio di Gimbap al pulled pork, e digeriamo con un’ultimo giro per Seongsu.
Torniamo in albergo finiti. Abbiamo fatto quasi 20 mila passi oggi, scoperto un po di più questa Corea moderna e antica, meravigliandoci della sua grandezza, guardando all’insù i palazzi vertiginosi.Read more
Gimbap
September 1 in South Korea ⋅ 🌧 24 °C
L’idea di questo viaggio è nata lo scorso Febbraio. E non per un caso fortuito purtroppo. Avevo fatto una sorpresa a Paolino prendendo i biglietti per il concerto di Christina Aguilera ad Abu Dhabi. Era tutto perfetto: hotel, concerto, amici da andare a trovare.
E poi qualcuno ha pensato bene di attaccare l’Iran chiudendo Hormuz e lanciandosi bombe a destra e a manca, anche negli Emirati Arabi.
Quindi il concerto viene rimandato a settembre, ma non ce la sentiamo di spostare tutto, non dopo le situazioni di tensione durate mesi.
Decidiamo così a malincuore di cancellare e farci rimborsare biglietti e hotel.
Non volevamo però farci prendere dallo sconforto quindi, Skyscanner alla mano, abbiamo subito ripensato e riprogrammato il viaggio del 2026.
Volevamo tornare in Oriente, che ci è sempre tanto piaciuto, ma sapevamo che posti come Thailandia e paesi vicini sarebbero stati sotto i monsoni verso settembre. In più c’è sempre la regolina del paese nuovo all’anno che non mi tolgo dalla testa, quindi Giappone già fatto….
Manca la Corea.
E fortunatamente i voli per Seoul non costavano ancora così tanto vista l’anda della guerra.
Quindi preso il volo, fatto l’itinerario, prenotato alberghi e treni.
E poi aspettato.
Un’estate intera. Fatta sicuramente di cose meravigliose: un viaggio in America, il mio primo tour WeRoad in Marocco e una barca a vela nelle incoronate per Paolino.
Ma alla fine è arrivato il giorno della partenza.
Abbiamo sistemato e testato il nuovo sistema di innaffiamento delle piante automatico, controllato che le telecamere funzionassero, chiuso la porta dietro di noi e siamo partiti in un pomeriggio torrido di fine agosto.
L’aereo delle otto di sera fino a Istanbul non sembra neanche esserci stato, e l’aeroporto turco è il più grande che abbia mai visto in vita mia. Negozi, ristoranti (molto cari) aperti, pieno pienissimo di gente, anche se a mezzanotte passata. Ho sempre visto aeroporti chiudere tutto dopo una certa ora, questo sembrava acceso sempre e da una vita. Dividiamo un falafel da 19 euro e ci imbarchiamo sul Turkish verso est.
Il volo fino a Seoul è più corto dei soliti in America, ma si fa sentire tutto. Veniamo svegliati ogni due ore per mangiare, guardiamo filmetti e proviamo a dormire quando possiamo.
Atterriamo a Seoul tra le nuvole basse e scure. Non è proprio bel tempo.
Dogana, recupero zaini e giro per l’aeroporto di Icheon per trovare il treno fino al centro. L’express preciso e pulito lascia l’isola-aeroporto per inoltrarsi tra le periferie della capitale, mentre noto con dispiacere segni di pioggia sulle strade.
Arriviamo in stazione centrale di Seoul che ormai sono le sette di sera passate. Facciamo un po difficoltà a caricare le tessere dei mezzi sui nostri telefoni, tanto da arrenderci per comprare una corsa singola di metro per raggiungere l’hotel. Ci penseremo con più calma, una volta posati gli zainoni.
Ci mettiamo poco ad arrivare, e subito l’impatto della città non appena si esce dalla metro è forte. Palazzoni, insegne luminose ovunque, ristorantini e banchetti di street food ogni due metri ed una pioggerellina leggera che ci avrebbe sicuramente lavato se non avessimo avuto gli ombrelli.
L’hotel fortunatamente è a due passi, ma intanto buttiamo l’occhio su una strada piena zeppa di insegne luminose per tornarci dopo.
Facciamo check in, appoggiamo gli zaini e ci ributtiamo subito in strada. Ha smesso di piovere e sicuramente c’è più vita di prima. Percorriamo ammaliati la via piena di insegne di ristoranti e locali per karaoke.
Poco lontano Paolino aveva già individuato un Labab: un piccolo ristorante catena che serve i famosi Gimbap coreani, molto simili agli hosomaki giapponesi ma con molte più alternative vegetariane. Mi innamoro di quelli con la doppia frittata che eleggo comfort food del viaggio quando non sapremo dove andare o cosa cercare da mangiare.
Sazi (tre Gimbap enormi e due lattine di coca cola a 10€) continuiamo il nostro giretto.
Ci ributtiamo tra i palazzoni illuminati, le strade bagnate che riflettono le luci dei neon e delle insegne, le viette gremite di giovani seduti nei ristoranti a mangiare brodi improbabili o dentro i combini. Ci facciamo attirare anche noi dall’esperienza garantita dei piccoli supermercati già provata in Giappone e ne usciamo prima con un dolce alla crema e poi con due gelati al mirtillo faticosissimi da finire.
Abbiamo poche ore di sonno in corpo. E Seoul ci ha già regalato i primi attimi di meraviglia.
Non poteva cominciare meglio questo viaggio.Read more





































































































































































































































































































































































































































