Nel tifone per Tokyo
September 21 in Japan ⋅ 🌧 26 °C
Ci dobbiamo svegliare presto stamattina. Il treno per Tokyo parte alle 9.
Raggiungiamo la stazione schiacciati in bus tra anziani e pendolari, mentre teniamo d’occhio il meteo per capire se e quando il tifone Dujuan, che sta per arrivare sul Giappone, colpirà la costa e il monte Fuji, la tappa della giornata.
Il piano era: prendiamo il treno da Kyoto a Fuji, scendiamo, prendiamo un bus per delle cascate molto belle con il monte di sfondo, torniamo indietro, prendiamo il treno delle 19 e arriviamo a Tokyo.
Il treno sfreccia come al suo solito tra i villaggi rurali e le cittadine. Mi rilasso a guardare fuori dal finestrino il mondo che passa veloce quando il treno accelera o i cortili delle scuole pieni di bambini che giocano a baseball o a pallamano quando si ferma.
E si ferma per un po.
Capiamo che la situazione dei treni comincia a non essere al suo massimo splendore e qualche goccia di pioggia comincia a bagnare il finestrino.
Arriviamo a Fuji sotto un diluvio enorme ma, soprattutto, una coltre di nubi basse che coprono la città. Non si vede a cento metri di distanza e del Fuji neanche un piccolo segno.
Non siamo troppo delusi. Ormai ci eravamo preparati a questa incombenza nei giorni precedenti leggendo le notizie su internet e vedendo il meteo. Certo che però ci avevamo sperato fino all’ultimo.
Il problema però è aspettare così tante ore senza potersi muovere dalla stazione di Fuji, quello non lo avevamo calcolato. E non potevamo neanche contare sui nostri negozi preferiti, perché Fuji è veramente una cittadina piccola, è anche strano che lo Shinkansen fermi qui.
Proviamo a cambiare i biglietti online e farci dare una corsa prima, ma dal sito giapponese sembra che questo ci costi una cifra esagerata.
Non demordo e, google traduttore alla mano, chiedo aiuto ad un capotreno che, gentilmente, ci fa capire che la cifra che vediamo sul telefono è quella che in realtà abbiamo già speso e che cambiare il biglietto è gratuito.
Sollevati, decidiamo di spendere la mezz’ora prima del treno uscendo nella pioggia per andare a prendere i soliti tramezzini all’uovo nel konbini vicino alla stazione. Lo shinkansen è oltretutto in ritardo, così ci mettiamo a pranzare con calma tramezzini, onigiri e delle nuove patatine alla maionese e salsa di soia seduti al binario nell’attesa.
Il viaggio per Tokyo è veloce e sereno, malgrado gli avvisi che ci arrivano al telefono ogni due minuti sulle richieste di evacuazione generale nella zona di Yokohama. Effettivamente piove ancora tantissimo e i fiumi che attraversiamo sono molto in piena.
Tokyo ci accoglie con i suoi grattacieli in vetro che spariscono dentro le nuvole di pioggia. L’albero non sarebbe lontano a piedi ma significherebbe una lavata colossale. Ci concediamo un uber facendo fatica comunque a rimanere asciutti, facciamo check in e saliamo al decimo piano nella nostra stanza con vista sui palazzi altrui e grigi in una tempesta di acqua e vento.
C’è poco da fare con questo tempo e starcene in camera non è un’opzione. Decidiamo di passare il pomeriggio dentro il centro commerciale della stazione di Tokyo, ma il nostro piano si rivela subito un buco nell’acqua perché ci perdiamo subito in un labirinto infinito di ristoranti e negozi di souvenir. Usciamo a prendere aria e la pioggia ci lava in un’istante.
Ormai, bagnati per bagnati, ci giochiamo la carta negozio ufficiale di Uniqlo a Ginza, ma anche lì duriamo poco, nauseati dalla folla di turisti e clienti in cerca di riparo che popolano i dieci piani del negozio.
Si è fatta comunque quasi ora di cena e, delusi un po dal primo impatto con Tokyo, decidiamo di tornare in un ristorante che l’altra volta ci aveva lasciati con il buonumore.
Prendiamo così la metro per Shibuya, ammirando dall’alto il famoso incrocio pieno zeppo di ombrelli trasparenti del konbini. Sembra che siamo gli unici di tutta la città con gli ombrellini grigi della 8848 che non riparano nulla ma entrano sulle tasche laterali dello zaino. A Shibuya c’è anche un megastore Muji ma di nuovo delusione, poche cose e pochi sconti. Paolo si solleva il morale facendo incetta di dolci e preparati per zuppe da portare a casa.
Facciamo pochi netti nella pioggia ed entriamo nel Parco Building: al piano inferiore, tra i ristoranti di carne al banco, c’è proprio un buchetto con cinque tavolini e seggioline, foto dei piatti appese alle pareti, un separatore in vetro per la cucina e poco altro. Spartano, ma il nostro preferito in tutta Tokyo.
Ordiniamo quello per cui erano giorni che ne parlavamo: i takoyaki. Mangiamo senza pensare al conto, proviamo i funghi fritti che adoriamo e ordiniamo due volte, involtini e dumpling di verdure che sembrano carne.
Pazzesco.
Usciamo pieni e felici, e Paolino lo è di più perché dall’altra parte della strada c’è un mega don quijote, dove compriamo finalmente le casette giapponesi che tanto ci piace costruire in inverno.
Ha smesso di piovere quando usciamo. Attraversiamo Shibuya crossing finalmente senza ombrelli guardandoci attorno in questa metropoli illuminata e meravigliosa.
Il tifone è passato. Finalmente possiamo cominciare l’ultima tappa di questo nostro lungo viaggio.Read more
























