Girando Seoul
September 3 in South Korea ⋅ ☁️ 29 °C
Oggi niente guida, siamo da soli. Ma decidiamo comunque di svegliarci presto per riuscire a beccare il fresco del mattino e magari una Seoul con pochi turisti.
In particolare ci interessa un posto molto famoso, un piccolo quartiere hanok, con case tradizionali, che le guide lette online consigliano di visitare presto per evitare appunto la calca.
Così alle otto siamo già fuori. La giornata è splendida, il sole filtra tra i palazzi in vetro e fa fresco, quasi da felpina.
Sebbene ci fossero vari bus per arrivare a Bukchon, preferiamo camminare un po’, per goderci la Seoul del giovedì che si risveglia. Traffico composto, persone assonnate che camminano con l’immancabile bicchierone di caffè e ghiaccio in una mano e telefono nell’altra, intenti a guardare la loro puntata di kdrama mentre vanno al lavoro, genitori che accompagnano i figli a scuola in motorino, una madre che guarda apprensiva dalla porta di casa i bambini del palazzo riunirsi avviarsi verso scuola da soli, le signore volontarie che si piazzano in mezzo alla strada sventolando una bandierina gialla per far passare la gente sulle strisce pedonali. Vita normale, di un giorno normale.
Camminiamo verso Bukchon, ma quando arriviamo ad imboccare il vicolo per il quartiere scopriamo vari cartelli minacciosi e una signora imbardata con cappello da pescatore e mascherina che manda via la gente. Per rispetto degli abitanti che vivono ancora nel quartiere, i turisti non possono entrare prima delle dieci del mattino. Questo ci scombina un po i piani, ma dalla mappa vediamo che poco più ad est c’è un altro palazzo reale che ha appena aperto le visite, così decidiamo di spendere i miseri 5€ a testa di biglietto ed entrare. Veniamo sorpresi così dalla bellezza e dalla grandezza del palazzo di Changdeokgung , la seconda residenza reale. Sviluppata in maniera asimmetrica e seguendo la naturale conformazione del terreno, questa tenuta ci sorprende per come è tenuta, per i pochi turisti, per la solennità e calma che esprime.
C’è addirittura una audioguida in inglese gratuita per il telefono, così ci ficchiamo una cuffia a testa e camminiamo in giro esplorando qua e là. Comincia a farsi sentire il caldo e, complice la colazione abbondante che stiamo man mano digerendo, siamo veramente spossati. Non basta l’acqua e vitamine a tenerci in piedi, così ci trasciniamo all’ombra degli alberi nel giardino segreto reale: un angolo paradisiaco immerso nel verde, con laghetti e padiglioni in legno rosso che trasmettono calma e distacco dal mondo.
Ci sarebbe da stare ore dentro la tenuta per vedere tutti i palazzi, ma decidiamo di lasciarci qualcosa per la prossima volta, così usciamo di nuovo in strada e torniamo sui nostri passi verso il quartiere di Bukchon, non prima di aver assaggiato una frittella alle mele e preso anche noi due bicchierini di caffè con ghiaccio come i veri local.
Bukchon si dimostra più piccolo di quello che ci aspettavamo: facciamo fatica a risalire la famosa vietta, invasa da turisti e ragazzine in abiti tradizionali a caccia di selfie, ma per fortuna i caffè ci danno un po di carica per goderci qualche scorcio sulla città.
Per pranzo decidiamo di attraversare la città e provare uno dei ristorantini vegani che Paolino aveva diligentemente segnato sulla mappa prima di partire, così inforchiamo il nostro primo autobus coreano e ci immettiamo di nuovo tra i grattacieli nel centro città.
Facciamo tappa prima a metà strada, nel quartiere di Myeongdong, famoso per la strada piena di negozi famosi. Tra brand conosciuti, cianfrusaglie, k-beauty stores, c’è veramente un sacco di gente impegnata a comprare qualsiasi cosa. Ci divertiamo a scoprire le mille mila cretinate di shinchan e ci ripromettiamo di comprare qualcosa a Busan, in modo da non riempire troppo lo zaino in vista del volo.
Riprendiamo il bus e scendiamo a sud, verso il quartiere di Yongsan dong. È assurdo come, pur essendo ancora centro città, questo quartierino assomigli ad una tranquilla periferia: non ci sono palazzoni, le stradine sono quasi deserte, i bus sono piccoli, verdi e con gli occhi disegnati sui fari. Ci sono un sacco di localini e bar minimalisti, frequentati da qualche cliente rilassato a scrivere al computer o leggere il giornale.
Troviamo il nostro ristorantino all’angolo di una piccola palazzina di due piani, accanto ad una ripida salita dove macchine e motorini fanno fatica a salire.
Mangiamo due panini al tofu marinato e pomodoro, che ci costano come il pranzo e la cena di ieri messi insieme, ma siamo spossati e stare seduti un po’ al fresco ci fa recuperare le energie.
Usciamo, fa caldo e al sole si fa fatica a stare per tanto tempo. Aspettiamo il bus per tornare in centro immersi nel silenzio interrotto solo da qualche macchina di passaggio e le cicale delle due del pomeriggio.
Ci trasciniamo per un’altro piccolo quartiere di negozietti d’arte prima di decidere di tornare in albergo a riposare un po’.
Si sa, il secondo giorno è sempre quello più duro, e il ritmo che stiamo tenendo è comunque alto. Ci concediamo una doccia e dieci minuti di pennica al fresco, prima di rivestirci e uscire prima del tramonto.
Abbiamo visto praticamente tutto ciò che ci interessava, lasciando ovviamente qualcosina per una prossima volta come abbiamo imparato a fare. Vogliamo toglierci però lo sfizio della libreria Starfield, così ci facciamo quasi 50 minuti buoni di metro per tornare a Gang Nam e ai suoi grattacieli chic. Questa volta troviamo la libreria aperta ma piena di gente ammassata perché di lì a poco ci sarebbe stato un concerto di musica classica. Poco male, riusciamo a fare qualche foto, perderci nell’inaspettato e immenso centro commerciale sotterraneo, ascoltare un paio di minuti di assolo violino e pianoforte e uscire, mentre il crepuscolo tinge di blu l’aria tra i bestioni di vetro e la temperatura finalmente si abbassa.
C’è voglia di cenare, ma prima spingo per andare a vedere un’attrazione famosa tra i giovani che avevo visto consigliato online. Ci facciamo quindi quasi un’ora tra metro e autobus affollatissimo prima di arrivare sotto il ponte di Banpo e vedere uno spettacolo di fontane colorate che dal ponte sparano verso il fiume a ritmo di musica. Non un granché come spettacolo siamo sinceri, ma abituati alle fontane del Bellagio a Las Vegas, capiamo che partivamo con aspettative alte. Poco male, ci beviamo una birra presa nel combini tra la metro e il bus e, piuttosto che attendere ore per raggiungere il centro con i mezzi, ci concediamo un pratico uber che in venti minuti ci riaccompagna nel quartiere di Myeongdong. Qui la situazione si è trasformata: il centro della strada principale si è riempito di bancarelle di street food. Cammino quindi attirato dai profumi e dalla curiosità di provare tutto, ma Paolino vuole sedersi a tutti i costi, quindi proviamo un ristorantino vegetariano al secondo piano di un edificio che affaccia la strada piena di gente. Mangiamo fritti di tofu, patate e formaggio e un’insalata con tofu e riso, accompagnati dall’immancabile kimchi.
Paolino si compra delle patch da attaccare alle magliette e la mia voglia di street food è sparita dopo la cena abbondante. Preferiamo provare un gelato al combini, mentre passeggiamo per i palazzoni di vetro nero verso l’hotel.
È l’ultima sera a Seoul. Domani si cambia. Comincia il viaggio zaino in spalla.Read more


















