• Il villaggio di Hahoe

    September 4 in South Korea ⋅ ☁️ 27 °C

    Anche se il treno per lasciare Seoul è alle 11, ci svegliamo comunque presto. Vogliamo sfruttare più tempo possibile in questa città che piano piano ci ha affascinati. C’è un sole bellissimo, brezza fresca e camminare per le strade tranquille è veramente piacevole.
    Non abbiamo mete precise così proviamo andare a nord dell’hotel, seguendo gli odori di caffè che provengono dalle decine di combini e baretti per strada. Ad un certo punto veniamo attirati da una bellissima porta di un tempio ed entriamo. Scopriamo così il tempio buddista di Jogyesa, decorato con decine di piante e campanelle al vento per la festa dei fiori di loto. Varcare quella porta e stato come entrare in una sensazione permanente di pace, serenità, gratitudine. Come noi, numerose vecchiette si avvicinano alle statue del Buddha inchinandosi in qualsiasi direzione ed entrano nel tempio a pregare.
    Rimaniamo fuori per rispetto, godendoci comunque la situazione con il venticello che muove campanelle e lanterne, il sole che scalda leggermente l’aria, i rumori della città che rimangono fuori da questa area sacra.
    Purtroppo ci rimane poco tempo, così rincasiamo verso l’hotel, non prima di aver assaporato ed elencandomi a mente quello che ho notato e in questa città strana ma bellissima.
    Un sistema che sembra meno rigido del Giappone, qui le persone vanno a lavoro vestite come vogliono, non per forza in camicia bianca e abito nero. Camminano tutti guardando il telefono, tanto che gli incroci pedonali hanno delle luci a terra rosse e verdi per segnalare lo stop anche a chi non ha la testa alzata verso i semafori. Le auto elettriche sono all’ordine del giorno, tutte curate, pochi suv, e nessuno che ostenta macchinoni. La passione per il caffè, sempre e comunque in questi bicchieroni pieni di ghiaccio. Non è consentito fumare per strada, ci sono ogni tanto dei piccoli spazi dove la gente si raduna per scaricare i nervi.
    Kombini, quanti. Una salvezza perché qualsiasi bar o pasticceria non apre prima delle 10 del mattino.
    Ci sono montagne dappertutto attorno alla città e l’unico modo per orientarmi è guardare la mappa sul telefono. Di solito ho un sesto senso per il nord, a Seoul la mia bussola mentale è completamente sfasata.

    Arriviamo in hotel, prendiamo gli zaini, check out al volo e ci mettiamo in marcia verso la stazione della metro. Linea 1 per venti minuti, stazione dei treni e alle 11 siamo sul KTX che lascia la città verso sud.

    Come già avevamo apprezzato in Giappone, appena lasciata la periferia di Seoul ecco apparire le distese immense di risaie che si accendono di verde dalla luce del sole del mattino. Il paesaggio sfreccia via mentre il treno corre veloce. Mangiamo un tramezzino all’uovo e mais e un Gimbap all’uovo recuperati al konbini appena fuori l’albergo e ci guardiamo film e serie.

    Arriviamo ad Andong che sono le due. Scopriamo fortunatamente che c’è un locker in stazione così, per soli 4€, possiamo lasciare i nostri zainoni mentre visitiamo il villaggio di Hahoe.
    Secondo Naver, la sostituta di Google maps per la Corea, raggiungere il villaggio sembra semplice: basta prendere il 212 e in mezz’ora si è lì. Ma il 212 non sarebbe passato prima di mezz’ora, così opto per la seconda scelta: il 110 che parte subito fino ad un punto e poi il 3 fino al villaggio. Semplice.
    Prendiamo il 110. Facciamo sedici fermate in mezzo alle risaie e ai villaggetti deserti. Nel bus siamo noi e 4 anziane che non sembrano proprio turiste.
    Il bus ci lascia in mezzo ad una strada, proprio le strade nel nulla che ci puoi finire solo se scegli di farlo, altrimenti te lo sconsiglierebbe chiunque.
    Ma c’è una fermata del bus. È indicato che sarebbe passato il 3. Ma non c’era scritto quando. Ricontrollo Naver, il 3 non è dato sapere che orari ha. Guardo quanto ci si mette a piedi, più di un’ora sotto il sole. No, assolutamente no.

    Rimane un’unica cosa, Uber. Guardo l’app: 5€ di taxi per raggiungere il villaggio. Ci pensiamo giusto mezzo secondo e poi lo chiamo.
    In dieci minuti di taxi siamo alla biglietteria.
    Paghiamo, ci indicano un posto per prendere lo shuttle per arrivare dentro a Hahoe, nell’attesa prendiamo un caffè con ghiaccio in uno dei baretti appena fuori dalla biglietteria. Non c’è un’anima. Senza troppo chiederci perché, saliamo sullo shuttle e arriviamo nel villaggio cinque minuti dopo.
    Hahoe si sviluppa sul versante di un bellissimo fiume. Leggiamo che molte delle case dell’epoca sono ancora abitate, che si contraddistinguono tra quelle con i tetti in paglia costruite per i popolani e quelle con i tetti in coppi per i padroni e i più abbienti.
    Camminiamo in religioso silenzio tra le stradine, ascoltando il rumore del vento che muove le vaste risaie attorno a noi. Guardiamo e fotografiamo scorci, viste, dettagli di una piccola comunità tranquilla. Ne traspare un senso di pace e calma. Sono estasiato, mentre in testa passa di continuo la musica di Totoro.
    In poco più di un’ora abbiamo coperto quasi tutta la grandezza del villaggio, così saliamo sul 212 in partenza da centro e scopriamo che ci avrebbe riportati indietro alla stazione senza cambi. Lusso.

    Scendiamo dall’ autobus, recuperiamo gli zaini nel locker e saliamo su di un altro diretto al centro storico. Qui troviamo l’hotel, ci docciamo e cambiamo ed usciamo subito in cerca di cena.
    Andong alle sette di sera di sì presenta come una città fantasma: strade piene di luci senza nessuno, il mercato coperto con le bancarelle chiuse o in chiusura, i ristoranti che si vedono vuoti da fuori e con le cameriere svogliate. Difficile immaginare questo posto con vita: sembra di essere a Jesolo di inverno.

    Troviamo da mangiare in un ristorantino specializzato in ravioli dove mangio zuppa con porri e pepe e Paolino dumpling di verdure.
    C’è poco da fare in questo posto.
    Giusto due passi nella desolazione ma senza grandi mete.
    Proviamo dei gelati a forma di pesce con vaniglia e fagioli e ci buttiamo a letto.
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