• L’universo e i ponti

    September 5 in South Korea ⋅ ☀️ 26 °C

    L’hotel non ha la colazione, ma ieri sera abbiamo trovato quello che sembra un panificio francese, o una catena che lo scimmiotta, che apre stranamente presto rispetto a qualsiasi locale coreano.
    Ci vestiamo e scendiamo ma le speranze sono vane: niente brioches, niente di niente, devono ancora rifornire. E costa tutto tanto. Così ci accontentiamo di due caffè allungati con un bricchetto di latte di mandorla e due krapfen confezionati del 7eleven. 5€ in due con anche le acque per la giornata.

    Convinti che Andong abbia comunque poco da offrire, decidiamo di andare a visitare l’unica cosa che può avere un valore storico: il ponte di Wolyeonggyo, che però si trova un po’ fuori dal centro, e abbiamo visto le distanze a piedi sono abbastanza proibitive. C’è un autobus che porta lì, il 112. Ma Naver neanche stavolta aiuta molto, non sono indicati gli orari attuali, solo quelli di una settimana fa.
    Arriviamo alla fermata con largo anticipo, ci sediamo e aspettiamo. La mattina è fresca, c’è vento e le nuvole corrono in cielo alternando luci e ombre sull’asfalto.
    Il bus arriva in orario, saliamo, tappiamo il telefono sul lettore t money e ci sediamo. Non facciamo neanche cinquecento metri che mi accorgo il bus gira a destra e attraversa un ponte, cosa che non avrebbe dovuto fare. Abbiamo preso il 212, non il 112.
    C’è poco da arrabbiarsi, non siamo stati attenti. Così scendiamo alla prima fermata.
    L’unica soluzione per arrivare al ponte è tornare indietro alla fermata del bus (mezz’ora di camminata almeno) e pregare ce ne sia un altro per il ponte. Oppure desistere, tornare a piedi in centro e vedere qualcos’altro.
    Nell’incamminarci però incrociamo un paio di monopattini a noleggio, ma l’applicazione a cui fanno riferimento non si trova in Internet. sarà qualcosa solo per coreani pensiamo, così andiamo avanti.
    Poco dopo ne troviamo altri due, di una marca diversa. Provare non costa nulla e questa volta veniamo premiati! L’applicazione si scarica, si riesce a caricare il credito con le nostre carte, inforchiamo i monopattini e partiamo a tutta velocità.
    Può sembrare una cosa banale, ma mentre sfrecciamo in direzione del ponte sulla curatissima pista ciclabile accanto alla strada, passando case storiche con i tetti a tegole nere sulla sinistra e un’enorme diga sul fiume alla destra, non riesco a non sorridere. Se non avessimo preso lautobus sbagliato non avremmo potuto sperimentare questo modo alternativo e divertente di girare in Corea.
    Arriviamo così a Wolyeonggyo, parcheggiamo i monopattini e attraversiamo il ponte in legno più lungo della Corea. C’è un bellissimo vento, quasi nessuno, una coppia con i figli piccoli che corrono sulle assi e un signore anziano seduto sulla panchina del piccolo padiglione centrale intento a guardarsi una serie tv sul telefono.
    La pace che si percepisce qui è meravigliosa. Proseguiamo attraversando il ponte dall’altra parte, scoprendo un piccolo villaggio hanok con un laghetto di loti e una ruota ad acqua che pacifica si riempie e gira ogni tanto.
    È bello camminare senza una meta, vantandosi in testa le musiche di qualche film ghibli o cercando di assaporare il momento di serenità.
    Dal molo sul laghetto sentiamo della musica, è un signore che fa le prove per probabilmente uno spettacolo che si sarebbe tenuto la sera a bordo lago, dopotutto è sabato.
    Ripercorriamo al contrario la strada per tornare verso i monopattini, prendiamo un caffè al bar di fronte allungandolo con il secondo bricchetto di latte di mandorla e inforchiamo di nuovo i monopattini per tornare verso il centro. Vediamo dalla mappa che c’è un negozio Uniqlo accanto al fiume e siccome è diventata una tradizione visitarli in ogni città che passiamo, ci dirigiamo verso di questo, attraversando a tutta velocità i parchi pubblico fronte fiume.
    Parcheggiamo in quella che sembra essere la piazza delle cerimonie, con un grande teatro circolare coperto al centro.
    Sentiamo della musica forte e una voce al microfono che dice cose provenire proprio da questo teatro, così cerchiamo l’entrata per sbirciare dentro.
    Non facciamo in tempo a scattare una foto che un ragazzo ci arriva incontro, ci mette al polso due braccialetti di carta e ci accompagna dentro al teatro circolare, con spalti pieni di persone, anziani, coppie, bambini. C’è un presentatore al centro della piazzetta che sta facendo cantare dei bambini. Si avvicinano a noi intanto delle signore, tutte con la felpa bianca uguale che ci accompagnano a sedere sugli spalti. Di nuovo, rimaniamo a bocca aperta nel cercare di capire cosa stesse succedendo che un’altra signora si avvicina e, con un inglese abbozzato ci chiede “siete turisti?” “Si” “benvenuti, questi sono per voi!” E ci porge dei piattini di plastica con arachidi bollite, chicchi enormi d’uva bianca e un piatto pieno di palline di riso ripiene di marmellata.
    “Quanto costa? Dove possiamo pagare?” “For free!” E se ne va. Noi attoniti.
    Mangiamo quelli che sembrano proprio dei mochi, l’uva buonissima e le arachidi umide che sanno da poco.
    Nel frattempo i bambini sul palco sono stati sostituiti da anziani che giocano con un telo colorato e un pallone.
    Mi chiama un signore dietro di me chiedendomi chi eravamo, se abitavamo lì, perché eravamo in Corea in un inglese modesto. Mi racconta che è un insegnante di inglese in pensione da dieci anni, che è lì con la fidanzata e si, stavamo assistendo ad un festival della comunità. Una sorta di sagra ma all’ora di pranzo e con quello che sembra essere cibo gratis per tutti.
    Chiacchieriamo un po, ci presenta la sua fidanzata, gli raccontiamo dell’Italia, di Venezia e di Roma, del fatto che da noi esiste una città dove la gente non ha le auto ma guida barche. Lui ci spiega che Andong è una città molto rinomata e famosa per il villaggio di Hahoe (che abbiamo visto ieri) e un festival di maschere tradizionali che si svolge a fine mese. Capiamo ora perché in questi giorni la città è preparata per accogliere migliaia di persone ma è deserta. Ci racconta del rapporto ancora teso tra la Corea e il Giappone dovuto alle guerre passate, noi cerchiamo di sdrammatizzare dicendo che anche gli italiani odiano i francesi allo stesso modo.
    Ci portano altro cibo, quello che capiamo essere il famoso Bibimbap, una sorta di poke con riso, uova, alghe varie, kimchi e purtroppo (anche se ci avevano assicurato di no) carne macinata. Ce la mettiamo via e per non offendere nessuno lo assaggiamo.
    Tutti ci guardano, ci portano da mangiare e bere. Sembra veramente assurdo.
    Ancora una volta, se non avessimo sbagliato autobus, non avremmo potuto godere di un momento speciale e dell’ospitalità delle persone locali vere. Il tutto gratis. Chiediamo più volte di pagare qualcosa, non ci lasciano.

    Ma sta diventando tardi. Ringraziamo di nuovo tutti e scappiamo prima che ci offrano ancora cibo.
    Siamo sazi, ed è passato solo da poco mezzogiorno. Passiamo in rassegna al volo il negozio Uniqlo per cui ci eravamo fermati, dopodiché raggiungiamo di nuovo il centro città.
    Caffè con ghiaccio al gusto hazelnut del kombini accanto all’hotel, prendiamo gli zaini grandi e rifacciamo in autobus il tragitto per la stazione dei treni fuori città.

    Il KTX questa volta dura solo mezz’ora, ma capiamo già dal paesaggio che stiamo salendo di altitudine. Arriviamo a Gyeongju con un po di nuvole veloci in cielo e aria fresca.
    Nuovo bus per il centro città e in altri venti minuti stiamo camminando su una strada quasi pedonale, con Hanok in legno chiaro a destra e a sinistra, trasformati in negozietti di cianfrusaglie o cafe di design o baracchetti di street food. Camminiamo tra la folla del sabato pomeriggio, intenta a fare coda per mangiare un medaglione di formaggio al baracchino che espone gli screenshot della puntata YouTube dell’influencer di turno che li è venuto a trovare, oppure che si infila nei negozi tutti uguali di distributori di palline e sorpresine, che Paolino assolutamente vuole visitarne il più possibile.

    Arriviamo al nostro hotel, un vero e proprio palazzo Hanok. La nostra camera è una stanza spoglia, 3 metri per 3 con un bagnetto annesso. Basta.
    Ma la vista appena si apre la porta scorrevole sembra portarci indietro di secoli.
    C’è una fontana al centro della proprietà, con le carpe colorate.
    Decidiamo di lavarci, prima di riuscire ad esplorare la città.
    Quando ci infiliamo di nuovo nella folla, sono passate da poco le cinque. Il vento fresco non ha smesso di spirare e c’è una luce bellissima in giro, quella che precede un tramonto di fuoco.
    Ci diciamo di voler cenare con street food stasera, quindi proviamo prima i medaglioni a forma di moneta che non sono altro che pancake dolci con dentro formaggio e un tocco di maionese, niente di che e infine una sorta di krapfen salato con cetrioli e salsa rosa. Mah.
    Nel nostro vagare per le viette, arriviamo in un gigantesco prato, dove decine di bambini con i genitori fanno volare dei piccoli aquiloni con la bandiera coreana dipinta sopra. Rimango ammaliato da questa immagine di nuovo di pace e spontaneità: questi piccoli quadrati al vento, con lo sfondo le nuvole tinte di rosso e gialli del tramonto. Uno spettacolo mozzafiato.
    Ritorniamo nelle stradine, c’è voglia di cibo ma Gyeongju non sembra darci molte alternative vegetariane così, perché no, ci diamo alla pizza in un localino spacciato per italiano. Le pizze sono grandi un terzo delle nostre, ma la quattro formaggi con miele e fichi si batteva con onore.
    Sazi, continuiamo a passeggiare. Arriviamo al ponte di Wolyeonggyo, illuminato meravigliosamente e specchiato sul fiume sottostante. Un altro ponte, un’altra bella sorpresa di questa giornata lunga ma piena. Proseguiamo poi per il parco tenuto benissimo del centro seguendo fiotte di persone che si godevano una prima serata fresca d’estate dopo tanto caldo. Tutti vanno a vedere il palazzo di Donggung, ma costa 2,50€ a testa entrare e c’è veramente il casino. Decidiamo di rimandare a lunedì sera, quando sicuramente ci sarà meno calca.

    Rientriamo sui nostri passi, ci fermiamo a prelevare, posiamo il futon a terra della stanza e proviamo a dormire su cuscini piccoli e duri e su cinque centimetri di spessore di materasso.
    Spoiler. Non dormiremo.
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