Golgulsa
September 6 in South Korea ⋅ ☁️ 25 °C
Questa mattina ce la prendiamo con molta calma, anche perché la notte sul futon praticamente inutile è stata alquanto terribile.
Risvegliarsi però aprendo la porta scorrevole in legno e vedere la corte dell’hanok ha cancellato tutte le nostre paturnie.
Non c’è la colazione in questo posto, quindi ci vestiamo e ci mettiamo alla ricerca di un panificio o un bar aperto. Incrociamo un gruppo WeRoad italiano nella stessa nostra missione, ma il bar che avevamo puntato (come ormai abbiamo capito essere tutti i locali qui) apre più tardi. I WeRoaders si mettono così su uno spiazzo verde a fare ginnastica mattutina nell’ingannate l’attesa, ma noi abbiamo voglia di caffè quindi troviamo purtroppo l’unico posto aperto che ce lo può fornire: uno Starbucks. 1 caramel macchiato piccolo e una fetta di cheesecake ci sono costati come la cena di ieri sera.
Torniamo a fare le valigie, le lasciamo in reception e facciamo un giro a caso per il centro. È domenica mattina e la città si sta lentamente svegliando, ci dirigiamo verso uno dei parchi centrali, dove si ergono delle bellissime collinette semisferiche di erba. Sembrano le colline di Windows 97. Sono in realtà delle tombe della famiglia Shylla, che regnava sulla zona prima della dinastia Joseon. C’è una di queste trasformata in museo, dove si può apprezzare il lavoro ingegneristico di palizzate e mura in pietra che avvolgono la tomba, per poi coprire di strati di terra e argilla.
Come al solito, c’è pace nell’aria. Tira molto vento oggi, tanto che sul telefono ci arrivano ogni tanto gli avvisi di sicurezza del governo sul vento forte. Questo però fa correre le nuvole, proiettando giochi di luce e ombra sulle colline verdi.
Esploriamo la parte più commerciale della città, con le solite stradine piene di negozi stile Seoul. Paolino si compra la scorta di emergenza di mutande e rientriamo, non prima di aver trangugiato un paio di tramezzini all’uovo al kombini e provato una frittella al formaggio bollente.
Ci siamo dilungati un po nel giro, così inforchiamo i monopattini, ormai diventati un mezzo essenziale per spostarci, e ci affrettiamo a raggiungere la fermata del bus.
Gli zainoni li abbiamo lasciati nell’hotel.
Oggi viaggiamo leggeri.
Il bus 100, a tutta velocità, sfreccia per un’ora tra le montagne fuori Gyeongju. Alla fermata, un piccolo furgone ci aspetta e ci porta al tempio buddhista di Golgulsa.
Oggi faremo quello che viene chiamato Templestay, ovvero una giornata (e una notte) in un tempio buddhista per scoprire la vita monastica e sperimentare un po di tranquillità delle foreste coreane.
Al check in ci vengono fornite le lenzuola per il nostro futon, la divisa composta da un giacchino arancione e un paio di pantaloni larghi marroni.
La nostra stanza è ovviamente molto spartana, ma siamo fortunati che è solo per noi.
Ci cambiamo e aspettiamo l’inizio delle attività.
Nel frattempo i nuvoloni continuano a correre con il vento e la dimostrazione a cui avremmo dovuto assistere nel patio all’esterno del nostro dormitorio viene spostato all’interno di quella che sembra proprio una palestra, con parquet lucido e tappetini da yoga.
Assistiamo così ad una dimostrazione del Seonmudo, un’antica arte marziale utilizzata a scopo meditativo.
Il monaco capo, assieme ad alcuni allievi della scuola si prestano così in movimenti precisi e sincronizzati e qualche acrobazia che fa applaudire la sala piena di noi “apprendisti” e decine di visitatori domenicali del tempio.
Una volta mandati fuori i turisti, è tempo di imparare un po di tecniche del Seonmudo, che nel suo livello base non è più di un pilates misto thai chi.
La pratica successiva però è stata quella più importante.
Solamente chi voleva, avrebbe potuto fare le 108 prostrazioni: una pratica meditativa in cui ci si inchina su di un grande cuscino per 108 volte, rappresentanti i sei sensi, moltiplicati per i sei organi sensoriali, moltiplicati per i sentimenti, moltiplicati per presente passato e futuro.
È stata una pratica molto faticosa, che ci ha fatto sudare e si sentiva sulla schiena e sulle dita dei piedi ogni volta che si passava da in piedi a inginocchiati per poi tornare su in piedi, al ritmo del monaco che batteva una verga per segnare la partenza dell’inchino. Tra una goccia di sudore e l’altra però, ad un certo momento sono riuscito a chiudere gli occhi, continuare la pratica in automatico e liberare la mente. Non racconterò cosa ho visto, ma posso solo dire di essere stato grato per quel momento di tranquillità.
Siamo poi scesi in un’altra struttura per la cena, semplice e tutta vegetariana.
Alle sette di sera avevamo finito di mangiare.
Con Paolino allora, per digerire un po, abbiamo risalito le vie impervie attraverso i boschi per vedere la statua del Buddha e ammirare un po il panorama verde mentre tutto attorno a noi si fa buio.
Alle nove siamo a dormire. Domani sveglia molto presto.Read more










