Le perle di Gyeongju
September 7 in South Korea ⋅ ⛅ 25 °C
È ancora buio quando apro la finestra della nostra stanza nel monastero di Golgulsa. Sono le 5 del mattino.
Facendo fatica a tenere gli occhi aperti, dopo una notte di nuovo discutibile su futon (doppio per Paolino) indossiamo i nostri vestiti da apprendisti monaci e cominciamo a risalire la strada in asfalto bagnato che porta al tempo più in alto, dove ieri sera abbiamo ammirato la statua del Buddha. Il cielo da nero leggermente si schiarisce, e attorno a noi solo il rumore dei grilli e delle sputacchine che provengono dalla foresta tetra. Gli ultimi gradini prima del tempio sono una tortura, ma probabilmente è tutto fatto apposta per far scorrere il sangue e svegliarsi perché, parliamoci chiaro, cominciare la giornata alle 5 del mattino è dura per chiunque, sicuro anche per i monaci.
Entriamo nel piano terra del tempio: una saletta piena di stampe sui punti chakra del corpo, pavimento in legno lucidato, una statua del Buddha dorata in fondo e un monaco inginocchiato di fronte, in attesa che ci togliessimo le scarpe, prendessimo un foglio con su scritti i canti da praticare e ci accomodassimo su uno dei cuscini disposti simmetricamente nella sala.
Alle 5:30 spaccate il monaco, aiutato dagli aspiranti volontari con la giacca grigia e in prima linea, cominciano a cantare una litania di versi semplici a ritmo costante. Noi per rispetto stiamo zitti, preoccupandoci solo di inchinarci e rialzarci ogni volta che il monaco batte sulla mano sinistra la verga in legno che tiene con la destra. Continuiamo così per un quarto d’ora buono, ad alzarci e a prostrarci, proprio come i 108 inchini di ieri, finché tutti smettono e stanno in silenzio. Un ragazzo nella prima fila si gira verso di noi e con un forte accento tedesco ci dice in inglese che ora si avrebbe meditato.
Ci mettiamo seduti a gambe incrociate, chiuso gli occhi, fatto due esercizi di stretching per la schiena, inspirato ed espirato soffiando tra i denti per tre volte (quello che viene chiamato takgi e serve per espellere e tenere lontani stress ed energia negativa) e poi silenzio.
Per me è difficile rimanere concentrato, sento tremori e continui spasmi sulle gambe che si ribellano ad una posizione che non è mai stata tra le mie preferite. Non serve a nulla il cuscino rialzato dalla piega sotto il sedere. Soffro. Ma cerco nel silenzio di spingere la mente fuori dalla stanza, ascoltando il cri cri delle cicale e dei grilli, il vento tra le foglie della foresta che spira potente, ai minimi movimenti in giro per la stanza. Affiorano i pensieri verso casa, verso il lavoro, verso i problemi. Cerco di mandare via tutto e, dopo esserci riuscito, le gambe si sono placate, le ginocchia si sono abituate.
Saranno passati dieci, quindici minuti, non lo so, ma in modo naturale apro gli occhi qualche secondo prima che l’allievo tedesco batta due volte una piccola campana di legno segnando la fine della meditazione.
Facciamo dei piccoli esercizi per riattivare le circolazione, ci alziamo e usciamo, ringraziando il monaco maestro che mi osserva e sorride alla mia altezza.
Camminiamo per una piccola salita e, appena sopra il tempio, ci mettiamo in cerchio di fronte ad un mausoleo di pietra. Il secondo esercizio di meditazione è camminare attorno al mausoleo, in silenzio, con la mano sinistra sul grembo che copre la destra, la mano dell’azione, inspirando ed espirando ad ogni passo lento, ascoltando le sensazioni sui piedi ed essere presenti.
Facciamo tre giri, che alla fine ci sgranchiscono dopo la meditazione seduti.
È tempo di colazione, nella mensa dove abbiamo avuto la cena ieri sera. Mangio leggero, pane e marmellata o pane e sottiletta di formaggio, con del brodo di tofu caldo.
Passiamo poi un’oretta libera per riposarci. Ne approfitto per scrivere il diario seduto sulle panchine umide dalla notte, di fronte ad un laghetto di loti con le fontane.
Alle nove è tempo di rimettersi in esercizio con la seconda parte degli insegnamenti del Seonmudo. Il monaco con la sua tuta nera ci guida in tutta una serie di esercizi per allungare il corpo e di mobilità, con l’intento sempre di incanalare le energie e assumere pose statuarie e di equilibrio (al comando shi-shi). Ne usciamo abbastanza provati, ma soprattutto io ne esco convinto di aver perso tutta la mia mobilità e il fisico che avevo da atleta… e serve rimediare non appena torneremo a casa.
Alle 11 invece ci vediamo al secondo piano della palestra, per una piccola sessione di chiacchiera di fronte ad una tazza di tè proprio con lo stesso monaco che, aiutato dalla segretaria del tempio per tradurre in inglese, ci racconta del suo percorso monastico, che la vita di un monaco buddhista moderno non è all’insegna delle privazioni ma un giusto bilanciamento. Che per allenare la mente a non perdersi durante la meditazione consiglia di contare e concentrarsi sui numeri.
Alle undici e mezza pranziamo, con funghi, riso, zucchine fritte e anguria.
Infine ci cambiamo, sistemiamo la stanza, portiamo il vestiario alla reception e a mezzogiorno siamo fuori dal tempio, soddisfatti dell’esperienza e con una bella storia da raccontare.
Condividiamo il tragitto verso Gyeongju con una ragazza francese che ha fatto il templestay con noi, scoprendo che viaggia un sacco lavorando da remoto e che le sue prossime tappe saranno Taiwan e la Thailandia.
Rientriamo a Gyeongju, torniamo all’albergo Hanok dell’altra sera, rifacciamo check in e portiamo gli zainoni che avevamo lasciato in custodia nella nuova stanza, questa volta al piano superiore con una bellissima vista sui tetti della città.
È solo l’una del pomeriggio e ci sembra che la giornata stia per concludersi. Non siamo cotti, ma comunque non c’è intenzione di fare molto, così prima ci concediamo un buonissimo caffè con latte di soia e due croissant spaziali nel bar vicino, quello che era chiuso la mattina prima e ci è toccato rimpiazzare con lo Starbucks. Dopodiché decidiamo di anticipare il momento lavanderia che avevamo programmato per Busan. Facciamo borse di vestiti sporchi e le ficchiamo in un laundry mat automatico poco distante dall’hotel. Il lavaggio ci mette solo 45 minuti, troppo poco per allontanarsi verso il centro città, così decidiamo di farci una lenta camminata spensierata nel quartiere li attorno di Hwangam. Scopriamo così una parte della zona completamente inaspettata, piena di localini e ristoranti, uno più bello dell’altro. Il sole pomeridiano scalda ma c’è il vento costante che ci fa stare meravigliosamente, mentre camminiamo a caso tra le viette. Troviamo e ci innamoriamo di un ristorante con il laghetto di fronte e le pietre in mezzo per attraversarlo e poter entrare, scoprendo che è un posto indicato per vegetariani. Prenotiamo per la sera senza neanche pensarci troppo.
I vestiti sono lavati nel frattempo. Li cacciamo in asciugatrice e continuiamo il giro, perdendo tempo a guardare i menu dei ristoranti (che purtroppo propongono sempre gli stessi piatti) e i gacha, i negozietti con i distributori di sorpresine che tanto piacciono a Paolino.
L’asciugatrice non fa un lavoro perfetto ma, piuttosto che perdere altro tempo, portiamo tutto in camera e appendiamo calzini e magliette su qualsiasi appiglio troviamo. Il resto lo farà il sole e l’aria che entra copiosa tra le finestre.
Usciamo di nuovo, prendiamo i monopattini per spostarci verso il centro più commerciale del paese, alla ricerca di un rasoio per la barba migliore di quello che ci siamo portati e una camicia per Paolino per la sera.
Del rasoio nessuna traccia, mentre siamo fortunati a trovare una camicetta a quadratini e a pagarla non tanto in un negozietto separato dalle grandi marche.
Rientriamo in stanza, doccia e ci prepariamo per la sera.
Il ristorante è bello, tranquillo fino all’arrivo di due indiani con la bambina piccola e chiassosa, ma i piatti sono pazzeschi.
Ne usciamo contenti e attraversiamo di nuovo la città per goderci finalmente, senza troppi turisti, il palazzo di Hwangnyongsa illuminato e riflesso sull’acqua del laghetto sottostante.
Il sonno si fa sentire. E i calzini appoggiati per terra e le magliette appese sono praticamente asciutte.
Un buon motivo per dormire di nuovo sui futon spessi pochi centimetri.Read more
















