• Arrivando a Busan

    September 8 in South Korea ⋅ ☀️ 28 °C

    È una bella mattinata di sole. La brezza fresca da montagna si precipita in camera non appena apro le finestre a scorrimento in legno della nostra stanzetta sottotetto Hanok.
    Questa mattina non c’è voglia di fare chilometri, tutto relax. Non vogliamo fare colazione di nuovo dal panificio vicino all’hotel, così trovo quasi per caso una caffetteria promettente a duecento metri a piedi. Ci vestiamo e camminiamo sotto il sole che comincia a scaldare l’aria e accende di verde le colline-tombe d’erba alla nostra sinistra, mentre delle signore anziane, munite di strumenti e sedute su piccoli sgabelli di legno, strappano via con diligenza le erbacce dal marciapiede. Non sembrano pagate per farlo, sembra quasi un lavoro volontario per la comunità, per tenere pulita la città. Parlano e ridono piegate sotto il sole. Non si può che sorridere.

    Il Terarosa in realtà è un hotel, un signor albergo in stile Hanok ma completamente nuovo, con le travi in legno chiaro, i pavimenti lucidi, il laghetto centrale, la caffetteria e la sala comune minimali e di design. È tutto bellissimo. Prendiamo cappuccino al latte di avena e una treccia ai mirtilli, seduti sul pavimento rialzato in legno, guardando il paesaggio verde con un cielo terso meraviglioso.

    Il treno per Busan è alle 12. Non c’è tempo, e neanche voglia, di fare camminate o addirittura visitare cose sapendo di dover guardare l’orologio ogni trenta secondi, quindi facciamo con religiosa calma gli zaini e una passeggiata sull’ormai trita e ritrita strada di Hwangnam. Cediamo però ad un vizio dell’ultimo momento e ci facciamo fare un ritratto in un negozio specializzato in disegno manga. Non siamo di solito i tipi per queste cose, ma il loro stile ci piace un sacco e per soli 10€ ci può anche stare.
    In tempo giusti per metterci in spalla gli zainoni, inforcare i nostri adorati monopattini e partire verso la fermata del bus e poi la stazione dei treni ad alta velocità.

    Il treno per Busan è veloce e puntuale. Tempo di mangiare due patatine agli arachidi che siamo già arrivati in città.
    Purtroppo, basta Hanok e prati verdi. Torniamo alle strade trafficate, ai palazzoni in vetro e al cemento.

    Nel tragitto in bus dalla stazione fino all’hotel, Busan ai miei occhi sembra essere una Seoul di vent’anni fa. Tanti cartelloni e insegne come avevamo visto nella capitale, ma tutto datato, scolorito. Palazzine un po’ decadenti, incuria. Non la Corea che mi ero abituato a vedere.
    Non faccio però in tempo a convincermi di questo che il bus svolta su quella che sembra la via principale ed ecco che tutto si pulisce, torna ad essere la città quasi del futuro.

    Il nostro albergo è in un palazzone vetrato altissimo. La reception è enorme e profuma di incenso.
    Purtroppo le stanze non sono ancora pronte, così lasciamo gli zainoni e facciamo due passi per ingannare il tempo.
    Mi accorgo non solo che la via principale dove abbiamo l’albergo è quella commerciale dei negozi, ma che sopra ogni ristorantino o cafe c’è uno studio di chirurgia plastica o dermatologica. Siamo proprio nella parte ricca della città.

    C’è un centro commerciale, proviamo a infilarci per cercare del cibo non troppo impegnativo e, per trovarlo, dobbiamo fare otto piani di negozi di action figures e cretinate che ovviamente Paolino ha voluto scansionare per bene. Del piano dei ristoranti, solo uno offriva dei Gimbap senza carne. Capiamo da subito che la sfida qui a Busan, città sul mare, sarà trovare cibo che non contenga pesce.

    Giriamo annoiati il centro commerciale e, quando scattano le tre, torniamo in hotel per fare il check in.
    La stanza è al 23esimo piano. Una specie di appartamento con cucina e salottino, tutto automatizzato e con la porta apribile solo da app.
    Appoggiamo gli zainoni e scendiamo subito.

    Per arrivare al quartiere culturale di Gamcheon si devono prendere una metropolitana e un piccolo bus verde assieme a cinque signore anziane.
    Impazziamo a vedere questa carretta arrampicarsi per gli stretti e ripidi tornanti che risalgono la spalla della città, fino a scendere nel punto più alto con vista sul villaggio.
    Gamcheon si arrampica sul versante sud di una collina, con decine di baracchette colorate, rese ancora più accese dal sole del pomeriggio, che guardano verso il porto e il mare orientale cinese.
    Dobbiamo all’inizio fare zigzag tra le turiste in posa per le foto, i baracchetti che vendono portachiavi o frittelle al formaggio prima di poterci arrampicare tra qualche viottolo stretto e deserto. Noto che da qualsiasi parte sono disegnati o vengono vendute le figure del piccolo principe, così scopro su Internet che Gamcheon era un vecchio villaggio di rifugiati dalla guerra con il Giappone, rimasto sempre in degrado e povertà. In un’opera poi di riqualificazione si è voluto far riferimento alla favola del piccolo principe per trasmettere la resilienza e il valore del posto a dispetto delle sembianze di baraccopoli, tanto che furono installate delle piccole statue del principe e della volpe del deserto, diventate oggi il simbolo del quartiere. Saliamo così all’osservatorio più in alto, per scattare qualche foto e goderci il paesaggio, mentre l’ombra della collina pian piano si arrampica sulle baracche accese dal tramonto.
    Scendiamo per vicoli stretti, vagando un po’ a caso senza una meta precisa. Finiamo in quello che è sicuramente un quartiere più popolare, con strade deserte, qualche anziano che cammina con le mani dietro la schiena, operai che mangiano noodle guardando le partite di baseball sul telefono, seduti su microscopiche seggiole di plastica, mercanti annoiati fuori dai loro negozi in attesa di qualche cliente che sanno non arrivare.

    Un po stanchi di camminare, proviamo a cercare qualcosa da mangiare in un mercato coperto vicino ma senza grandi risultati: qualsiasi baracchino di street food vende pesce o molluschi.

    Non ci resta che tornare verso l’hotel e cercare qualcosa lì attorno. Non appena tornati nel quartiere commerciale, di nuovo veniamo innondati dalle luci e dalle insegne colorate. Ci sono giovani in giro, c’è di nuovo finalmente vita. Paolino ha trovato su Naver un ristorantino che propone menù vegani, così ci infiliamo in una vietta sgangherata appena accanto alle strade più frequentate. Mangiamo noodle piccanti, frittata con pomodori, tofu marinato nelle spezie (ancora più piccante) e riso con verdure.

    Il troppo piccante mi stomaca e mi trascino tra i negozi di vestiti prima di finire in hotel.
    Doccia e letto. Domani avremo più tempo ed energie per vedere Busan.
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