Kamsahamnida Korea, Konnichiwa Japan
September 10 in South Korea ⋅ 🌬 24 °C
Mi sveglio stranamente alle otto, Paolo invece avrebbe dormito fino a pranzo.
Pieghiamo i vestiti e in qualche modo li facciamo entrare come sempre negli zainoni, facciamo colazione al 29esimo piano guardando le novità di Apple durante la notte e infine lasciamo la stanza con un po di malinconia perché era veramente bella. Non c’è un programma stamattina, non abbiamo posti che dobbiamo assolutamente visitare a Busan. Tutto quello che meriterebbe più tempo lo abbiamo lasciato per la prossima volta.
Ma soprattutto stiamo cercando di spendere gli ultimi soldi che ci rimangono in contanti e sulle tessere dei mezzi senza dover fare altre ricariche. Quindi, non potendo andare troppo lontano, siamo abbastanza bloccati nella zona commerciale.
Noto che c’è un parco appena a nord della strada principale, così inforchiamo i monopattini e ci giochiamo la loro corsa nel traffico, mentre il solito vento forte questa volta ha spazzato le nuvole donandoci un ultima mattina coreana di sole e cielo terso.
Questo mi permette di cominciare a trarre qualche conclusione da questo primo capitolo del viaggio. La Corea è colorata.
Me ne accorgo sfrecciando con il monopattino su una strada a tratti grigia, a tratti rossa, con strisce gialle. Cartelli blu, insegne variopinte, colori sgargianti. Le citta coreane non sono grigie e tristi, c’è sempre un qualcosa che le satura, che gli dà vita. Che siano delle insegne luminose, che dei personaggini sui manifesti, la Corea ha uno sguardo divertito sul mondo.
Arriviamo al parco “dei cittadini”: una bellissima lingua verde, con alberi curati , panchine e piccole pagode con pavimento in legno dove signore anziane si distendono e chiacchierano, altre fanno jogging imbardate da testa ai piedi, altri suonano il flauto. Salutiamo una piccola scolaresca, non avranno avuto più di quattro anni: tutti con la divisa verde e il cappello da pescatore giallo.
Ci sorprendiamo a vedere un anziano seduto sul suo sgabello in plastica mentre diligentemente fa la guardia ad un area giochi per bambini al momento vuota.
C’è un sole caldo, ma la brezza rende tutto più godibile.
Camminiamo spensierati. Dobbiamo pur far scorrere il tempo. Il piano è partire alle 15 per andare in aeroporto.
Proviamo a buttarci dentro l’ennesimo centro commmerciale ma duriamo poco. Costa tutto troppo e abbiamo gli zaini talmente pieni che non sapremmo dove infilare la roba.
Anche perché l’ultimo posticino vuoto l’avevamo già riservato per le creme di Olive Young. Passiamo quasi un’ora lì dentro a studiare tutti i prodotti di skincare coreani, facendoci guidare da chatgpt su quali sarebbe stato sensato investire.
Poi, di nuovo, problema pranzo.
Dove trovare un posto che faccia vegetariano, che magari serva qualcosa di locale, ma soprattutto che non costi meno di 30mila wong per finire il contante che ci è rimasto?
Niente, o meglio, la soluzione semplice di un panino con burger di fungo fritto al shake shack vicino all’hotel.
Caffè al volo per finire anche gli ultimi soldi, corsa in hotel per sistemare i prodotti in zaino ed eccoci in strada, direzione aeroporto.
Fila tutto liscio, o quasi.
Paolino viene fermato al check bagagli per un accendino che non si sa come è comparso nella tasca del suo zainone, io devo spiegare che il magnete attaccato alle chiavi di casa serve per la serratura nuova… ma in poco più di mezz’ora siamo seduti comodi ai gate mangiando il nostro ultimo gelato coreano.
Scrivo questo diario mentre siamo in volo verso Fukuoka, osservando il tramonto che si spegne dietro i muri di nuvole sopra Busan.
Provo un sentimento di gratitudine verso questo paese che non sapevo ci avrebbe regalato tanto in pochi giorni.
Abbiamo visto la grandezza e la varietà di sfaccettature di Seoul, città del futuro e delle tradizioni. Abbiamo avuto la fortuna di toccare lo spirito generoso dei locali ad Andong, che fino a qualche ora prima ritenevamo una cittadina triste e con poco da offrire. Ci siamo rifatti gli occhi e assaporato la tradizione a Gyeongju e sperimentato la vita da monaci al Golgulsa. Abbiamo visto velocemente una Busan diversa e seminato un arrivederci per la prossima volta.
Kamsahamnida Corea, grazie.
L’aereo atterra a Fukuoka che è buio. C’è lo stesso fuso orario della Corea ma siamo più a est: il sole tramonta prima in Giappone.
Uscire dall’aeroporto comporta almeno tre livelli di controlli, ma tutti li passiamo velocemente grazie al riconoscimento facciale. Già questo paese ci ricorda quanto tecnologico può essere.
Ci stringiamo sul retro di un bus e poi la metropolitana, risvegliando da subito le nostre carte suica di due anni fa.
Fuori dalla stazione di Hakata c’è traffico ma l’aria sembra più pulita. Probabilmente ha piovuto durante la giornata.
Ci destreggiamo con Google maps per trovare l’hotel che, fortunatamente, avevamo prenotato vicino alla stazione. Una stanza piccolina, in confronto a quello che eravamo abituati a Busan, ma funzionale.
Appoggiamo gli zaini e ci mettiamo in cerca di un posto dove cenare. Purtroppo quelli che Paolo si era segnato su maps chiudono presto e la voglia di spingersi verso il centro città non è tantissima, così cerco su Google la parola magica che per noi in Giappone significa comfort food: okonomyaki, la frittata di cavolo cappuccio e uovo.
Trovo un ristorante a pochi metri da noi, è il classico buco giapponese con le bandiere blu appese alla porta di ingresso, due tavoli e un bancone dove sedersi a mangiare mentre il cuoco ti cucina davanti. Spartano, locale, meraviglioso.
Con il traduttore e gesti imbarazzati facciamo capire che non mangiamo carne e pesce e ordiniamo un okonomyaki e un piatto di patate e formaggio. Che dire, deliziosi. Non sappiamo se fosse la stanchezza, la birra, l’eccitazione di essere finalmente in Giappone ed esserci trovati la prima sera a mangiare in un ristorantino autentico, ma era il cibo più buono del mondo. Ci facciamo anche fare un piatto di noodle arrotolato su frittata pazzesco, ma esageriamo come al solito ed usciamo veramente sazi, spendendo poco più di 10€ a testa.
Camminiamo un po a caso, facendoci portare dalla curiosità delle strade giapponesi quasi deserte, facciamo finalmente tappa al Konbini per prelevare contanti, comprare due bottigliette d’acqua, delle caramelle strane alla mela e assaporare con gli occhi finalmente i famosi tramezzini all’uovo che tanto abbiamo agognato in Corea ma mai trovati.
Arriviamo praticamente in centro e ci concediamo una birretta sul ponte principale, passeggiando accanto a piccole baracche/ristoranti dove i locali si siedono a cena.
Il sonno comincia a farsi sentire.
È tempo di tornare in hotel per una doccia.
Che bello. Siamo in GiapponeRead more
















TravelerSe viaggiare significa aprire la mente e vedere con nuove lenti il mondo,ci siete riusciti in pieno.Sono così orgogliosa delle persone incredibilmente affascinanti e meravigliose che siete e ogni viaggio è un tassello in più che si aggiunge alla forza gentile che sprigionate