Fukuoka
September 11 in Japan ⋅ ☁️ 26 °C
Il cielo è coperto ed esce una puzza di pesce terribile dal ristorante sotto l’albergo quando usciamo per cercare un posto per far colazione. Abbiamo deciso di non spendere i 1300 yen a testa per farla lì, e a quanto pare abbiamo azzeccato la scelta.
Fortuna che ho Paolino e il suo radar per i panifici. Ne troviamo uno sullo stradone della stazione dei treni a pochi minuti a piedi. Prendiamo una brioche al cioccolato e una tarte al limone.
Bagno, zainetti e ci mettiamo in marcia per sfruttare al meglio l’unica giornata a disposizione per vedere Fukuoka.
Sulla lista ci sono un paio di templi, il Tochoji e lo Shofukuji poco distante.
Il primo lo visitiamo per primi all’apertura, con il giardino e il selciato appena rastrellato e una bellissima statua del Buddha interamente in legno alta dieci metri costruita negli anni novanta e una pagoda rossa all’esterno che tanto ci mancava del Giappone.
Il secondo invece ha un’area molto più grande, fatto da più costruzioni. Il tempietto centrale ha tre statue del Buddha all’interno a cui hanno legato un filo sulle mani che esce dalla costruzione e finisce su un palo di legno conficcato in vetro al giardino. Così facendo, toccare il palo significa toccare le mani del Buddha per pregare e chiedere protezione.
Accendiamo anche un piccolo incenso offertoci dalla sorvegliante essendo anche qui i primi della giornata.
Usciamo sorpresi dalla velocità con cui abbiamo visto e tolto dalla lista questi due templi, così decidiamo di infilare in programma un altro posto che sulla carta dovevamo saltare per mancanza di tempo.
Torniamo così in stazione centrale per prendere un treno che ci porta fuori città, non prima di aver fatto tappa dal nuovo negozio Nintendo, dove Paolino avrebbe comprato di tutto ma si accontenta solo di una maglia e un portamonete di super Mario.
Ci sediamo sulle panche laterali del treno, tipiche giapponesi come una metropolitana e osserviamo le signore prese a guardare i loro telefoni mentre il paesaggio cambia fuori e dalla città ci trasferiamo in periferia. Arrivati a Fukutsu, prendiamo un piccolo bus che ci molla di fronte alla grande scalinata per il tempio Miyajidake. Anche qui non troviamo tanti turisti, probabilmente perché è ancora venerdì. Siamo vicini al mare che con il suo vento spazza le nuvole regalandoci un bel sole accendendo i torii grigi e le statue di creature protettrici tutte attorno al camminamento per entrare nel tempio.
Attraversiamo un bellissimo portale in legno decorato e arriviamo nella piazza del tempio, curato e con un’enorme treccia di paglia esposta sul fronte.
Facciamo anche noi un’offerta agli dei (è un tempio scintoista) lanciando una moneta nel calderone sotto il colonnato, facendo due inchini, battendo le mani due volte, attaccandole in segno di preghiera e ringraziando in silenzio, per poi inchinarci un’altra volta e uscire.
Passiamo attorno all’edificio scoprendo una piccola salita piena di lanterne rosse e torii in pietra. Non sapevamo che appena dopo ci sarebbe stato un passaggio meraviglioso, costruito con un soffitto di campanelle colorate in vetro che si muovono e tintinnano al vento, mentre il bosco tutto attorno gracchia di grilli, cicale e sputacchine.
È un concentrato di colori, luci e suoni. Magnifico.
Superati il corridoio delle campane c’è un tempietto ancora più piccolo, circondato da torii rossi. È veramente difficile capire cosa fotografare perché ogni angolo è un quadro meraviglioso tra luce del sole, il rosso della vernice dei torii o del tempio il legno e il verde vibrante delle foglie della foresta. C’è addirittura un monaco in vestiti tradizionali che passa ogni tanto a cambiare le offerte sui banchetti.
È veramente una scena di ispirazione. Ma si sta facendo ora di pranzo ed è meglio tornare.
Purtroppo il bus che dovevamo prendere per arrivare in stazione è saltato, così decidiamo di pranzare in un Konbini sulla strada con i fantastici tramezzini all’uovo, guardando un trattore in raccolta su di una risaia dall’altra parte della strada, mentre un’aquila osserva la scena appollaiata sul tetto della casa accanto nella speranza di cacciare qualche topolino nascosto tra i fasci di riso.
Il viaggio di ritorno verso Fukuoka è veloce e abbastanza noioso, soprattutto perché torniamo nella zona di cielo coperto che rende tutto più spento. Facciamo visita ad un’altro tempio, passeggiando tra i bambini che escono da scuola con le loro cartelle rigide in pelle sulla schiena. Mi sorprendo come sempre di questa cultura estremamente rivoluzionaria, moderna e colorata, ma ancora con rimandi tradizionali come gli zaini scolastici che sembrano ancora quelli degli anni cinquanta. Troviamo l’entrata al tempio a fatica, non c’è veramente un’anima, solo una signora che gentilmente ci chiede di entrare, ci mostra il piccolo altare al Buddha e ci manda da soli in ascensore al terzo piano dove, infilando delle ciabattine da bambini, possiamo esplorare la base della pagoda e godere della vista sulla città.
È tutto stupendo, peccato per il tempo nuvoloso che toglie sempre quel colore che renderebbe la visita più energica.
Ci trasciniamo un po’ per il parco Ohori, molto turistico. Di cose da vedere ce ne sarebbero altre ma sono molto distanti e i piedi cominciano a far male. Decidiamo di tornare verso l’albergo passando prima da Muji per scoprire qualche camicia scontata e da Gorichan Tenjin che Paolino si era segnato cucinare onigiri vegetariani da provare assolutamente.
Buoni, ma non sapevamo ancora che la nostra avvenuta culinaria in Giappone avrebbe alzato ancora l’asticella.
Ci laviamo e riusciamo. Dobbiamo prendere una metropolitana e fare un bel pezzo a piedi fuori dal centro di Fukuoka per andare in un altro ristorantino, sempre nella lista di Paolo. Quando entriamo da Yakodari capiamo di essere quasi entrati in casa di una coppia. C’è una stanza, due tavoli e un bancone con la cucina a vista dall’altra parte. Quattordici, quindici coperti in tutto. Ordiniamo dei cavolfiori fritti. Buoni. Ma il colpo di fulmine è arrivato con il ramen in brodo di latte di soia, alghe varie e sesamo. Non abbiamo mai mangiato una pietanza più buona. Sarà per la stanchezza, sarà per l’eccitazione di aver trovato un posto che fa cibo vegetariano in un paese di tradizione pesce e carne, sarà perché abbiamo fatto amicizia con Nino, il cuoco, mentre preparava questi piatti sotto i nostri occhi.
Non siamo abituati in Italia ad andare al ristorante e vedere gli chef cucinare: è veramente una magia incredibile. Usando il traduttore del telefono abbiamo chiacchierato un sacco con Nino. Ci ha raccontato dei suoi dieci anni di gavetta a Tokyo, in un ristorante con altri cuochi italiani (infatti qualche parola la parlava) e, due anni fa, il ritorno nella terra natia per diventare vegetariano e aprire un locale tutto suo. Noi, innamorati, facciamo domande, raccontiamo del nostro viaggio e delle prossime tappe. Facciamo Brindisi con la birra e Nino ci prepara in anteprima due sushi di tofu che presto inserirà nel menu. Dobbiamo tornare.
Che serata splendida. Siamo pieni nello stomaco e nel cuore.
Passeggiamo un po in centro, passando per i quartieri pieni di gente e quelli a luci rosse.
C’è sonno però nell’aria. Prendiamo una birra da asporto mentre torniamo in albergo.
Bella Fukuoka. Da tornarci con calma la prossima volta.
E tornare a cena da Nino.Read more


























TravelerMi fido di voi ma…siete proprio sicuri che si mangi quello che avete descritto?