• Beppu

    September 12 in Japan ⋅ ☁️ 27 °C

    Oggi giornata importante, comincia il giro vero alla scoperta della regione del Kyushu.
    Ma è sabato e il panificio che ci ha dato tanta soddisfazione ieri apre mezz’ora più tardi. La passiamo nel Lawson di fronte a guardare le decine di cretinate da mangiare che non abbiamo il coraggio di provare, ma quando Boulange riapre siamo tra i primi in coda: krapfen al pistacchio, caffè con latte di soia bollentissimo e subito in hotel. Vestiti, zaini e alle 9:30 siamo in stazione ad attendere lo shuttle dell’autonoleggio.
    Questo ci porta un po fuori dal centro, in un parcheggio sotto un cavalcavia con un ufficio dentro un container. Poco da fidarsi, ma l’auto che avevamo prenotato è lì per noi.
    Mi faccio spiegare le regole base, fotografo qualsiasi pagina di numeri da chiamare per le emergenze, espongo la patente internazionale che tanto ho penato a fare in Italia e siamo pronti a partire!

    La guida è a sinistra come in Inghilterra. Non ci metto molto ad abituarmi vista l’esperienza delle due volte in Irlanda e della Scozia. L’unica cosa che mi manda ai matti è che i giapponesi mettono la leva delle frecce a destra invece che a sinistra quindi per i primi dieci incroci faccio partire i tergicristalli almeno una volta prima di mettere le freccia.
    Prendiamo l’autostrada senza fermarci al casello grazie alla scheda etc, come il Telepass, noleggiata a 300 yen al giorno. La macchina è piccola ma sufficiente. Avremmo voluto provare una di quelle a scatoletta ma non eravamo sicuri ci entrassi, peccato prossima volta.

    Facciamo circa una mezz’ora di strada per arrivare ad un tempio buddhista un po fuori Fukuoka, che Paolo si era segnato per una statua gigantesca del Buddha.
    Parcheggiamo e ci rendiamo conto di essere assieme a veramente tanti turisti cittadini che di sabato vengono a fare le preghiere o vengono a visitare il tempio per l’ennesima volta.
    Paghiamo cash l’entrata e Paolo viene invitato a tenere bassi i pantaloncini sotto le ginocchia per rispetto. Entriamo e giriamo un po, ammirando le statue giganti e quelle piccole ammassate sulle pendici fitte di foglie della montagna. Se non fosse pieno di persone che si fanno i selfie sarebbe anche un posto meraviglioso, con il solito verde lussureggiante della foresta e l’umidità quasi da pioggia che crea un’atmosfera magica.
    Saliamo per vedere la statua del Buddha. Verde smeraldo, veramente gigante ed appoggiata su un fianco. Molto bella ma sentiamo un po di distacco dall’autenticità che eravamo riusciti a trovare nei templi di ieri.

    Decidiamo di rimetterci in strada.
    C’è fame, così esco quasi subito dall’autostrada e seguiamo le indicazioni per il solito Konbini: un family mart con i classici tramezzini all’uovo e bun alla pizzaiola. Mangiamo tutto quanto in macchina in parcheggio per risparmiare tempo e ci rimettiamo in strada. Prima di rientrare però in autostrada riusciamo a farci qualche chilometro tra i campi e i paesini, giusto per apprezzare anche un po il Giappone vero, quello fuori dalle grandi metropoli.

    L’autostrada è dritta e abbastanza noiosa. In più con i tramezzini in digestione e il tempo uggioso, faccio fatica a stare sveglio e vigile. Fortuna che facciamo tappa in un altro paesino che Paolo si era segnato guardando i reel su Instagram, e anche questo si rivela una turistata ancora più patetica di prima: una sorta di villaggetto storico tedesco, con case in pietra finta trasformate in negozietti e decine, centinaia di persone che si fanno le vasche solo per straniarsi dalla settimana in città. Faccio fatica a trovare del bello in tutto questo, se non a ridere all’idea dei meme su Heidi dopo aver visto l’angolo dedicato al cartone animato con tanto di recinto con capretto vive per farsi le foto.
    Prendiamo un caffè ghiacciato, strapaghiamo il parcheggio e fuggiamo.

    Bastano veramente poche centinaia di metri di strada che entriamo in un bosco fittissimo di canne di bamboo e sequoie. Cominciamo a salire di altitudine tra un tornante e l’altro mentre comincia ad alzarsi una nebbia fitta.
    Scavalliamo il passo tra due montagne e, ridiscendendo, la nebbia non si dirada anzi, cominciamo a distinguere diverse colonne di vapore alzarsi dal paese a valle. Siamo arrivati a Beppu, che ha come caratteristica una serie di laghetti termali chiamati Jigoku o “vasche infernali” dalle temperature altissime con cui esce il vapore e l’acqua.
    Appoggiamogli zaini in albergo, una bellissima casona in legno con camere moderne e minimali, e andiamo a piedi a visitare alcune di queste piscine.
    L’ingresso di ognuna sono 500yen, ma se le fai tutte costa 2500. Non abbiamo voglia di farci tutte le visite, così scegliamo le due più grandi e più vicine tra loro.
    E impressionante come la pressione con cui esce il vapore e l’acqua da queste aperture nella roccia risuoni nell’aria umida e con il classico odore di uova.
    L’altra pozza invece è di fango grigio e il vapore esce ribollendo, forse il segno più forte della vita e del calore sotto ai nostri piedi ogni giorno.
    Non abbiamo voglia di spendere altri soldi a vedere delle pozze, ma c’è un’altra cosa che avevamo visto in un video e volevamo provare.
    Troviamo il posto, Jigokumushikobo, entriamo. Ci danno un numero tipo al supermercato, ci mettono in fila per scegliere cosa mangiare ad una cassa automatica, dopodiché dopo qualche minuto ci chiamano, paghiamo, ci spiegano le regole del gioco e ci danno gli ingredienti crudi. Arriva un ragazzo che ci porta nella cucina, fatta da una serie di pozzi in muratura coperti da coperchi in legno. Paolino si mette i guanti in lattice per non scottarsi, viene aperto il coperchio e infila gli ingredienti nel pozzo. 15 minuti e avevamo il nostro spuntino cotto a vapore. Mangiamo così verdure lesse, del riso con funghi e due uova sode buonissime. Ma non era tanto il sapore delle cose che mangiavamo che mi ha emozionato, non c’è niente di speciale in verdure al vapore, ma che sono state cucinate con ciò che arriva da sottoterra è bellissimo.
    Comincia a piovigginare e l’umidità del posto non aiuta a rimanere asciutti. Torniamo in hotel a farci una doccia per riuscire di nuovo. Fortuna che ora abbiamo l’auto per spostarci. Scendiamo in centro città per cenare nell’unico locale vegetariano aperto che Paolino ha trovato e capitiamo in un ristorante indiano. Mangiamo così dhal e chapati, che ovviamente mi hanno riportato indietro di tre anni alla mia esperienza in Andhra Pradesh, non proprio entusiasta allora come oggi della piccantezza di alcuni piatti.

    Proviamo a fare due passi nel centro di Beppu ma la situazione non sembra un granché: poca gente, la maggior parte dei locali a luci rosse o nei karaoke. Non ci piace.
    Così riprendiamo l’auto e ci concediamo l’ultima esperienza che ci eravamo prefissati di fare qui: l’onsen. Consigliato dallo chef del locale di Fukuoka, proviamo lo Hyotan: un po più caro rispetto agli altri ma molto grande e pulito. Proviamo l’esperienza del bagno di sabbia, distesi e ricoperti di sabbia calda e poi le varie terme bollenti assieme ai locali. Ne usciamo rilassati e cucinati per benino.
    Tempo di letto.
    Domani si cammina.
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