Il monte Aso
September 13 in Japan ⋅ 🌧 26 °C
Il cartellino in camera diceva che la colazione ci sarebbe stata portata dalle 8 alle 8:30, ma nessuno si fa vivo.
Decidiamo così di aprire i due pacchetti di foglia di bambù che ci sono nel frighetto, scoprendo onigiri e una frittatina.
Sistemati, lasciamo l’hotel di Beppu con l’auto in direzione sud. Il programma di oggi prevede una piccola camminata sul vulcano di Aso, ma la giornata e le previsioni non promettono bene. Proviamo comunque ad andarci, ma con calma, scegliendo la via alternativa all’autostrada. Passiamo due ore tra valli, piccoli villaggetti e tante, tante risaie. È domenica mattina, non c’è un’anima in giro, solo qualche signore intento a tagliare l’erba dei marciapiedi o raccogliere le prime piante di riso. Il sole fa capolino ogni tanto, accendendo tutto di un verde saturo magnifico. Sembra di essere in montagna, ma le foreste sono di bambù o quercie. La natura prevale ancora in questo posto, ma non sono rovi o piante infestanti. Tutto sembra avere un’armonia sua. Ci fermiamo a fare qualche foto ad una risaia piena di libellule e cavallette, per poi proseguire il nostro tragitto con gli occhi meravigliati e le musiche dei Mumford alla radio.
Entriamo alla cittadina di Aso che ormai è quasi mezzogiorno. Ci concediamo un dolcetto da Lawson e un pacchetto di patatine al pomodoro mentre scaliamo con l’auto i tornanti del vulcano ricoperto di erba, con macchie di terra e roccia nere che spuntano ogni tanto sulle pareti scoscese.
Quando arriviamo al parcheggio del museo dedicato al vulcano c’è la solita bolgia: turisti in ciabattine o camicetta e pantaloni da uscita al ristorante e pullman che vanno e vengono. Normale, è domenica, pensiamo.
Ci sono un gruppo di cavalli a disposizione per fare dei giri, ovviamente super fotografati. La transumanza va e viene verso una piccola collina al centro di un enorme prato.
Non ci facciamo tanti problemi, non è quella la collina a cui puntiamo.
Ci cambiamo le scarpe, infiliamo gli zainetti e cominciamo a camminare nella direzione opposta.
Avevamo letto di un bel giro di un’ora e mezza per riuscire a vedere il cratere Nakadake, quello ancora attivo che butta fuori colonne di valore immense, da una posizione migliore. Così cominciamo a salire i quasi 600 gradini del monte Kishima. Non fa caldissimo, ma c’è un’umidità esagerata. Ringraziamo che è tutto nuvoloso, perché se ci fosse il sole saremmo veramente cotti male. Ogni tanto una bava di vento arriva e, pian piano che saliamo, la bava si trasforma in brezza, poi in vento sostenuto, quello che fa correre le nuvole. E capiamo di essere dentro una nuvola, quando arriviamo in cima. Attorno a noi è bianco, ma bastano pochi secondi per far apparire il vulcano Nakadake in lontananza, bello con la colonna di fumo che si alza in cielo mischiandosi alle nuvole.
Mi accorgo poi che la terra è più nera del solito, mischiata all’erba e al muschio, che le rocce non sono come le nostre montagne, sono porose. Butto l’occhio dietro Paolino e realizzo che siamo anche noi sul ciglio di un cratere spento, ricoperto di verde. È bellissimo.
E risalendo la cresta del cratere ecco comparirne un’altro giù nella valle, il famoso Komezuka, che appare e scompare dietro le nuvole che stranamente hanno cominciato a correre più di prima. È un sogno: siamo al cospetto di tre crateri vulcanici, in mezzo al cielo.
Scattiamo foto, cerchiamo di imprimerci nella mente questo spettacolo che, a dirla tutta, con una giornata di sole terso non avrebbe avuto lo stesso fascino. Mangiamo anche gli onigiri alle alghe e allo zenzero prese al konbini, con una vista spettacolare.
Circumnavighiamo il cratere scoprendo l’altro lato del vulcano: un vallone verde fosforescente, con pennellate di terra e roccia rossa e nera, mascherato dalle nuvole e il sempre presente vulcano attivo dietro.
Ci sarebbe un’altra camminata da fare che abbiamo letto essere consigliata, dalla parte opposta di dove siamo arrivati, ma nella discesa verso il parcheggio inevitabilmente si mette a piovere. Fortuna che siamo attrezzati con impermeabili e gusci per gli zaini, ci aspettavamo un tempo avverso e abbiamo anche indossato le scarpe impermeabili, ma fare una camminata nuova completamente sotto l’acqua non ci entusiasmava. Fortuna vuole che appena arrivati in parcheggio la pioggia smette di colpo.
Ci diciamo che non sarebbe forse più capitato di passare di lì, così attraversiamo il grande prato facendo zigzag tra le turiste in ciabattine.
C’è da salire un nuovo monte per avere una vista ancora più bella del vulcano, un paio di centinaia di metri di dislivello a detta dell’applicazione. Facile, se non fosse per l’85 percento di umidità. Sudiamo e fatichiamo facendoci strada tra gli arbusti bassi e le felci enormi che costeggiano il sentiero. Arriviamo in vetta e nulla, siamo di nuovo dentro una nuvola. Non si vede niente attorno a noi. Solo bianco.
Siamo sudati, sporchi, pieni di residui delle piante e moschine sulle braccia. Non abbiamo voglia di aspettare che la nuvola passi, così torniamo sui nostri passi e in venti minuti siamo di nuovo al parcheggio. È tempo di andare in hotel.
Scendiamo la montagna sfiniti ma contenti della passeggiata, non paragonabile ai trekking che facciamo di solito in montagna a casa a livello di lunghezza e dislivello… ma a casa non fa così caldo.
Facciamo check in al Fairfield, un albergo bellissimo nella cittadina di Aso, proprio ai piedi del monte. La camera è nuova e stupenda con un letto gigante. Abbiamo visto che c’è anche la lavanderia ma prima… onsen!
Ne abbiamo visto uno giusto dieci metri dietro l’albergo, così appoggiamo gli zaini e scendiamo in ciabatte. Ci concediamo così un’ora di relax nella piscina termale calda fuori all’aperto con la pioggia che ha cominciato a scendere lentamente, assieme agli anziani del paese e qualche signore venuto a cercare un po’ di relax prima di ricominciare la settimana lavorativa.
Nell’onsen ci sono le postazioni per lavarsi, seduti su sgabelli di plastica, così puliti e profumati usciamo completamente rigenerati, tanto da passare dieci minuti seduti sul tatami assieme agli anziani che guardano le gare di sumo alla tv.
Rientriamo in hotel. Tentiamo di fare un paio di lavatrici che escono a pois di carta perché Paolino ha dimenticato i fazzoletti in tasca.
Lasciamo le cose umide in camera e usciamo veloci a cena. Purtroppo chiude tutto molto presto nel paese e l’unico posto che siamo riusciti a farci prenotare dai consierge dell’albergo chiude alle otto.
Scopriamo che quello che abbiamo prenotato non è un ristorante, ma la casa di un tipo che ha pensato di trasformare il piano terra in cucina per gli ospiti e vivere al piano superiore.
Ordiniamo al volo entrambi degli udon ai funghi buonissimi, accompagnati da un cubetto di tofu fatto in casa con cipolla fritta. Questo “ristorante” è famoso soprattutto per Kuro, il gatto nero del proprietario, che ci accoglie facendosi grattare e ad una certa mi sale sulle ginocchia facendomi cenare con lui appollaiato. Il ragazzo che cucina ci racconta essere figlio di produttori di tofu e che ha voluto aprire la sua attività da solo.
Paghiamo, ringraziamo e usciamo. È stata anche questa una bellissima serata spontanea e autentica.
Facciamo tappa al Lawson per strada per rifornirci di pastine per la colazione e torniamo in albergo a finire di lavare e asciugare i vestiti, mentre scambio quattro chiacchiere sui divanetti della hall con una coppia di pensionati americani trasferitisi da due anni nel Kyushu ed innamorati persi del Giappone.
Come dargli torto.Read more





















