• Grazie Kyushu

    September 15 in Japan ⋅ 🌧 26 °C

    Ci svegliamo presto. Fuori la pioggia ha finalmente smesso e un gatto randagio si gode l’asfalto bagnato sulla stradina dietro l’albergo. Mangiamo in camera brioches alle mele prese la sera prima e caffè con la teiera della stanza.
    Alle otto e zero cinque il motore è acceso e la nostra piccola Honda lascia Takachiho.
    Forse questa è stato il villaggio che meno ci ha lasciato in questo viaggio finora. Peccato averci quasi perso del tempo e non essersi spostati più verso la costa, ma pazienza. Ci ripagano le terrazze piene di riso che pian piano vengono illuminate dal sole del mattino mentre usciamo dalla prefettura di Miyazaki per rientrare in quella di Kumamoto.

    Oggi purtroppo il nostro giro del Kyushu finisce. Avremmo voluto passare più tempo a scoprire questa isola che ci ha sorpreso con così tanto verde e paesini piccoli ma accoglienti.
    Discutiamo oltretutto già una prossima volta in Giappone e se fosse un viaggio più autentico quello zaino in spalla e via di mezzi come lo è stato in Corea oppure in the road in auto come questi ultimi giorni. Ognuno ha i suoi pro e i suoi contro, ma abbiamo constatato che l’autenticità è la spontaneità in un viaggio si trovano molto più spesso nelle persone che nei luoghi effettivi. Ti puoi trovare nel ristorante vegetariano della grande città turistica e fare amicizia con il cuoco o non trovare un’anima nel paesino più imbucato dell’isola.

    Oggi comunque è l’ultimo giorno: abbiamo lo Shinkansen che ci aspetta alla sera, ma dobbiamo prima fare il pieno e riconsegnare l’auto. A Fukuoka. A circa tre ore di auto da Takachiho.
    Ma siamo partiti presto e, sulla strada per Fukuoka, vogliamo prenderci un po di tempo per vedere almeno una volta il mare.
    Quando raggiungiamo la costa di Kumamoto la densità di case abitate e di auto aumentano vertiginosamente. Quasi mi prende il magone a pensare che fino a un’ora prima guidavo in mezzo si boschi di conifere e bambù senza praticamente incrociare nessuno.
    La malinconia sparisce però subito alla vista dei villaggetti sul mare, dei porticcioli, delle case tutte con i tetti tradizionali. Sembra veramente di essere dentro il film di Ponyo.
    Di lì a poco, nascosto dietro una muraglia di copertura delle maree e diversi frangionde di cemento simili a stelle marine, troviamo il primo torii della giornata. Sta lì, con le gambe immerse nel mare, due lanterne di cemento di fronte e un airone appollaiato sopra.
    Non abbiamo troppo tempo per contemplare la poesia di questo momento. Ci rimettiamo subito in marcia, in direzione delle isole abitate della prefettura di Kumamoto.
    Attraversiamo diversi ponti, costeggiamo l’isola più grande notando che, in quelle più piccole sparse per una grossa baia, alcuni alberi stanno cominciando ad ingiallirsi. È l’autunno che sta bussando alla porta. Tra non molto tutto questo paesaggio diventerà rosso fuoco.

    Passiamo villaggi di pescatori, allevamenti di gamberi con grandi pali nell’acqua ed eliche che girano e muovono la superficie del mare. Passiamo casette semplici e umili e bellissime case tradizionali avvolte nei loro giardini e muretti a secco, con piccoli boschi di bambù dietro e la risaia di fronte.
    Il sole viene e va dietro le nuvole che corrono. Non sono le nuvole del Messico, ma rendono sicuramente il paesaggio più magico in questa danza di luci e ombre.
    Ad un certo punto la strada volta a destra e comincia ad arrampicarsi sul fianco della collina. La carreggiata si restringe, c’è posto a malapena per la nostra piccola macchinina.
    Facciamo venti minuti buoni di tornanti, salendo pian piano quella che sembra essere la montagna più alta dell’isola, facendo attenzione e pregando ad ogni singola curva che non ci fosse nessuno in discesa dal verso contrario.
    Dopo boschi di bambù, querce e curve a gomito nel nulla, la sommità della montagna ci si apre meravigliosa: un piccolo altare in marmo e un torii in pietra con una vista mozzafiato sull’arcipelago di isole di Kumamoto. Che spettacolo.
    Il momento di silenzio dura solo un paio di minuti, perché un paio di ragazze si piazzano davanti al torii a farsi foto e civettando ad alto volume. Ne approfittiamo per chiedergli una foto, tanto ormai il momento idilliaco è passato.
    Mangiamo i soliti tramezzini all’uovo con la vista sull’arcipelago e proviamo un the/caffè d’orzo schifoso senza zucchero con la grafica di Shinchan, che però andava provato. Ma la vista perdona anche questo.
    Ridiscendiamo i tornanti, ripercorriamo all’indietro la strada tra i paesini di pescatori fin quasi di nuovo a Kumamoto. Questo giochino ci è costato quattro ore tra andata e ritorno. Ne è valsa la pena? Beh si. Andare via con il rimorso di non averci provato per i tempi stretti e per la tanta strada sarebbe stato peggio.
    A Kumamoto prendiamo l’autostrada che fila dritta fino a Fukuoka, finendo patatine, caffè in bottiglietta di alluminio e dolcetti.
    Arrivati in città facciamo benzina, riportiamo l’auto al deposito e senza neanche accorgerci veniamo scaricati in stazione dei treni dallo shuttle.

    Abbiamo tempo prima di prendere il treno per Hiroshima: sistemiamo gli zaini grandi in un comodo locker e ci facciamo un giro per i negozi della stazione, perdendoci più volte in quello che è proprio un labirinto di bancarelle di dolci e persone. Troviamo all’ultimo il negozietto, che Paolino ovviamente aveva già scoutizzato, che vendeva i bento (le cene già pronte) con pietanze solo vegetariane.
    Contenti, recuperiamo gli zaini e ci dirigiamo nella parte della stazione dedicata agli Shinkansen, i treni proiettile.
    Alle sei e trentasei precise il treno inizia a muoversi e in un paio di minuti al massimo sta già sfrecciando a trecento chilometri orari, mentre ci gustiamo il nostro bento con riso e carne veg guardando il tramonto sullo skyline di Fukuoka e salutando il Kyushu.

    Sono stati quattro giorni intensi e soddisfacenti quelli che abbiamo passato in questa isola verde e un po rimasta ferma nel tempo rispetto alle grandi città giapponesi. Sappiamo di aver solo grattato la superficie e che questo posto merita un secondo giro almeno, di più giorni sicuro! E girarlo in auto ci ha permesso di scoprirlo con i nostri tempi e la libertà di fermarci ad osservare quando serviva.
    Grazie Kyushu.

    Arriviamo a Hiroshima neanche un’ora dopo, disorientati da una nuova stazione che sembra un aeroporto.
    Prendiamo un bus che ci porta in centro, vicino all’hotel smile dove alloggeremo per due notti.
    Appoggiamo gli zaini e senza fame usciamo per fare due passi ed esplorare la zona.
    Il quartiere è pieno di negozi ancora aperti la sera tardi, piccoli uffici che organizzano esperienze di concerti (o almeno così ho capito), i soliti bordelli molto riservati e i palazzi dedicati a karaoke. Ma ci sono anche ristoranti carini con la facciata in legno illuminata dalle lanterne di carta, o i piccoli bar dove signori in abito da lavoro concludono la giornata bevendo sake e ridendo con i colleghi.

    Troviamo poi il tempio della perdizione: il Don Quijote. Sei piani di assolute cretinate: dai dolcetti di qualsiasi tipo, ai giochini e portachiavi di Shinchan, agli articoli per la casa e il bucato a souvenir a basso costo.
    Entrare in un Don Quijote è un’esperienza mistica di colori, suoni e cartelli pubblicitari. Non ci rendiamo conto ma li dentro ci passiamo più di un’ora. Ne usciamo storditi e, dopo sei ore di auto, comincio a perdere colpi.
    Mangiamo a fatica un gelato rientrando in hotel e nanna.
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