• Himeji

    September 18 in Japan ⋅ ☀️ 29 °C

    Sono da poco passate le nove quando usciamo dal comfort hotel. Abbiamo lasciato gli zainoni giù alla reception e ci incamminiamo per il castello di Himeji, uno dei più grandi e meglio conservati del Giappone.
    L’ingresso è un po caretto rispetto alla media a cui eravamo abituati, ma ci ripetiamo che tanto va fatto almeno una volta e compriamo il biglietto per il castello più il giardino giapponese accanto.

    Il castello di per sé è molto bello, ricostruito negli anni 50, conserva ancora molte delle parti originali. Tanto legno scuro, scale ripide per salire da un piano all’altro della torre che però non ha altro che pareti e finestre perché era l’armeria principale, il resto era in un’altra parte che per velocizzare i tempi saltiamo.
    La bella scoperta invece sono stati i giardini, grandi, meravigliosi, pacifici. Tenuti a puntino da giardinieri seduti per terra in ogni area a raccogliere l’erba matta dal muschio con le pinzette. Ci sono i laghetti pieni di carpe koi colorate di rosso e di oro, mentre gli aceri cominciano ad ingiallire le loro foglie specchiandole sull’acqua.

    Passeggiare per questo posto è rilassante e inspiratorio. Peccato solo per il cielo uggioso che come al solito uccide un po i colori.

    Ci spostiamo fuori le mura del castello e prendiamo un bus che ci porta nei quartieri residenziali, vicino alle colline boschive che circondano la città. Arriviamo ai piedi di una di queste dove troviamo l’impianto di risalita con funivia. Paghiamo il biglietto, aspettiamo cinque minuti e in poco tempo stiamo salendo i boschi con la città di Himeji che si allontana.
    Il monte Shosha è famoso per ospitare sulla sua vetta un villaggio di vecchi templi, uno più bello e più grande dell’altro.
    Perdiamo un’ora a girare per queste costruzioni mastodontiche in legno scuro, circondate da sequoie altissime, aceri e bambù, con il costante stridio delle cicale e delle sputacchine in sottofondo.
    Ma siamo stretti con i tempi purtroppo. Avremmo voluto fare a cambio di un paio di ore con il treno di ieri.
    Così corriamo letteralmente a prendere la funivia e, tutti sudati, ridiscendiamo il monte Shosha. Poi di nuovo in bus fino a Himeji.

    Paolo aveva trovato un ristorante veg la mattina, a cui sarebbe voluto tantissimo andare a pranzo, ma con i tempi stretti ci avevamo rinunciato.
    Quando arriviamo in centro a Himeji con qualche minuto di anticipo rispetto al programmato, propongo una toccata e fuga comunque al ristorante per capire se facevano d’asporto. Scopriamo invece che la proprietaria parla un po’ di Italiano e ci promette di cucinare velocemente per noi. Mangiamo quindi riso, insalata con carne vegetale e crocchette di pollo vegetali spaziali, accompagnate da una bella zuppa di miso calda.

    La ragazza ci racconta che ha imparato un po di italiano a Firenze qualche anno fa, ma è stato il fidanzato palermitano che ha conosciuto tre anni fa a Himeji, e che sposerà a breve, a insegnarle di nuovo la lingua.

    Ringraziamo contenti del pasto buonissimo, della chiacchiera e della velocità.
    Che bello quando si riescono a creare delle connessioni, anche solo qualche parola con la gente del posto. È quello che rimane sempre di più di un viaggio: non tanto i posti e le viste, quelle ovviamente fanno sicuramente differenza, ma le esperienze di contatto e condivisione con le persone arricchiscono la scoperta di carattere umano. Di vicinanza e collaborazione, di sorrisi e rispetto.
    Anche questo ci rimarrà impresso quando torneremo a casa. Forse il ricordo della funivia al monte Shosha pian piano affievolisce, il sorriso della ragazza del ristorante vegetariano a Himeji no.

    Prendiamo in tempo lo Shinkansen verso Kyoto, dopo aver recuperato in hotel le valigie e trovato il tempo per una fuga al volo all’uniqlo della stazione.
    È sempre bello sentire il sibilo di questo treno che continua ad accelerare per minuti, mentre il paesaggio al di fuori scorre sempre più velocemente.

    Arriviamo nell’ enorme stazione affollata di Kyoto, dove ci perdiamo per cinque minuti buono prima di trovare la fermata dell’autobus.
    Facciamo check-in in albergo, un po più al centro dell’altra volta. Ci laviamo e vestiamo più eleganti del solito: Paolino stasera mi porta in un ristorante pregiato.
    Usiamo e passeggiamo tra la folla serale della strada più commerciale di Kyoto, mi sorprendo nel vedere tanti, troppi occidentali: non siamo più abituati dopo venti giorni in oriente al contatto con così tanti italiani, spagnoli e francesi. Ma si sa che Kyoto è la città nel mezzo dell’asse turistico Tokyo-Osaka e come noi l’altra volta è una tappa abbastanza obbligatoria da fare, piena di bellissime cose da vedere.

    Il ristorantino dove mi porta si trova in una vietta buia e solitaria rispetto alle strade principali. Si presenta con una parete in legno nero e un corridoio che porta all’interno segnato solo da piccole lanterne arancioni sul pavimento. Il posto ha una sola stanza, un tavolone in vetro riflettente al centro, otto coperti da un lato, otto dall’altro e un enorme schermo a parete con un filmato continuo di pennellate nere che si compongono su un fondo bianco.
    Ci vengono serviti kombucha giapponese, tè verde, due antipasti saporiti e una ciotola di ramen con un brodo che è la fine del mondo. Tutto vegano. Ci godiamo questa esperienza di gusto e olfatto con calma.

    Ne usciamo contenti e ci dirigiamo verso la strada di pontocho che ricordavamo piena di bar per bere un’ultima birretta prima di andare a letto, ma giriamo un bel po prima di deciderci ad infilarci in un buco perché tutti gli altri offrivano solo whisky oppure chiedevano una tassa solo per sedersi.

    Sono ormai le undici quando ci mettiamo a letto. Avendo già visitato Kyoto la prima volta, ci ripromettiamo di prendercela molto con calma questo weekend.

    Intanto però domani c’è uno degli appuntamenti più importanti del viaggio che tanto aspettavamo.
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