• I tanuki e il museo Nintendo

    September 19 in Japan ⋅ ☁️ 29 °C

    Prima regola per quando si prenota un albergo con colazione su Booking: scrivere che si è vegetariani. Così almeno ci si risparmia un box pieno di petto di pollo, bacon e würstel e non si mangia solo un po di frittata e due foglie di insalata.

    Usciamo con calma verso le nove. Prendiamo un bus poco distante dall’hotel per spostarci a ovest di Kyoto.
    Premesso, due anni fa avevamo visto molto di quello che ci interessava, praticamente tutto. Quindi non avere la pressione di dover per forza visitare qualcosa finalmente ci fa tirare una boccata di ossigeno dopo gli ultimi giorni veramente provanti a livello fisico.
    Arriviamo alla foresta di Arashiyama, famosa per il corridoio di bambù che, come l’altra volta, troviamo sempre bello e scenico, ma molto corto e soprattutto molto turistico.
    Ma il motivo per cui siamo tornati non era certamente quello di fare slalom tra i selfie stick, ma uscire dai percorsi dei turisti per ritrovarci di nuovo nelle stradine vuote appena dieci metri più in là, in mezzo alle case.
    Sembra veramente di essere tornati a due anni fa: non c’è un’anima, la giornata ci ha regalato inaspettatamente un sole caldo ma anche un certo grado di umidità. Le cicale come al solito fanno da colonna sonora costante mentre ad ogni passo Paolino canta storpiando qualche canzone che gli passa per la testa e io devo guidarlo fischiando le canzoni dei film ghibli o di Zelda per avere un po di pace.

    Il vero motivo per cui siamo venuti ad Arashiyama è il negozietto delle ceramiche specializzato in un personaggio particolare: il tanuki. Abbiamo provato a cercare in rete per tutto il Kyushu e anche dopo, ma questo è l’unico che li fa. Per cui siamo tornati dove l’altra volta abbiamo “adottato” la statuetta del procione giapponese con il cappello in paglia e la bottiglia di sake, che ormai da due anni ci protegge dalla cattiva sorte a casa.
    E scegliamo un fratellino, un po più piccolo, più cicciottello, di cui ci siamo innamorati al primo istante. Abbiamo fatto pure vedere la foto di due anni fa al proprietario del negozio che si è messo a ridere.

    Siamo contenti. Non eravamo sicuri di riuscire a passare per prenderlo e si sa che due volte significa aver creato una tradizione. Ho la netta sensazione che qui ci torneremo.
    Con il nostro tanuki incartato per benino rifacciamo al contrario la strada orienta di turisti e decidiamo di prendere un veloce bus per visitare il tempio di Saihoji, che l’altra volta avevamo saltato, scoprendo però con dispiacere e un po di disappunto che bisognava prenotare la visita almeno il giorno prima e che l’entrata sarebbe costata 4000 yen. Una ladrata in confronto ai 100/300 che di solito si pagano negli altri templi. Per cui a fin dei conti non ci dispiace poi così tanto saltarlo.

    Prendiamo al volo un onigiri al family mart da consumare prima che arrivasse l’autobus per riportarci in centro. Qui, poco distante dall’hotel, ci beviamo un caffè con fetta di cheesecake in un bellissimo cafe imbucato in una via strettissima ma con la vetrata che da sulla ferrovia e ogni tanto passa un treno che colora la stanza riflettendo la luce del sole.

    Torniamo in stanza, appoggiamo il tanuki, ci laviamo e riusciamo.

    Oggi pomeriggio c’è l’appuntamento che attendiamo da almeno tre mesi. Forse il motivo vero per cui abbiamo deciso di tornare in Giappone. Il museo Nintendo.

    Bisogna risalire a luglio, quando entrambi in diretta da due uffici diversi ci siamo collegati sul sito per prendere i biglietti all’apertura delle prenotazioni.
    Abbiamo rischiato fino all’ultimo di rimanere fuori perché Paolo era riuscito a comprarli, ma nella foga aveva sbagliato a scrivere i nomi e c’era la possibilità che non ci facessero entrare, così velocemente sono riuscito a comprarli anche io, prima che il mese intero andasse in sold out.

    Fatto sta che alle tre e mezza siamo fuori dal museo, emozionati come due anni fa quando abbiamo visto il parco Nintendo ad Osaka.
    Ci danno i nostri pass personalizzati, facciamo la foto di rito sui tubi di super Mario ed entriamo nel museo.
    Il piano superiore è proprio la mecca per qualsiasi appassionato di Nintendo. C’è praticamente tutta la storia: dalle origini del marchio come gioco di carte, ai giocattoli per il baseball per poi passare negli anni ottanta con i primi videogiochi, il game boy e così via tutte le console nei vari colori disponibili, tutti i giochi con le confezioni originali, tutti i concept… meraviglioso. Non si potevano fare foto purtroppo, solo al piano di sotto.
    Il piano di sotto invece è la parte divertente, dove si possono provare diversi giochi iconici di Nintendo ma con controller giganti in due persone alla volta.
    Ci divertiamo a far saltare Mario del Nintendo 64, voliamo con l’aereo di Wii sport resort muovendo in due un telecomando Wii grande un metro e mezzo, spariamo al tiro al bersaglio interattivo con altri bambini. Siamo noi tornati bambini. Ed è stato bello ripercorrere i giochi e le console che abbiamo condiviso fino alle prime, quando ci siamo conosciuti all’università e io non sapevo neanche cosa fosse Nintendo.

    Poi è stato il momento del negozio. E qui Paolino avrebbe voluto comprare tutto.
    Ci accontentiamo di un paio di maglie, delle spille e qualche portachiavi, ma sono stato tentato fino all’ultimo di tornare a casa con un cuscino gigante a forma di controller Wii.

    Il museo ha anche il ristorante interno… e non vuoi provare il panino veg? Così ci beviamo anche i due burger di fungo formato bambino e usciamo che ormai è buio fuori.

    Felici di un pomeriggio che è volato in un tuffo nel passato e in una passione che ci accomuna.

    Torniamo in città. Anche se i panini erano veramente mignon, non abbiamo così fame da sederci a tavola.
    Così decidiamo di raccogliere i vestiti sporchi e fare una lavatrice nella laundry vicina all’albergo, mentre mangiamo il solito tramezzino all’uovo del family mart e l’immancabile dolcetto strano.

    Mentre torno in albergo con i vestiti puliti e asciutti, mi guardo attorno e non riesco a non pensare ad una vita così, in viaggio continuo. Dove la preoccupazione del non avere più mutande pulite è una cosa che ti si ripropone ciclicamente ogni pochi giorni.
    Sarebbe una bella preoccupazione.

    Domani è domenica.
    E intanto siamo ancora in viaggio. Godiamocela come abbiamo fatto oggi.
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