• Geo esplorando
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Ricercare il rapporto tra suoni e inclusone Baca selengkapnya
  • La memoria patrimonio materiale

    19 Maret, Chili ⋅ ☀️ 16 °C

    Entrare al Museo della Memoria è come abbassare il volume del mondo fuori,
    e alzare quello di ciò che spesso resta sommerso.

    È un edificio pensato come una soglia.
    Non solo un contenitore di storia, ma uno spazio che obbliga a fermarsi,
    a guardare senza scorciatoie.
    Vetri, luce filtrata, percorsi che non sono mai neutri:
    qui l’architettura non accompagna, interroga.

    La memoria non è esposta—
    ti attraversa.

    Le voci registrate, i volti, i frammenti di vite spezzate
    non chiedono compassione,
    chiedono presenza.
    Chiedono di restare, anche quando sarebbe più facile passare oltre.

    E poi c’è la nostra guida—
    entusiasta, luminosa in un luogo che pesa.
    Tiene insieme rigore e passione,
    come se raccontare fosse già una forma di giustizia.

    Il nostro gruppo cresce quasi per caso:
    due signore dell’Uruguay si uniscono,
    come se anche questo fosse un piccolo gesto di memoria condivisa,
    un filo che attraversa confini che, sulla carta, separano.

    Perché questa storia—
    questa faccenda che ancora oggi sfugge, che non si lascia chiudere—
    non è solo cilena.
    È una ferita che ha parlato molte lingue,
    un’eco che ha attraversato il continente.

    E allora camminiamo insieme,
    diventiamo, senza dichiararlo, una comunità temporanea di ascolto.

    Uscendo, la luce di Santiago sembra diversa.
    Non più solo città,
    ma stratificazione di ciò che è stato,
    di ciò che resta da capire.
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  • Ancora qualche quartiere

    19 Maret, Chili ⋅ ☀️ 21 °C

    Proseguiamo, guidati da Marcello—
    che non indica solo strade,
    ma apre traiettorie.

    Qui i musei sono gratuiti.
    E questa gratuità non è un dettaglio:
    è una dichiarazione.
    Come dire: la memoria, il sapere,
    non si pagano—
    si condividono.

    E allora il nostro passo si ferma, con una certa urgenza dolce,
    al Museo di Storia dell’Educazione.
    Anche questo aperto, accessibile, poroso.

    Come non pensare a Silvia.
    Al suo dottorato, alle sue domande ostinate,
    a quel modo di cercare che non si accontenta mai della superficie.
    Qui ogni oggetto sembra parlarle,
    ogni aula ricostruita, ogni quaderno, ogni traccia di pedagogia vissuta
    diventa una possibilità di dialogo a distanza.

    Esploro.
    Respiro.

    Un’altra Santiago si apre—
    non quella delle vetrine,
    ma quella delle pratiche, dei tentativi,
    delle idee che hanno provato a cambiare il modo di apprendere,
    di stare insieme, di diventare cittadini.

    E continuo a cercare di applicare la deriva.
    Lasciarmi portare,
    accettare deviazioni,
    seguire ciò che chiama senza spiegarsi subito.

    Cammino senza mappa precisa,
    ma con un’attenzione viva—
    come se ogni svolta potesse insegnare qualcosa,
    come se la città stessa fosse un dispositivo educativo.

    E forse lo è davvero:
    una pedagogia diffusa,
    che si lascia leggere solo da chi
    è disposto a perdersi un poco.
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  • Pranzo è ancora il nostro scambio

    19 Maret, Chili ⋅ ☀️ 23 °C

    E poi un pranzo—
    che non è solo pausa,
    ma apertura.

    Arriviamo e loro sono già lì,
    gli studenti di Marcello,
    in attesa.
    Non un’attesa formale, ma viva, curiosa,
    quasi elettrica.

    Che emozione essere aspettati così.

    Il tavolo si riempie in fretta:
    piatti, voci, accenti che si intrecciano.
    L’italiano scivola nello spagnolo,
    le parole inciampano e ridono,
    si cercano, si inventano.

    È uno scambio festoso, sì—
    ma anche preciso, profondo.
    Domande che arrivano dirette,
    sguardi attenti,
    una qualità rara di presenza.

    Non siamo più “noi” e “loro”.
    Diventiamo un unico campo di apprendimento,
    dove insegnare e imparare
    si confondono felicemente.

    Si parla di ricerca, di pratiche, di futuro—
    ma anche di vita, di desideri,
    di ciò che ci muove davvero.

    E ancora una volta il corpo è lì,
    non sullo sfondo:
    gesti, risate, il ritmo del mangiare insieme,
    come se il pensiero avesse bisogno di questo
    per prendere forma.

    Marcello osserva, tiene il filo,
    ma lascia spazio—
    e lo spazio si riempie da solo.

    C’è qualcosa di raro in tutto questo:
    una fiducia immediata,
    come se ci conoscessimo già
    da qualche altra traiettoria.

    E mentre il pranzo scorre,
    mi accorgo che questo—
    questo stare insieme senza difese—
    è forse la forma più concreta
    di educazione che abbiamo incontrato finora.
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  • Lezione all’università

    19 Maret, Chili ⋅ ☀️ 21 °C

    Parte Sonia—
    e la sua voce apre lo spazio come una soglia ampia,
    una lezione magistrale che non schiaccia,
    ma solleva.
    Ogni parola trova posto,
    ogni concetto respira.

    Poi Lucio,
    con la sua classe in movimento,
    il fuoco acceso sul ragionamento geografico—
    non mappe immobili,
    ma pensiero che attraversa, connette, interroga.

    Io seguo,
    o forse inseguo.
    L’italiano si incrina, si perde un poco nell’aria,
    non sempre arriva.
    E allora è il corpo a fare da ponte,
    gli sguardi, i gesti,
    e Marcello—che non lascia cadere nulla—
    mi sostiene, traduce, rilancia.

    La classe è lì.
    Presente davvero.
    Interessata, educata, attenta—
    ma soprattutto viva.

    È da tempo che non avevo davanti
    una ricchezza così densa,
    così disponibile all’incontro.
    Una fortuna che si sente quasi fisicamente,
    come un’aria più piena.

    Anna Paola riporta il fuoco sulla didattica,
    ma senza scorciatoie—
    non ricette,
    piuttosto chiavi.
    Chiavi per aprire, non per chiudere.

    E Marcello—
    a dirigere senza imporsi,
    a tessere senza farsi vedere troppo—
    costruisce ponti.

    Ponti tra lingue,
    tra modi di pensare,
    tra esperienze che altrimenti resterebbero separate.

    Il nostro pontefice,
    nel senso più concreto e necessario:
    colui che tiene insieme,
    che rende possibile il passaggio.

    E in questo continuo attraversare—
    tra parole che arrivano e altre che sfuggono—
    capisco che la comprensione
    non è mai solo linguistica.

    È relazione,
    è attenzione,
    è desiderio di restare. Calotta prende la scena—
    sempre più sicura, sempre più dentro il flusso.
    La sua voce non cerca spazio: lo crea.

    È interessante, stimolante,
    come se ogni passaggio aprisse una possibilità in più,
    un varco inatteso.

    E poi—quel gesto che ritorna.
    Ripropone agli studenti lo stesso esempio,
    lo stesso vizio—o forse virtù—
    già emerso pochi giorni prima a San Paolo.

    Ma qui è diverso.
    Stesso seme, altro terreno.
    E allora cambia il modo in cui attecchisce,
    le domande che genera,
    le connessioni che accende.

    Viene da pensare che queste siano vere e proprie batterie di dati:
    non numeri freddi,
    ma situazioni vive che si replicano, si trasformano,
    e permettono di osservare il pensiero in azione.

    Una raccolta preziosa—
    quasi una ricerca in tempo reale,
    che attraversa luoghi, lingue, contesti.

    E noi lì,
    dentro questo movimento che si costruisce mentre accade.

    Che bel momento—
    di quelli in cui non hai bisogno di spiegarti perché,
    lo senti e basta
    che sta succedendo qualcosa che vale.
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  • Ragionando di proprietà

    20 Maret, Chili ⋅ 🌙 15 °C

    Acqua bene comune! Ci hanno insegnato a tracciare confini anche sull’acqua.
    A misurarla, a registrarla, a possederla.

    Ma l’acqua non sa stare dentro i recinti.
    Scivola, insiste, ritorna.

    Nasce nei ghiacci che si sciolgono senza chiedere permesso,
    attraversa rocce che si muovono lente come pensieri antichi,
    si raccoglie nei coni di deiezione, si disperde, si ritrova.

    L’acqua è relazione, non proprietà.
    È passaggio, non possesso.

    Eppure qui—tra valli assetate e coltivazioni assetate di profitto—
    diventa cifra, diritto esclusivo, gerarchia.
    Qualcuno apre il rubinetto, qualcuno aspetta la pioggia.

    Allora viene da chiedersi:
    che cosa significa davvero “bene comune”?

    Forse non è una categoria giuridica,
    ma una pratica quotidiana di ascolto.
    Un modo di stare nel mondo senza trattenere tutto per sé.

    Perché l’acqua, come il pensiero,
    esiste solo se circola.

    E ogni volta che la fermiamo del tutto,
    non la possediamo—
    la impoveriamo.
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  • Saluti

    20 Maret, Chili ⋅ 🌙 15 °C

    I saluti arrivano lenti,
    come se nessuno volesse davvero chiudere.

    Le parole escono una dopo l’altra,
    senza difese: sincere, piene, a tratti tremanti.
    Non sono discorsi preparati—
    sono pezzi di verità.

    Perché lo sappiamo:
    in accademia non è sempre facile.
    Si incontrano anche rigidità, competizioni,
    distanze difficili da colmare.
    E lavorare insieme davvero—
    con rispetto, ascolto, desiderio reciproco di crescere—
    è raro.

    Paola lo dice con lucidità:
    proponiamo continuamente lavoro di gruppo,
    ma quanto sappiamo davvero lavorare in gruppo?

    La domanda resta lì, aperta, fertile.

    Sonia—la nostra regina generosa—
    si commuove,
    e con lei qualcosa si scioglie anche in noi.

    Forse è stato un attaccamento lento,
    quasi impercettibile all’inizio,
    ma ora è chiaro:
    siamo legati dal desiderio
    di far fruttare tutto ciò che, con cura e amore,
    abbiamo seminato.

    Ognuno ha trovato il suo posto.

    Ci abbracciamo—
    più volte,
    un minuto in più ogni volta.

    Ed è forse il gesto più potente di tutti:
    sentire il cuore dell’altro così vicino
    da non poter fingere distanza.

    Ora siamo pronti a tornare—
    non come prima,
    ma con una forza maggiore da portare nella quotidianità,
    nei nostri contesti, nei nostri studenti.

    Ieri Marcello mi scriveva,
    e le sue parole restano:

    “Mi querida Lorena! Gracias a ti por haberme invitado a este grupo de trabajo! Todos son tremendamente especiales! Curiosamente, muy lejos de ese estilo de ‘académicos’ más soberbios y complejos!

    Yo agradecido de la vida, de poner en mi camino a personas como tú, inspiradoras! O como tus colegas, académicos humanos y comprometidos con cambiar los procesos educativos en nuestros países!”

    E io—
    sinceramente—
    posso solo ricambiare.

    Mi sento davvero fortunata.
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  • Verso il deserto

    20 Maret, Chili ⋅ ☀️ 21 °C

    Partiti a ranghi ridotti,
    per qualche giorno di vacanza:
    Carlotta e Andrea.

    Uno strano intreccio generazionale—
    chi ci guarda da fuori cosa penserà?
    Che io sia la mamma?
    Non lo so.
    Ma mi piace molto.

    Abbiamo lasciato Santiago alla chetichella,
    con quel pensiero sospeso
    di tutte le cose ancora da vedere.
    Ma questi giorni no—
    questi giorni sono per un’esperienza sola:
    il deserto di Atacama.

    Dall’alto, uno spettacolo della natura:
    righe come fiumi
    che sembravano ferire la terra,
    solcarla piano,
    come cicatrici antiche.

    Arrivati, la realtà ci ha presi alla sprovvista:
    trovare la via più semplice
    verso l’unico luogo abitato
    in mezzo a quel nulla.

    Disorientamento totale.
    Sarà l’altitudine,
    sarà il flusso incessante di turisti,
    saranno le mille offerte che si accavallano—
    un brusio continuo
    nel posto dove dovrebbe esserci silenzio.

    Domani lo testeremo, quel silenzio.

    Dopo ore di esitazioni e mappe mentali,
    abbiamo deciso:
    toccare tutto.

    Due escursioni al giorno,
    per tre giorni.

    Perché, in fondo,
    se non le facciamo qui,
    dove mai potremmo farle?
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  • Mattina relax

    20 Maret, Chili ⋅ ☀️ 24 °C

    Prima tappa, partiamo piano facendoci incantare dai colori degli abiti. Siamo così vicini al Perù che è un tripudio di colori! Come non portare a casa qualcosa alle persone che vogliamo bene? E così ci impegniamo con gioia per far girare l’economia locale. La maestra resta Carlotta, ho tanto da imparare! Ci riforniamo di protezione doppia e pranziamo al nostro posto del cuore e ci prepariamo perfino con il costume. Nel frattempo dalla FLB arrivano degli scatti dalle Ande incredibili! Non possiamo non metterli qui per ricordarci anche di chi è tornato a casa!Baca selengkapnya

  • Nel deserto tra la polvere

    20 Maret, Chili ⋅ ☀️ 22 °C

    A San Pedro le strade non sono asfaltate. Non perché manchino i mezzi, ma perché qui si vuole conservare qualcosa: la polvere del deserto, quella sabbia che è parte dell’identità del luogo.

    La prima giornata scorre così, avanti e indietro sulle quattro strade di terra battuta che, stranamente, ogni volta mi sembrano diverse. Il tutto mentre cerchiamo disperatamente di capire quali tour fare e, soprattutto, a quali costi.

    Nel frattempo, risate a crepapelle.

    Alla fine ci conquista Giulia: Atacama iconica. Ha un’aria da hipster del deserto, e forse proprio per questo ci piace. Carlotta ha il ruolo di consultare il punteggio ed ha cinque punti pieni, anche se è leggermente più cara.

    Decidiamo quindi di puntare sulle tappe principali, restando però ancora indecisi sui geyser.

    Il programma che ne esce è più che intenso, quasi una sfida personale con il deserto cileno: il più arido del mondo, con il cielo più limpido che si possa immaginare, uno strato di ozono sottilissimo e temperature che oscillano dal caldo estremo al freddo pungente… semplicemente inseguendo il sole.
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  • Ocarine

    20 Maret, Chili ⋅ 🌙 18 °C

    In mezzo al deserto,
    quando pensi che tutto sia silenzio e pietra,
    incontri un artigiano di ocarine—
    perché, a quanto pare,
    i sogni esistono davvero.

    Un incontro incredibile,
    di quelli che non cerchi
    ma che ti trovano.

    Come non portare a casa
    un’ocarina originale
    per Ludovico,
    il mio super fratellone,
    musicista mancato—
    ma solo per il mondo,
    non certo per me,
    che lo porto sempre nei pensieri.

    Ed eccolo,
    il suono dell’artigiano:
    antico, ruvido, vivo.

    Ho scelto lo sciamano.
    Spettacolare.
    Non vedo l’ora
    di sentirla suonare da te, Ludovico.
    Io resto felice pronta per quello che ci aspetta domani!
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  • Laguna Cejar

    21 Maret, Chili ⋅ ☀️ 22 °C

    Laguna Cejar è uno dei luoghi più iconici del deserto di Atacama, ma la sua storia è meno “instagrammabile” di quanto sembri. Si trova nel Salar de Atacama, un antico bacino salino formatosi milioni di anni fa dall’evaporazione di laghi preistorici. Nel tempo, la concentrazione di sali — soprattutto litio e sodio — è diventata così alta da creare queste lagune turchesi dove si galleggia senza sforzo, un po’ come nel Mar Morto.

    Prima di arrivare al bagno, il tour è già un piccolo viaggio nel paesaggio estremo: si attraversano distese bianche di sale, si osservano le croste salate che scricchiolano sotto i piedi e spesso si fa tappa nelle lagune vicine (come Ojos del Salar), due specchi d’acqua perfettamente rotondi in mezzo al nulla.

    È un percorso che prepara lentamente all’esperienza finale: silenzio assoluto, luce accecante e una natura così radicale da sembrare quasi extraterrestre.
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  • Laguna Cejar in ammollo

    21 Maret, Chili ⋅ ☀️ 25 °C

    I tour alla Laguna Cejar hanno una loro liturgia precisa: ti passano a prendere uno per uno, come una collezione di figurine umane nel deserto. Noi, ovviamente, prime della lista (privilegio o destino, ancora da chiarire). Ultimi a salire i nostri preferiti, ribattezzati i fratelli nelson ed Edoardo — età indefinita, spirito eterno, ma misteriosamente sempre idonei alla tariffa ridotta.

    Dopo un primo giro esplorativo tra sale, luce accecante e vento che ti spettina anche l’anima, arriva l’aperitivo: bellissimo da vedere, meno da affrontare… perché si scioglie più velocemente di un’illusione nel deserto.

    Poi ci spostiamo verso il momento clou: il bagno. Appena Edoardo sente la parola “bagno”, scompare e lo ritroviamo già in modalità creatura anfibia… ma sorpresa: nella prima laguna che incontriamo non ci si può immergere! Delusione epica, degna di tragedia greca.

    E poi finalmente: la Laguna Cejar. Una distesa irreale, bianca e turchese, dove il sale fa il suo miracolo. Entriamo e… galleggiamento estremo. Zero sforzo, corpo sospeso, mente in pausa.

    Relax assoluto. E sì, anche Edoardo alla fine ha avuto il suo momento di gloria.
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  • Tour sotto le stelle

    21 Maret, Chili ⋅ ☀️ 21 °C

    Il tour astronomico nel deserto di Atacama inizia nel silenzio più totale, sotto un cielo che sembra esagerato anche per gli standard del deserto.

    La guida è un professore di competenza assoluta: sa tutto, ma proprio tutto. Peccato che lo racconti con l’energia di chi probabilmente ripete le stesse spiegazioni da… diciamo qualche era geologica. Tra una costellazione e una foto stellare (rigorosamente in serie), però, qualcosa passa: e impari davvero.

    E così, poco alla volta, il cielo prende forma.

    Ho visto la Croce del Sud e mi sono ritrovata a cercare il sud come se servisse davvero orientarsi nella vita. Ho riconosciuto Orione, la sua cintura — le Tre Marie — lì perfette, sospese come da manuale ma infinitamente più vive.

    Poi arriva il momento più surreale: la foto. Quella in cui tu sei lì, nel buio del deserto, e dietro esplode l’universo. Sembra finta. Invece sei tu.

    E infine i telescopi, di ogni tipo. Guardi dentro e cambia tutto:
    Giove con le sue lune (gli anelli li sogni, ma va bene così 😄), la nebulosa di Magellano… oggetti lontanissimi che diventano improvvisamente presenti, quasi familiari.

    https://photos.app.goo.gl/b6B6sQo5QheHR9gG8
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  • San Pedro de Atacama

    22 Maret, Chili ⋅ ☀️ 5 °C

    Oggi il pulmino è pieno, noi ovviamente in fondo — quella zona mitologica dove ogni buca si trasforma in esperienza sensoriale completa. Davanti, l’umanità composta; dietro, noi e la nostra resilienza.

    Ed è lì che entra in scena Cristian.

    Guida perfetta: simpatica, competente, entusiasta. Una di quelle che ti racconta il deserto come se fosse casa sua — e probabilmente lo è davvero. Solo che tra una spiegazione e l’altra, tra un vulcano e una laguna, mastica costantemente foglie di coca. Ma non “un po’”. Una quantità tale che a un certo punto ti chiedi se stia parlando o fotosintetizzando.

    “Questo… mmh… è il salar…”
    mastica
    “…formato milioni di anni fa…”
    mastica ancora

    E tu sei lì, che ascolti, impari, e intanto cerchi di capire come faccia a parlare così bene con mezzo altipiano tra i denti.

    Intanto il pulmino parte, si lascia alle spalle San Pedro e comincia a salire. Il paesaggio cambia piano piano, la luce si fa più dura, l’aria più sottile.

    E noi, in fondo, ondeggiamo verso l’altitudine e verso il primo atto di una giornata che promette di essere tutt’altro che tranquilla.
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  • Socaire

    22 Maret, Chili ⋅ ☀️ 5 °C

    Socaire è un piccolo villaggio andino a circa 3.200 metri di altitudine, abitato da comunità atacameñe che vivono qui da secoli. Case in adobe, terrazzamenti agricoli che resistono al deserto, una chiesetta bianca che sembra appoggiata sul tempo più che sul terreno. E immancabile, come un inno universale: il campo da calcio.
    Perso lì, in mezzo al nulla, in uno dei posti più improbabili mai visti.
    Perché ovunque nel mondo, puoi togliere tutto… ma non il pallone.

    Il pulmino si ferma, si scende tutti. Fa freddo, di quello secco che non ti avvisa, ti prende direttamente.

    E come per magia, dalla parte più improbabile del mezzo — il fondo, il nostro regno — compare un fornellino. In pochi minuti: uova che sfrigolano nel nulla del deserto. Spettacolo puro. Alta cucina altiplanica.

    Cristian, sempre lui, gestisce tutto con naturalezza, tra una spiegazione e una masticata strategica di foglie di coca.

    E poi ci siamo noi.
    Noi tre, non amici — o forse sì, ma in un modo diverso. Sempre insieme, senza bisogno di dirlo. Una complicità silenziosa che lascia spazio ai tempi di ciascuno, ai silenzi, agli sguardi, al freddo condiviso.

    Socaire non è solo una tappa.
    È un piccolo equilibrio tra persone, altitudine e cose semplici che funzionano.
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  • Piedras Rojas

    22 Maret, Chili ⋅ ☀️ 2 °C

    Seconda tappa: Piedras Rojas. E già il nome promette qualcosa che non delude.

    Siamo a oltre 4.000 metri e il freddo continua a farsi sentire — quello che ti entra nelle dita e resta lì, senza fretta. Ma davanti, il paesaggio sposta tutto.

    Le rocce sono rosse, intensamente rosse, per via dell’alto contenuto di ferro ossidato. Sono il risultato di antiche attività vulcaniche: lava, estrusioni, trasformazioni lente che hanno costruito questo contrasto quasi irreale con l’acqua turchese della laguna. È geologia, sì. Ma sembra scenografia.

    E infatti: è uno dei punti più fotografati di tutto Atacama.
    Ogni angolo è perfetto. Ogni passo è una cartolina.

    Noi scattiamo — o almeno, ci proviamo.
    Perché la verità è che io, proprio qui, in questo scenario così perfetto, non sono del tutto a mio agio. Una di quelle situazioni in cui tutto è bellissimo… ma tu sei leggermente fuori fuoco.
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  • Lagune altiplaniche

    22 Maret, Chili ⋅ ☀️ 7 °C

    Terza tappa: le lagune altiplaniche. Miscanti e Miñiques, oltre i 4.000 metri, dove il silenzio è così netto che sembra quasi una presenza.

    Qui non ci sono solo acqua e vulcani. Ci sono loro: le vigogne.

    Nel branco c’è una struttura precisa, quasi rigorosa.

    Un maschio dominante — lo riconosci subito, vigile, sempre un passo avanti — e attorno un piccolo gruppo di femmine. È lui che controlla il territorio, che tiene insieme il gruppo, che osserva tutto. Gli altri maschi adulti? Allontanati. Devono arrangiarsi altrove, spesso in gruppi separati.

    Le femmine hanno una gestazione lunga, circa 11 mesi, quasi come gli umani. E dopo il parto possono tornare rapidamente fertili, mantenendo così il ritmo del gruppo.

    E poi c’è il dettaglio più curioso: il territorio si marca.
    Le vigogne creano veri e propri punti comuni di deiezione (dung piles), che servono come segnali visivi e olfattivi per delimitare lo spazio. Non proprio profumo di montagna… ma decisamente efficace.

    E per un attimo sembra di aver capito qualcosa in più: che anche qui, in mezzo al nulla, esistono regole, equilibri, gerarchie.

    Solo che funzionano meglio delle nostre.
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  • Nel centro del nulla… noi!

    22 Maret, Chili ⋅ ☀️ 10 °C

    “C’è ancora una sorpresa”, ci dice Cristian.
    E ormai sappiamo che con lui tutto è possibile.

    La sorpresa è… fotografarsi nel bel mezzo della strada.
    Sì, proprio lì. Asfalto, linea, deserto intorno e noi in posa, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

    Assurdo? Abbastanza.
    Nuovo? Non proprio — avevamo già visto scene simili a San Paolo, ma qui, nel nulla dell’Atacama, assume un livello quasi surreale.

    Ci mettiamo in gioco, ovviamente. Ridiamo, proviamo, ci adattiamo.
    Ma è uno di quei momenti in cui capisci con grande lucidità:
    ok, bello… ma non è proprio il nostro habitat naturale 😄

    E forse è anche questo il viaggio:
    fare cose che non ti appartengono del tutto,
    e scoprirlo mentre sei lì, in mezzo a una strada nel deserto,
    a ridere senza un vero motivo.
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  • Riserva naturale de los flamengo

    22 Maret, Chili ⋅ ☀️ 25 °C

    Entriamo nella riserva Los Flamencos quasi in punta di piedi, come se il paesaggio stesso chiedesse silenzio. Qui l’acqua non è mai davvero dolce: è una zona umida salina, dove la terra e il cielo sembrano specchiarsi in lagune che brillano di bianco e azzurro. Il sale disegna croste sottili lungo le rive, e l’aria ha un odore secco, minerale, quasi antico.

    In questo ambiente apparentemente ostile, i fenicotteri trovano il loro equilibrio perfetto. La salinità dell’acqua non è un ostacolo, ma una risorsa: favorisce la crescita di alghe e piccoli crostacei, che sono la base della loro alimentazione.

    Ed è proprio da qui che nasce il loro colore. Quel rosa elegante, a volte tenue, a volte acceso, non è un dono alla nascita: dipende da ciò che mangiano. I pigmenti presenti nelle alghe e nei microrganismi si accumulano nelle piume. Più ricca è la dieta, più intenso sarà il colore. In un certo senso, ogni fenicottero è il risultato visibile del suo menu—una dieta ben riuscita, verrebbe da dire.

    Durante la stagione riproduttiva, la riserva si anima con discrezione. Le coppie si formano attraverso rituali sincronizzati, quasi coreografie: movimenti del collo, passi lenti, ali che si aprono all’unisono. Non c’è fretta, ma una precisione che sembra studiata.

    E poi, un gesto semplice ma decisivo: la deposizione di un solo uovo. Uno soltanto per stagione. Una scelta che racconta molto della loro strategia: meno quantità, più cura. Entrambi i genitori partecipano all’incubazione e alla crescita del piccolo, alternandosi con pazienza.

    Nel silenzio della laguna, tra riflessi e vento leggero, tutto sembra avvenire con misura. Anche la vita, qui, procede essenziale: un uovo, un pulcino, un ciclo che si rinnova senza rumore. E forse è proprio questo che rende il luogo così potente—non ciò che mostra, ma ciò che lascia intuire.
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  • Los Flamencos

    22 Maret, Chili ⋅ 🌬 22 °C

    Entriamo nella riserva Los Flamencos quasi in punta di piedi, come se il paesaggio stesso chiedesse silenzio. Qui l’acqua non è mai davvero dolce: è una zona umida salina, dove la terra e il cielo sembrano specchiarsi in lagune che brillano di bianco e azzurro. Il sale disegna croste sottili lungo le rive, e l’aria ha un odore secco, minerale, quasi antico.

    In questo ambiente apparentemente ostile, i fenicotteri (non “topi di flamenco”, anche se l’immagine fa sorridere—sembrano tutto tranne che timidi roditori) trovano il loro equilibrio perfetto. La salinità dell’acqua non è un ostacolo, ma una risorsa: favorisce la crescita di alghe e piccoli crostacei, che sono la base della loro alimentazione.

    Ed è proprio da qui che nasce il loro colore. Quel rosa elegante, a volte tenue, a volte acceso, non è un dono alla nascita: dipende da ciò che mangiano. I pigmenti presenti nelle alghe e nei microrganismi si accumulano nelle piume. Più ricca è la dieta, più intenso sarà il colore. In un certo senso, ogni fenicottero è il risultato visibile del suo menu—una dieta ben riuscita, verrebbe da dire.

    Durante la stagione riproduttiva, la riserva si anima con discrezione. Le coppie si formano attraverso rituali sincronizzati, quasi coreografie: movimenti del collo, passi lenti, ali che si aprono all’unisono. Non c’è fretta, ma una precisione che sembra studiata.

    E poi, un gesto semplice ma decisivo: la deposizione di un solo uovo. Uno soltanto per stagione. Una scelta che racconta molto della loro strategia: meno quantità, più cura. Entrambi i genitori partecipano all’incubazione e alla crescita del piccolo, alternandosi con pazienza.

    Nel silenzio della laguna, tra riflessi e vento leggero, tutto sembra avvenire con misura. Anche la vita, qui, procede essenziale: un uovo, un pulcino, un ciclo che si rinnova senza rumore. E forse è proprio questo che rende il luogo così potente—non ciò che mostra, ma ciò che lascia intuire.
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  • Imparo sempre: i geyser

    23 Maret, Chili ⋅ ☀️ -1 °C

    I geyser del campo geotermico in Cile sono manifestazioni spettacolari dell’energia interna della Terra. Si formano in aree vulcaniche dove il calore proveniente dal sottosuolo riscalda le acque sotterranee.

    L’acqua piovana penetra nel terreno e scende in profondità, dove viene riscaldata dalle rocce calde o dal magma. Quando la temperatura aumenta, l’acqua si trasforma in vapore e la pressione cresce all’interno delle cavità sotterranee. A un certo punto, la pressione diventa così forte da spingere l’acqua verso l’alto: ecco l’eruzione del geyser, con getti di acqua bollente e vapore.

    Si può dire che i geyser sono “vivi” perché hanno un ciclo regolare, quasi come un ritmo biologico. Durante la giornata attraversano diverse fasi:
    • fase di ricarica: l’acqua si accumula e si riscalda nel sottosuolo
    • fase di pressione: il vapore aumenta e spinge verso l’alto
    • fase di eruzione: il geyser esplode in superficie
    • fase di riposo: il sistema si svuota e ricomincia il ciclo

    Questo ciclo può ripetersi con intervalli abbastanza regolari, che variano da pochi minuti a diverse ore. Anche le condizioni esterne, come la temperatura dell’aria o la quantità d’acqua disponibile, possono influenzare il ritmo.

    Per questo motivo i geyser non sono fenomeni statici, ma sistemi dinamici: cambiano nel tempo, respirano, si trasformano. In un certo senso, raccontano il battito profondo della Terra.
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  • Sfidare l’altitudine

    23 Maret, Chili ⋅ ⛅ 10 °C

    Siamo al penultimo giorno in Cile, l’ultimo in cui si può fare qualcosa. Ci penso e ci ripenso, alla fine decido di accompagnare Andrea alla prossima escursione: partire alle 4 del mattino, salire a quota 4.500 mt s.l.m., vedere dal vivo un campo geotermico sempre studiato ma mai visto prima. Questa mattina sono la prima ad essere presa. Vado dietro al sedile del guidatore accanto alla finestra. Più spazio per mettere il grande zaino con tutti i vestiti pesanti che mi sono portata. Tutto ma proprio tutto: 3 maglioni, la giacca nera, quella a vento, quella felpata, la felpa appena comperata, la sciarpa… mancano cappello e guanti che compero la sera prima (guanti che solo le grandi mani di Adam forse
    possono coprire e vestire), un primo paio di calze, un secondo paio di ghette, un terzo pantalone di lana, sopra a tutto i jeans sotto gli stivaletti in cuoio. So che avrò freddo. La temperatura sarà di -15 gradi percepita… non ci posso pensare! Salgo fiera e tengo il posto accanto al mio ad Andrea. Sono felice di condividere questa esperienza. Saliamo a velocità folle in una strada laterale rispetto alla corsia centrale. Sembrava una gara tra i pulmini bianchi dei turisti, capisco il perché. Sorseggiamo l’acqua come ci viene suggerito, avvolti nella notte del mattino. Davanti Cristian mastica coca, ma oggi il suo alito è insopportabile e i suoi denti tutti verdi. Quando si alza girandosi verso la sua truppa straniera, il suo alito è nauseabondo. Nella salita una ragazza si sente male, soffre l’altitudine, ha conati di vomito, ma per
    fortuna non sta male! Avremmo vomitato tutti con lei. Cristian la fa uscire, chiude la porta dietro a sé, le offre foglie di coca e una tisana strana. Sta di fatto che lei sta meglio. Incredibile. Guardo la struttura del furgone e mi chiedo perché tutte le vibrazioni lo facciano stare ancora tutto insieme. Non ci penso troppo. Voglio solo pensare che tra poco arriveremo a toccare il cielo. Pausa bagno. Raggiungiamo prima di altri il campo geotermico. Uno spettacolo
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  • Zone umide

    23 Maret, Chili ⋅ ☀️ 12 °C

    Scendendo dai geyser, il paesaggio cambia quasi senza preavviso: dal respiro caldo della terra alle zone umide che punteggiano l’altopiano, fino al piccolo villaggio di Machuca.

    Qui l’acqua, dopo aver viaggiato nel sottosuolo riscaldata dal cuore vulcanico delle Ande, riemerge e si raccoglie nei bofedales: praterie umide che sembrano un errore di battitura nel deserto più arido del mondo. E invece no, è tutto perfettamente coerente. Il sistema geofisico nasconde molti misteri, ma i suoi meccanismi sono di una logica disarmante.

    Gli strati impermeabili trattengono l’acqua, le fratture la riportano in superficie, e il risultato è questo: vita dove non dovrebbe esserci. Fenicotteri, erbe tenaci, lama al pascolo… e una comunità che da generazioni ha imparato a vivere esattamente qui, dove la terra decide di concedere una tregua. 
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  • Comunità indigene

    23 Maret, Chili ⋅ ☀️ 14 °C

     Ma chi abitava questa terra prima dell’arrivo degli spagnoli?
    Non ci hanno raccontato molte storie in proposito, solo alcune tecniche di coltivazione per inondazione nei periodi di gennaio e febbraio e una raccolta sistematica dell’acqua attraverso le acque sotterranee. Eppure si intuisce una presenza antica: comunità atacameñe (Likan Antai) capaci di leggere il deserto come una mappa vivente, più che di dominarlo.

    Ci avviciniamo a un villaggio. Si legge che hanno utilizzato i fondi delle miniere di rame per costruire il sempre presente campo di calcio, l’area artigianale (vuota), il museo della comunità (vuoto), la chiesa (chiusa).
    Solo un locale griglia carne di alpaca, che il coraggioso Andrea assaggia e apprezza — qualcuno deve pur fare ricerca sul campo.

    Scendendo dai geyser, il paesaggio cambia quasi senza preavviso: dal respiro caldo della terra alle zone umide che punteggiano l’altopiano, fino al piccolo villaggio di Machuca.

    Qui l’acqua, dopo aver viaggiato nel sottosuolo riscaldata dal cuore vulcanico delle Ande, riemerge e si raccoglie nei bofedales: praterie umide che sembrano un errore di battitura nel deserto più arido del mondo. E invece no, è tutto perfettamente coerente. Il sistema geofisico nasconde molti misteri, ma i suoi meccanismi sono di una logica disarmante.

    Gli strati impermeabili trattengono l’acqua, le fratture la riportano in superficie, e il risultato è questo: vita dove non dovrebbe esserci. Fenicotteri, erbe tenaci, lama al pascolo… e una comunità che da generazioni ha imparato a vivere esattamente qui, dove la terra concede — con parsimonia — le condizioni minime per restare
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