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    10 marca 2026

    Lugano Zurigo Madrid

    10 marca, Szwajcaria ⋅ ☁️ 14 °C

    Allora… missione partenza riuscita. ✈️
    Il fatto importante è proprio quello: alla fine sei lì. Tutto il resto — le cose da chiudere, le liste infinite, il tempo che sembra sempre troppo poco — rimane per qualche ora dall’altra parte dei controlli di sicurezza.

    Succede spesso prima di una partenza: i giorni prima si comprimono come una valigia troppo piena. Dentro ci stanno il lavoro da finire, le persone a cui si vuole dedicare tempo (Eleonora prima della sua avventura a San Gallo non è un dettaglio piccolo), e poi all’improvviso… zac, aeroporto.

    L’aeroporto ha qualcosa di curioso: è uno dei pochi luoghi dove è socialmente accettato non poter fare più nulla di quello che avevi in lista. Sei già oltre la linea di partenza.

    Adesso puoi concederti tre piccole cose molto svizzere:
    1. Guardare i tabelloni senza fretta (anche se li hai già guardati tre volte).
    2. Bere qualcosa di caldo mentre osservi il traffico degli aerei.
    3. Respirare l’idea del viaggio prima che ricominci la corsa.

    E poi sì, sei ufficialmente a Zürich Flughafen — che in fondo è solo un modo elegante per dire: l’avventura è partita.
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  • Attendendo la partenza

    11 marca, Hiszpania ⋅ 🌙 8 °C

    Madrid è sempre Madrid: accogliente, vivace, elegante. Anche quando la attraversi solo di passaggio ti regala un frammento di sé, come fanno le città che sanno sorridere ai viaggiatori.

    Per noi è stata soltanto una tappa sospesa, un lungo respiro tra una partenza e un arrivo.
    Un transito lunghissimo per Carlotta, che ha contato le ore come si contano le stelle nelle notti di viaggio; rapidissimo invece per Andrea e Angela, che il tempo lo hanno attraversato quasi senza accorgersene.

    All’imbarco non c’era troppa gente.
    Saluti Ognuno di noi ha conquistato un finestrino, come un piccolo avamposto sul cielo. Da lì gli sguardi si sono allungati oltre le piste.

    E poi il tempo ha ripreso a correre.
    Dodici ore appena — che in viaggio sembrano insieme lunghissime e brevissime — e finalmente l’arrivo.

    Ad aspettarci, c’era il nostro Lucio.” A sventolare la bandiera rosso crociata che ci unisce.
    E in quel momento il viaggio, che fino a poco prima era fatto di corridoi, attese e orizzonti lontani, è diventato improvvisamente casa.
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  • Una giornata lunga 3!

    12 marca, Brazylia ⋅ 🌧 21 °C

    L’arrivo è come un viaggio nel viaggio. La distanza tra l’aeroporto GRU di San Paolo e la nostra dimora savana si misura in circa due ore di taxi — una di quelle distanze che sulla carta sembrano ragionevoli e che invece diventano una piccola spedizione urbana.

    Fuori, una pioggia battente trasforma il giorno in qualcosa che visivamente ricorda l’autunno europeo, ma con il termometro che insiste ostinatamente sull’estate. Piove con il caldo: un’esperienza che lascia un po’ storditi, quasi disallineati rispetto al tempo e al corpo.

    In questo stato di lieve spaesamento, lo sport diventa il cibo. Le stanze non sono ancora pronte, così lasciamo i bagagli e partiamo in esplorazione alla ricerca di un bar.

    Per me inizia ufficialmente il tour dei frutti esotici. Colori improbabili, consistenze sorprendenti, sapori che sembrano inventati al momento. Una delizia dopo l’altra: succo dopo succo, come se il palato stesse facendo un piccolo corso accelerato di geografia tropicale.

    Dopo il bar approdiamo in un posto quasi stellare, dal look decisamente alternativo — uno di quei locali che sembrano metà laboratorio creativo e metà rifugio urbano. Qui continuiamo a lavorare: prepariamo due presentazioni, una per gli insegnanti della scuola di applicazione, l’altra per gli studenti di didattica della geografia.

    Il lavoro procede bene, sorprendentemente bene. Forse il merito è dell’energia del viaggio, forse dei succhi misteriosi appena bevuti. In ogni caso siamo soddisfatti: delle idee, delle slide… e anche del cibo.

    Segue probabilmente la doccia più desiderata di sempre. Cambio lampo, quasi coreografico.

    E poi via: un tripudio di taxi fendendo l’umida di San Paolo, direzione USP.

    La città scorre fuori dai finestrini come un fiume di luci, e noi ci stiamo entrando dentro, lentamente, come in una nuova pagina del viaggio.
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  • Usp

    12 marca, Brazylia ⋅ 🌧 22 °C

    È una scuola di prossimità — anzi, letteralmente attaccata all’università. Un luogo pensato proprio per questo: avviare sperimentazioni didattiche, provare, osservare, riprovare. Una sorta di laboratorio vivo della formazione degli insegnanti.

    Facciamo il giro della scuola. Colpisce subito l’eterogeneità: spazi, età, ritmi, modi di stare in classe. Tutto è diverso da quello a cui siamo abituati, e forse proprio per questo così interessante. Spiccano i numeri: 700 studenti. Un piccolo universo educativo.

    Ma più dei numeri spicca la passione. I docenti di geografia ci raccontano le loro ricerche, le loro domande sulla neurodivergenza, il desiderio di capire come insegnare meglio a tutti. Non sono discorsi di facciata: sono interrogativi vivi, condivisi con curiosità e con una certa dose di coraggio pedagogico.

    Angela è eccezionale: chiara, appassionata, capace di tenere insieme visione e concretezza.
    Lucio è il nostro mediatore linguistico e culturale. Con grande sensibilità ci concede qualcosa di prezioso: il tempo. Parliamo, poi lui traduce. E in quello spazio sospeso tra una lingua e l’altra abbiamo il tempo di riflettere, di ascoltare davvero quello che stiamo dicendo.

    Che gruppo straordinario di indisciplinati — nel senso migliore del termine: curiosi, vivaci, poco inclini alla rigidità.

    Non ci sono pause vere. Solo un rapido passaggio da un edificio all’altro, ed eccoci nel laboratorio di Sonia.

    Qui incontriamo i suoi studenti, futuri docenti. Lavoriamo insieme interrogando il paesaggio sonoro: ascoltare i luoghi, trasformare i suoni in strumenti di lettura geografica, sperimentare metodologie creative.

    Si esplora, si prova, si ride anche un po’. L’atmosfera è quella giusta: curiosità, concentrazione, libertà.

    L’esito è davvero buono.

    E Carlotta — bisogna dirlo — è sempre più brava.
    Una di quelle crescite che si vedono quasi in tempo reale!
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  • Beco di Batman.

    12 marca, Brazylia ⋅ 🌧 21 °C

    Ultima tappa di oggi — anche se la sensazione è che siano passate tre settimane da quando siamo atterrati.

    Il Beco di Batman.

    Adoro questo quartiere. Ha trovato una vocazione turistica senza perdere del tutto la sua anima un po’ ribelle. Le strade si stringono, i muri si accendono. Qui ogni superficie è un racconto.

    Negli anni Ottanta qualcuno dipinse su un muro un Batman. Nessuno sa esattamente chi sia stato. Ma quel disegno attirò studenti d’arte e giovani artisti che iniziarono a riempire la piccola via di graffiti, trasformandola lentamente in una galleria d’arte a cielo aperto. Da allora i murales cambiano continuamente: nuovi dipinti coprono i vecchi, e il luogo resta vivo, in trasformazione permanente. 

    Quello che era un vicolo un po’ dimenticato della Vila Madalena è diventato uno dei simboli della creatività di San Paolo, un posto dove la città sembra raccontarsi sui muri. 

    Noi camminiamo piano.
    Divertiti.
    Stanchi e sfiniti.

    Guardiamo i colori, ridiamo, commentiamo i disegni più improbabili. Il corpo protesta, ma la curiosità vince.

    E poi eccoci pronti per mangiare ancora — perché in questo viaggio, ormai è chiaro, lo sport è il cibo.

    Torniamo proprio in quel bar in cui l’anno prima avevamo incontrato Paulo Soares.

    La stessa luce calda, lo stesso rumore di bicchieri, lo stesso odore di cucina che arriva dalla strada.

    E noi, di nuovo qui.
    Come se il viaggio avesse una memoria.
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  • A pranzo andata e ritorno

    13 marca, Brazylia ⋅ ☁️ 24 °C

    Calo di zuccheri.
    O almeno questa è la mia ipotesi scientifica del momento.
    Il problema è che ho anche l’impressione di mangiare continuamente, quindi la comunità accademica prima o poi dovrà studiare questo mistero metabolico.

    Soluzione metodologica: passeggiata fino al ristorante del campus.

    Camminare è una cosa curiosa: mentre ti avvicini a una meta, in realtà ti avvicini anche alle persone con cui cammini. Ed è lì che succedono quei piccoli momenti magici che poi restano.

    Con me oggi persone straordinarie.

    Lucio — che ho scoperto essere probabilmente il più grande disegnatore di cespugli vivente — ha uno spirito così puro che gli si vuole bene in modo naturale. Il suo successo accademico è tutto suo, ma sono felice di aver contribuito anche solo in minima parte.

    Carlotta è ironica, sagace, brillante. La compagna di viaggio che oltre a mangiare prevalentemente pollo riesce a farti vedere le cose da una prospettiva diversa — e sempre a fartici ridere sopra.

    Andrea e Angela sono nuovi compagni di viaggio… ma di quelli che io aspettavo da tempo.

    Angela è una specialista dei carotaggi: va in profondità, cerca evidenze, scava fino a trovare ciò che conta davvero. Ogni volta apre prospettive che non avevo considerato, e il mondo che racconta è affascinante. Dialogare con lei è imparare.

    Andrea invece è sempre sul pezzo. Ha uno sguardo capace di catturare il suono dentro le immagini — e lo fa per hobby! Ma lui non sa ancora che non sono gli indicatori il suo punto di forza ma proprio questa competenza! Ad ogni modo oggi facilitare i processi sono un’attività che fa davvero bene, con sensibilità, creatività e apertura al dialogo: un modo per costruire ponti. E lo fa benissimo. Spero davvero di portare quello sguardo unico anche dentro la ricerca che condividiamo.

    Poi c’è Marcello: competenza sistematica allo stato puro. Capace di riassumere lo scibile geografico in tre (massimo cinque) punti, passando con eleganza dall’epistemologia alla competenza, navigando tra positivisti e storicisti come se stesse facendo surf nel pensiero geografico.

    E infine Sonia e Anna Paola.
    Un’accoglienza che si può riassumere in una sola cosa: un abbraccio.
    Di quelli che qui in Brasile si scambiano con generosità e sanno davvero di sincerità e fratellanza.

    Conclusione prima e dopo un pranzo a peso del piatto: la bellezza è negli occhi di chi la guarda!
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  • Il glossario partecipativo prima parte

    13–16 mar, Brazylia ⋅ 🌙 19 °C

    Quando un bambino inizia il processo di alfabetizzazione non parte dalle regole astratte della lingua, ma dal lessico. Riconosce parole, le isola nel flusso della lingua e prova ad associare a ciascuna un significato ed un’esperienza. Progressivamente impara che le parole non sono solo suoni o segni grafici: sono unità che rimandano al mondo, e attraverso il confronto tra parole simili, contesti e relazioni costruisce reti di senso. In altre parole, l’apprendimento procede così: individuazione della parola → associazione a un referente → confronto con altre parole → costruzione di un sistema di significati.

    Il nostro lavoro di ricerca prende avvio proprio da questo principio generativo. Abbiamo individuato lemmi condivisi, inizialmente centrati sulla dimensione dello spazio — che progressivamente si è configurata come paesaggio — intrecciandoli con tre ambiti concettuali: neurodivergenze, sound studies e pratiche partecipative.

    Per rappresentare questa architettura teorica e operativa abbiamo adottato la metafora di un albero, che non poteva che assumere la forma di una Araucaria. Questa specie, con la sua struttura stratificata e arcaica, rende visibile una crescita per livelli.
    • I rami più bassi, i più primitivi, corrispondono alla geostruttura: la dimensione fondativa dello spazio e delle sue possibilità.
    • Salendo lungo la chioma emergono le potenzialità inclusive dello spazio, dove le dimensioni sensoriali, corporee e relazionali si intrecciano.
    • I rami più alti conducono al geogramma, cioè alla capacità di trasformare lo spazio in narrazione, rappresentazione e racconto condiviso.

    Il tronco dell’albero è costituito dai valori del progetto. Essi funzionano come un serbatoio metafisico, ma anche come un filtro: un dispositivo che seleziona e orienta le possibilità teoriche.

    Alla base dell’albero si trovano concetti e teorie, che generano innovazione. Tuttavia questa innovazione può diventare pratica — cioè trasformarsi nei rami dell’albero — solo se attraversa quella che potremmo chiamare una “filiera estrusiva dei valori”. È solo passando attraverso questo processo che le idee si trasformano in linfa, cioè in pratiche vive, capaci di alimentare e far crescere l’intero organismo della ricerca.

    In questo modo l’albero non rappresenta soltanto una struttura concettuale, ma un processo dinamico: dalle radici teoriche ai valori, dai valori alle pratiche, dalle pratiche alle narrazioni che rendono il paesaggio condivisibile.
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  • Co-costruzione del glossario parte II

    14 marca, Brazylia ⋅ 🌙 19 °C

    Siamo tornati al glossario.

    Dovevamo definire gruppo target, ambiti, competenze.
    Risultato: sono spuntati nuovi cespugli.
    Vi lascio immaginare chi li ha disegnati.

    Carlotta nel frattempo era diventata la maga delle matrici, muovendo post-it con la sicurezza di chi governa galassie metodologiche.
    Andrea in modalità ninja della facilitazione: silenzioso, preciso, sempre nel punto giusto al momento giusto.
    Angela nel qui e ora, con quella presenza che hanno i veri leader quando tengono insieme il gruppo senza bisogno di dirlo.
    Marcello… sibillino come sempre, con la sua attitudine cartesiana a mettere in crisi i dogmi (che è il modo elegante per dire che ogni tanto smonta tutto e poi, miracolosamente, funziona meglio di prima).

    La cosa bella è che a un certo punto tutti siamo usciti dalla nostra zona di comfort.
    Gli ambiti non erano più “di qualcuno”, ma di tutti.

    E allora e’ successo qualcosa di veramente raro:
    ti accorgi che il framework che stai costruendo non esisterebbe senza ciascuno dei presenti.
    È davvero una esperienza situata, costruita insieme.

    La soddisfazione più grande?

    Quando siamo arrivati a rovesciare la radice e guardare l’albero al contrario.
    E al centro, finalmente, non c’eravamo più noi.

    Al centro ci sono loro:
    bambine e bambini, ragazze e ragazzi neurodivergenti.

    È da lì che vogliamo far emergere la non più nostra ma loro domanda di ricerca -noi diventiamo un mezzo-.
    Per rispondere ai loro bisogni di inclusione, attraverso quei suoni effimeri e fragili esattamente come noi!
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  • Cena

    14 marca, Brazylia ⋅ 🌙 19 °C

    Cena porco doc.
    Di quelle che chiudono una giornata nel modo migliore possibile.

    Prima tappa: Palazzo Copan. Foto di rito alla pianta perché certe architetture così rivoluzionarie vanno condivise, altrimenti non vale.

    Poi cena. Un mix di sapori incredibile, di quelli che ti fanno capire che questa città non si limita a esistere: ti attraversa.

    E naturalmente tanta voglia di stare insieme. Anche in metro.
    Una delle 15 linee di San Paolo — e sì, anche lì il paesaggio si sente… perché ogni linea ha il suo suono.
    Coincidenze?

    Poi la passeggiata nel cuore del centro storico:
    tra riqualificazione e degrado, bellezza e ferite urbane.
    Una città così complessa che sarebbe impossibile raccontarla qui dentro.

    Quello che porto via sono sensazioni vivaci, stratificate, piene.
    Quelle che solo le città grandi — e le compagnie giuste — sanno accendere.
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  • Applicazione sul campo 1

    14 marca ⋅ ☀️ 26 °C

    Sabato. Un Brasile senza tempo. Sole. Vorrei tornare sulle caratteristiche del nostro gruppo ed in particolare Lucio. Già la sua bontà era nota ma da quando siamo qui non possiamo pagare i numerosi taxi e neppure la metropolitana. Come al solito in un processo di costruzione condivisa di pensieri divergenti tra una grassa risata e l’altra esce la narrazione che Lucio Bithejo è il fondatore di una fondaIone la Lucio Bothejo Foundation che sponsorizza il nostro viaggio, si accerta che il nostro soggiorno sia sempre confortevole. Carlotta è la nostra creatrice più vivace. Chiaramente l’expertise della fondazione è il disegno di cespugli (se vi ricordate ieri Lucio era stato nominato il più grande disegnatore di cespugli vivente)🤣. So che chi legge fuori contesto pensa che sia una baggianata e lo è! A me il compito di fissarlo in questo diario per ritornarci insieme e tornare a riderci su. Prima tappa museo della lingua portoghese. In centro della città, per me è la seconda volta qui ma non si poteva non tornare insieme proprio per l’obiettivo di questa fase del progetto: il glossario in quel tentativo di delineare insieme una geo linguistica tra suoni e inclusione. Il museo ha un’allestimento interessante parte da una riflessione sul rapporto tra la lingua e l’ambiente sull’interazione ripetuta e costante che fissa le parole e da suoni indistinti diventano lemmi. Una sala immersiva permette entrare in un gioco in cui la parola si rifà suono e diventa poesia musicale. Altra cosa davvero interessante sono i ceppi linguistici che portano ai diversi linguaggi un ieri e oggi che arriva al domani in una lunghissima parete in continua trasformazione che tocca non solo le parole ma le parole che diventano segni: i graffiti ad esempio così importanti e così comunicanti. Altra cosa davvero bella le campane di ascolto che al di là del significato ti permettono di avvicinarti ai suoni di lingue che altrimenti non avresti il modo di sentire ed infine il gioco di connettere una parola di un’altra lingua ad una declinazione portoghese. Un gioco di intrecci e scambi fonetici davvero divertente. Czytaj więcej

  • Sabato lavoro di campo II

    14 marca, Brazylia ⋅ ☀️ 28 °C

    Dalle parole all’arte. Visita alla Pinacoteca. Fondata nel 1905, è il museo d’arte più antico della città di San Paolo e nasce con l’obiettivo di valorizzare e raccontare l’arte brasiliana. L’edificio che la ospita, progettato alla fine dell’Ottocento dall’architetto Ramos de Azevedo, era in origine destinato al Liceu de Artes e Ofícios. Nel tempo è diventato uno dei luoghi simbolo della cultura della città, restaurato e trasformato negli anni Novanta dall’architetto Paulo Mendes da Rocha, che ne ha conservato la struttura storica inserendo passerelle e spazi che permettono di attraversare l’edificio come se fosse esso stesso un percorso espositivo.

    Anche qui incontriamo la parola segnica che connota il mondo. Tra le tante sale espositive la mia attenzione si blocca al mare e a un percorso storico tra gli eventi della storia che hanno cambiato il mondo: una sorta di passeggiata inseguendo le strisce pedonali che ti permette di attraversare incolume la storia.

    Il parco della Pina — la Pinacoteca — è amazzonico e sembra essere in rapporto con un’installazione all’interno dove un albero diventa opera d’arte nel suo processo di crescita e sviluppo. Qui la natura non è semplice cornice, ma parte del linguaggio del museo: l’arte dialoga con il tempo, con la città e con la vita che continua a crescere.
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  • Sabato lavoro di campo III

    14 marca, Brazylia ⋅ ☀️ 26 °C

    Immersione nel cuore della città paolista nel suo pulsante, di una San Paolo metropolitana con i suoi 22 milioni di abitanti che non so neppure immaginare. Ci spostiamo al Farol, una ex banca dello Stato di San Paolo, oggi venduta a Santander. È la nostra visione dall’alto che ai geografi piace tanto. Come essere sopra a una mappa reale. Forse è il nostro bisogno di controllo e, nello stesso tempo, di non essere per forza dentro agli eventi.

    Una bella chiacchierata sul futuro e sull’evoluzione del nostro progetto, delineando la cornice di un Innosuisse. Che momenti splendidi di lavoro.

    Anche il corpo deve essere alimentato e la scoperta di oggi è un piatto tipico di origine indigena: farofa de tanajura. La formica che viene usata è grande almeno 3 cm; di lei si prende solo la parte posteriore ed eccola lì, bella croccante e nutriente. Sulla farofa l’assonanza con fofa è immediata. Il pão de queijo un mineiro lo misura se è abbastanza fofo e quelli di oggi non lo sono stati mai! La Fondazione Lucio Bothejo ha un dipartimento specializzato in fofa!

    Della banca abbiamo visitato ogni piano fino al caveau, ora un bar. Bellissimo: si mangia tra le cassette di sicurezza.

    Un altro incontro virtuale: un omaggio a Giovanni Rubinato di Cavarzere, provincia di Rovigo. Emigrato negli anni Cinquanta, è diventato il re della samba: chiaramente, prima cosa da fare, cambiare il nome in Adoniran Barbosa! Ottima sintesi tra un’italianità e una brasilianità che i brasiliani riconoscono autentica attraverso la sonorità.

    Infine? Casa Francesca, il nostro posto del cuore. Stare lì, in una San Paolo pulsante, fa sentire vivi anche se stanchi morti!

    Rientriamo in taxi — sì, uno solo in sei — noi con Rodrigo, il nostro autista, che abbiamo interpretato essere il primo dipendente della Fondazione LB: il suo cuore d’oro ci ha accolti tutti. Il viaggio, a dir poco esilarante, ci ha portati a casa.
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  • In partenza verso il Cile

    15 marca, Brazylia ⋅ ☀️ 25 °C

    Sveglia di buon’ora. Si parte. Lasciamo la nostra confortante Casa Savana, navetta per l’aeroporto, ultimo saluto al Brasile. Dopo così tante volte mi dispiacerebbe davvero se fosse l’ultimo.

    La strada verso l’aeroporto corre accanto alle favelas. Ogni volta penso la stessa cosa: mi piacerebbe entrarci, conoscere, capire, imparare. Da geografi la curiosità non è un difetto professionale, è quasi un dovere. Speriamo ci siano altre occasioni: il nostro lavoro ha qualcosa di magico e a volte apre porte che permettono di entrare nei luoghi con rispetto e desiderio di comprendere.

    Poi si vola. L’aereo prende quota e, a un certo punto, sotto di noi compare qualcosa di sorprendente: un’enorme distesa d’acqua. Per un momento sembra il mare. In realtà è il grande sistema di acque interne del bacino del Paraná, uno dei più vasti del Sud America. Qui scorrono fiumi giganteschi — Paraná, Paraguay, Uruguay — che raccolgono le acque di mezzo continente prima di arrivare al Río de la Plata. Dall’alto diventano laghi immensi, bacini e dighe che si allargano come piccole coste. Non è il mare, ma quasi: una geografia d’acqua che attraversa paesi e storie.

    Poi, come spesso succede nei viaggi lunghi, il paesaggio cambia improvvisamente. Le superfici verdi e d’acqua lasciano spazio a territori più secchi, quasi lunari. E proprio mentre stai cercando di capire dove sei finito, la voce dell’aereo ricorda con tono pratico: bagno chiuso, cinture allacciate.

    Guardiamo fuori dal finestrino… ed eccole lì. Le Ande.

    Una muraglia di montagne che sembra infinita. Creste bianche, ombre profonde, ghiacci che disegnano linee che sembrano mappe naturali. Uno spettacolo incredibile, di quelli che fanno dimenticare anche il sedile stretto e l’aria condizionata troppo entusiasta.

    E mentre attraversiamo questo paesaggio gigantesco, noi non restiamo esattamente con le mani in mano: abstract inviato per presentare il nostro lavoro alla prossima conferenza della Scuola Democratica a Roma e proposta di collaborazione lanciata per il Green Day.

    Insomma: cambiamo paese, attraversiamo uno dei grandi bacini fluviali del pianeta, sorvoliamo la cordigliera più lunga del mondo… e nel frattempo continuiamo a progettare.
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  • Santiago. L’avvio ufficiale

    15 marca, Chili ⋅ ☀️ 22 °C

    Benvenuti (scrivilo in spagnolo e portoghese). Orario prussiano di un cileno entusiasta: Marcello guida eccezionale, geografo esperto, amico prezioso!
    Giusto un giro della città che si trasforma in un incrocio tra diversi quartieri. Solo altri dieci minuti e solo voltiamo l’angolo. Arriviamo a superare i 20.000 passi ma ne siamo stancamente felici. La città pulsa di una gratificazione sociale interessante. Una casa che respira grazie alla sua edera vivente, un locale che parla di rivoluzione, di rodi delle donne, testimonianze contro l’identità. Anche qui l’eterogeneità si misura sulle sfumature della pelle, quella esterna e quella interna. Chiaro, la geografia si fa da filtro, ma questa è la fortuna di questa ricerca: fare ponti e abbattere muri proprio oggi, quando il Cile attuale di estrema destra ha cominciato a costruire un muro che lo separerà dalla Bolivia e proprio oggi quando i responsabili dell’ufficio relazioni internazionali ci danno il benvenuto esaltando la ricchezza degli scambi internazionali. In questa gradazione cromatica ci collochiamo noi, indisciplinati e curiosi.
    Una sfida si apre in questi giorni: il fondatore nonché CEO della fondazione LB ha lasciato il Brasile, la sua stanza armadio per avventurarsi in altre forme di arbusti e cespugli. Siamo curiosi dell’esito che queste forme di meticciamento assumeranno.
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  • La scuola

    16 marca, Chili ⋅ ⛅ 16 °C

    Dopo i saluti accademici ci infiliamo in un taxi familiare. Vicini vicini raggiungiamo un collegio. Siamo in ritardo. La mia immagine dell’America Latina non mi dava un riscontro così prussiano del ritmo che mi sembra molto serrato. La direttrice ha incontrato tante storie di vita con una forza che il suo viso comunica. Ha gli occhi vivaci e un tono gentile ma risoluto, si parla spagnolo punto. Le due responsabili dell’inclusione sono persone di una sensibilità impressionante in un sistema vocato all’inclusione con classi di 40 persone, in un contesto territoriale fragile. Il 40% dei bambini e delle bambine non hanno entrambi i genitori e arrivano a scuola con un capitale culturale davvero basso. Assistiamo a gruppi di due ad una lezione, entriamo senza presentarsi, senza salutare. Evidentemente non è la prima volta, l’intervisione è di casa. Lezione di matematica. La docente ha lunghi capelli neri molto latino America style, penna conficcata tra i capelli, passo sicuro, sembra una domatrice con un sorriso incredibilmente incoraggiante. La parola bravi viene ripetuta con ardore, mentre alcune si truccano, altre sonnecchiano, altre sistemano i ciuffi. Ma lei non se ne cura!
    Esco ricca, entusiasta, felice che esista un posto così, delle realtà sostenute dallo Stato che, attraverso l’educazione riescono a dare una via nuova.
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  • Ri glossiamo

    16 marca, Chili ⋅ ⛅ 25 °C

    Pranzo insieme e poi… lavoro sul glossario. Un momento davvero prezioso di scambio, segnato da un interesse reciproco e sincero nell’apprendere gli uni dagli altri. Il glossario è ormai a buon punto: abbiamo chiarito cosa intendiamo con questo strumento e il suo significato condiviso.

    Ci dividiamo poi in sottogruppi; noi geografi ci confrontiamo attorno alla nostra radice disciplinare, mettendo in dialogo approcci diversi. Che ricchezza emerge da questo intreccio!

    Arriviamo a individuare 22 termini, densi e significativi, nei quali ci riconosciamo pienamente. Ancora una volta, è evidente: non sarebbero ciò che sono diventati senza questo processo collettivo.
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  • Valparaíso: il movimento verticale

    17 marca, Chili ⋅ ☀️ 23 °C

    A Valparaíso il movimento non è mai neutro: è sempre una scelta, uno sforzo, quasi un dialogo con la città. Qui non si attraversa semplicemente lo spazio—lo si conquista, passo dopo passo, salita dopo salita.

    Le strade non sono linee orizzontali, ma traiettorie che si arrampicano. Si sale, si scende, si devia. Il corpo è continuamente chiamato in causa, come se la città chiedesse di essere abitata anche fisicamente, non solo guardata.

    E poi ci sono loro: gli ascensori. Piccoli, inclinati, a tratti scricchiolanti, sembrano usciti da un’altra epoca. Ma sono molto più che mezzi di trasporto. Sono cerniere tra mondi diversi: collegano il piano del porto con i cerros, il basso con l’alto, il ritmo veloce con quello più sospeso.

    Entrarci è un’esperienza a sé. Si sale in pochi, spesso in silenzio, mentre fuori il paesaggio cambia lentamente. Le case si avvicinano, i colori si moltiplicano, il mare si apre o scompare. È un movimento breve, ma denso—quasi una transizione, non solo spaziale ma percettiva.

    E quando si esce, non si è mai esattamente nello stesso stato di prima.

    Questo continuo salire e scendere costruisce un modo di vivere lo spazio fatto di dislivelli, di soglie, di passaggi. Ogni spostamento è anche un piccolo attraversamento di mondi: sociale, visivo, sonoro.

    Forse è per questo che Valparaíso non si lascia mai afferrare tutta insieme. Va percorsa a strati, come si sfoglia un libro. E ogni volta che si sale—o si scende—si aggiunge un pezzo alla storia.

    Con una certezza: qui il movimento non è solo andare da un punto all’altro. È il modo stesso in cui la città respira.
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  • La Sebastiana.

    17 marca, Chili ⋅ ☀️ 23 °C

    Prima senti il vento.

    Non lo vedi, ma lo riconosci subito: arriva dal Pacifico, si infila tra i cerros, scivola sui muri colorati e risale fino alla casa. Fa vibrare i vetri, sfiora le porte, entra come un ospite abituale.

    Poi, lentamente, arrivano gli altri suoni.

    I passi sulla scala—leggeri, irregolari—come se qualcuno stesse cercando il ritmo giusto per salire. Il legno scricchiola, risponde. La casa non è silenziosa: è attenta.

    Una voce—non pienamente presente, non del tutto lontana—sembra attraversare le stanze.

    “Ho costruito questa casa come una nave…”

    E in effetti si sente. Un cigolio profondo, come di scafo. Una corda che si tende. Un oggetto che urta leggermente, come mosso da un’onda che non si vede.

    Nella stanza, il suono cambia: vetro contro vetro, un tintinnio preciso. Bottiglie, forse. O conchiglie raccolte altrove, che qui continuano a raccontare il mare. Ogni oggetto sembra avere una memoria acustica.

    Fuori, una risata lontana. Un cane abbaia. Una radio gracchia una melodia interrotta. Valparaíso non smette mai di parlare, ma qui dentro tutto si filtra, si trasforma.

    La voce ritorna, più vicina:

    “Le case devono avere qualcosa di irregolare… come la poesia.”

    Un cassetto si apre. Carta. Il fruscio inconfondibile di una pagina toccata, poi lasciata. Come se le parole stessero ancora cercando dove posarsi.

    Il vento riprende, più deciso ora. Passa tra gli oggetti, li sfiora, li fa risuonare appena. Non è disturbo: è parte della composizione.

    E tu, senza accorgertene, smetti di guardare.

    Ascolti.

    La casa di Neruda non si visita: si attraversa come un paesaggio sonoro. Ogni stanza è una strofa, ogni oggetto una parola, ogni suono una traccia di presenza.
    Noi possiamo fotografare solo dalla finestra. Mi piace immaginare il suo sguardo e ripercorrere le sue parole. Il mare era troppo grande, salta fuori dalla carta e si stende sotto alla mia finestra.
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  • Valparaíso: il campo come laboratorio se

    17 marca, Chili ⋅ ☀️ 26 °C

    Valparaíso è il nostro primo lavoro di campo. Dopo il focus sul glossario, la nostra metodologia prevede di metterlo alla prova: non restare nelle parole, ma incarnarle. Il corpo diventa così una macchina sensibile che apprende, capace di attraversare e interpretare il territorio.

    Ed eccoci qui, ingaggiati in una passeggiata sonora, dopo aver attraversato la cordigliera più bassa e quella della costa—quasi un preludio fisico all’immersione percettiva. Un percorso che ci porta dentro un paesaggio complesso, stratificato, a tratti criptico, in cui il suono si rivela una chiave di accesso privilegiata.

    La proposta si articola in quattro tappe, pensate come altrettanti dispositivi di attenzione. Nel cammino, siamo invitati a sostare su alcune dimensioni:
    1. la percezione del proprio corpo nel paesaggio sonoro;
    2. la scoperta di microcosmi acustici;
    3. gli oggetti territoriali dotati di potenziale sonoro;
    4. gli oggetti che suonano ma non si vedono;
    5. la distinzione tra suoni statici e suoni in movimento.

    Questa esperienza è un pretesto—ma in realtà molto di più—per entrare in una conversazione a bassa voce, quasi sospesa nelle pieghe del luogo. Un modo per lasciarsi guidare dal suono, che qui diventa davvero una chiave interpretativa del paesaggio.

    Di seguito, riportiamo le nostre annotazioni sul campo.
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  • Valparaíso, battito svizzero italiano?

    17 marca, Chili ⋅ 🌬 18 °C

    A Valparaíso affiora un inatteso battito svizzero italiano. I toponimi parlano, raccontano storie di attraversamenti, di presenze, di intrecci che nel tempo hanno lasciato tracce vive nel paesaggio.

    E, tra queste risonanze, riaffiora anche il pensiero del nostro direttore—sa sempre rettore, ma per noi sempre una figura di riferimento. Lo ricordiamo con affetto, anche nei dettagli più semplici e umani. Mi ha fatto sorridere, e non poco, il suo consiglio: “fate tante foto!”. Un invito leggero, ma in fondo profondamente serio—perché significa saper guardare, cogliere, restituire.

    In fondo è proprio questo il cuore degli scambi: non solo muoversi tra luoghi diversi, ma lasciarsi trasformare da ciò che si incontra. Gli scambi costruiscono ponti, attivano memorie, rendono visibili connessioni che altrimenti resterebbero silenziose. Mettono in dialogo storie, persone, saperi.

    E allora Gervasoni Valparaíso non e’ solo curiosità: e’ una traccia di relazioni, segni di un continuo andare e tornare che ancora oggi ci riguarda. Anche noi, nel nostro piccolo, siamo parte di questo movimento.
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  • Tra un murale e l’altro

    17 marca, Chili ⋅ 🌬 20 °C

    A Valparaíso non si cammina soltanto: si legge. I muri parlano, e lo fanno senza chiedere permesso.

    C’era una volta—ma qui succede ogni giorno—una scala ripida che collegava due quartieri. Da sotto sembrava infinita, e chi la saliva portava con sé borse, pensieri, fatiche. Un giorno, una ragazza con le mani sporche di colore decise che quella scala non poteva restare muta. Cominciò dal primo muro: un volto enorme, occhi chiusi, come se stesse ascoltando qualcosa che gli altri non sentivano.

    Gli abitanti all’inizio osservavano da lontano. Poi qualcuno si fermò. Una signora disse che quegli occhi le ricordavano il marito, che era stato marinaio. Un bambino chiese perché il volto fosse così grande. La ragazza rispose: “Perché qui le storie devono vedersi anche da lontano”.

    Il giorno dopo comparve un secondo murale, poco più su: una nave fatta di case colorate, come se il quartiere stesso potesse salpare. E accanto, quasi nascosto, un piccolo uccello in volo. “È per chi parte e per chi resta”, spiegò qualcuno, ma ormai non si capiva più chi fosse l’autore: la storia aveva iniziato a scriversi da sola.

    Passando da un quartiere all’altro, i murales cominciarono a parlarsi. Un pesce dipinto su un muro sembrava nuotare verso una mano tesa poco più in là. Una porta dipinta diventava un invito. Un cuore spezzato trovava, a due isolati di distanza, il suo pezzo mancante.

    E così, senza accorgersene, chi attraversava la città cambiava passo. Non era più solo un passaggio: era una conversazione. I muri facevano quello che a volte le persone faticano a fare—tenere insieme memoria e presente, dolore e bellezza, identità e apertura.

    Forse è questo il segreto di Valparaíso: non decorare lo spazio, ma abitarlo con storie. E tra un murale e l’altro, mentre sali e scendi, ti accorgi che anche tu—senza pennello—stai lasciando una traccia.
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  • Quilpué

    17 marca, Chili ⋅ ☀️ 26 °C

    A Valparaíso c’è chi cammina… e chi vede.

    Andrea e Carlotta non si limitano a fotografare: ascoltano con gli occhi. Il loro sguardo è pazzesco perché non cerca l’immagine “bella”, ma quella necessaria—quella che vibra, che resiste, che racconta qualcosa anche quando non è evidente.

    Li vedi fermarsi all’improvviso, mentre tutto intorno continua a salire e scendere. Un dettaglio li chiama: una crepa colorata su un muro, un’ombra che taglia una scala, un filo teso tra due case che sembra disegnare una geografia invisibile. Lì si fermano. Aspettano. Come se sapessero che l’immagine deve arrivare, non essere presa.

    Andrea ha uno sguardo che costruisce. Tiene insieme i livelli della città—alto e basso, vicino e lontano—e li ricompone in una struttura che quasi non si vede, ma che tiene tutto in equilibrio. Le sue immagini sembrano pensate da dentro, come se la città si organizzasse per farsi guardare.

    Carlotta, invece, intercetta l’istante fragile. Lo sfiora. Il suo sguardo è rapido ma profondo, capace di cogliere quella micro-variazione—un gesto, una luce, una presenza—che trasforma una scena qualunque in qualcosa che resta. Dove altri passano, lei trova.

    Insieme, costruiscono una sorta di dialogo silenzioso con Valparaíso. Non la catturano: la lasciano emergere. E forse è per questo che le loro fotografie non chiudono, ma aprono.

    Guardandole, viene quasi da pensare che la città abbia bisogno di occhi così per essere davvero vista.

    E che, in fondo, Andrea e Carlotta non stiano solo fotografando Valparaíso—stiano imparando a pensarla. E a farcela vedere, un po’ meglio, anche a noi.
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  • Ande: il photovoice

    18 marca, Chili ⋅ ☀️ 21 °C

    Salire alle Ande è entrare in una storia che non è mai finita, una frase geologica ancora in corso, scritta con lentezza millenaria e con improvvise convulsioni.

    Le Ande non sono nate: stanno nascendo.
    La placca di Nazca spinge, insiste, s’infila sotto il continente come un pensiero ostinato, e la crosta si piega, si solleva, si increspa. È un’orogenesi che respira, una schiena che cresce sotto il peso del tempo. Le montagne non sono immobili: sono onde congelate nel gesto di alzarsi.

    Le rocce qui non sono morte.
    Scricchiolano, slittano, si fratturano con una pazienza viva. Custodiscono calore, memoria, pressione. Camminano senza muoversi, cambiano senza fretta, e ogni tanto, ricordano all’uomo che la stabilità è solo una pausa.

    Poi c’è l’acqua.
    Un tempo libera, errante tra ghiacci e stagioni, oggi contesa, incanalata, registrata. L’acqua che scende dai ghiacciai – quei vecchi archivi del clima – è diventata proprietà, cifra, diritto scritto. Ma continua a scorrere con una logica propria, indifferente alle firme. Scava, devia, insiste. Sa che nessuno la possiede davvero.

    I ghiacciai arretrano come animali feriti, lasciando dietro di sé coni di deiezione, detriti ordinati dalla gravità, ventagli di pietra che raccontano scioglimenti e crolli. Ogni cono è una firma del passaggio: acqua che trascina, deposita, ridisegna.

    E poi le dighe.
    Linee nette in un paesaggio che non ama le linee dritte. Tentativi di trattenere il tempo liquido, di disciplinare il flusso. Ma anche le dighe sono provvisorie: negoziano con la montagna, con il ghiaccio che si scioglie, con i sedimenti che si accumulano. Trattenere l’acqua qui è sempre un dialogo teso, mai una vittoria definitiva.

    Salire alle Ande è accettare questo conflitto lento:
    tra ciò che si muove e ciò che vorrebbe fermare,
    tra ciò che scorre e ciò che pretende di possedere,
    tra la terra che cresce e l’uomo che misura.

    E mentre si sale, si capisce che nulla è davvero stabile—
    solo temporaneamente convincente.
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  • Parlando e gustando avocado

    18 marca, Chili ⋅ ☀️ 13 °C

    L’avocado, da noi, è diventato quasi un simbolo leggero: una fetta verde su pane tostato, una moda elegante, fotografabile. Qui invece pesa.
    Crescerlo è una fatica ostinata: richiede acqua che non c’è, o che c’è sempre meno, e la chiede con una voce continua, esigente. Le radici scavano, bevono, prosciugano. E intorno, i territori si tendono: comunità che guardano i canali svuotarsi, colline che cambiano colore, conflitti che non stanno nelle fotografie. È un frutto morbido, ma con un impatto duro, disarmante. Una promessa globale che qui si traduce in squilibrio locale.

    Poi attraversi la città e arrivi al quartiere Golf, e sembra di aver sbagliato emisfero.
    Vetri alti, silenzi ordinati, caffè che potrebbero stare a Milano senza cambiare insegna. Un’altra Santiago, quasi sospesa, dove il ritmo è levigato e la distanza dal resto si misura in dettagli: l’acqua che scorre invisibile, l’aria più quieta, i corpi che sembrano non conoscere la fatica delle pendenze.

    E noi, in mezzo a questi strati, ci sediamo a pranzo in una altro quartiere davanti al panino più grande che abbia mai visto farcito di almeno 4 avocadi.
    All’inizio è solo un tavolo, piatti condivisi, parole sparse. Poi il caffè arriva e succede qualcosa: il tempo si piega, si apre uno spazio. Il tavolo diventa laboratorio.

    Cerchiamo parole, ma non parole qualsiasi—parole giuste.
    Un glossario che non sia solo definizione, ma strumento vivo.
    Attiviamo un ciclo che si avvita su sé stesso: pensiamo, poi proviamo—con il corpo, prima ancora che con la mente. Il corpo come macchina sensuale, sensibile, capace di misurare ciò che ancora non ha nome. Poi ci fermiamo, riflettiamo, ci contraddiciamo con cura, ci ascoltiamo davvero. E torniamo a definire.

    Ogni giro del ciclo è una piccola verifica di realtà:
    funziona? regge? vibra?

    E in questo movimento—tra teoria e esperienza, tra parole e carne—nasce qualcosa che non è solo sapere. È relazione, è fiducia, è un’intelligenza che non appartiene a nessuno ma accade tra noi.

    Che gruppo meraviglioso, vivo.
    Che emozione lavorare così—
    come se pensare fosse un gesto collettivo,
    e ogni idea avesse bisogno di essere sentita prima ancora che detta.
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  • Nel cuore del percorso

    18 marca, Chili ⋅ 🌙 17 °C

    Non siamo neppure a metà del nostro viaggio e, se ripenso a ieri, sembra sia passato almeno un mese. Le giornate sono così dense, ricche e luminose da dilatare il tempo: ogni momento porta con sé apprendimenti, scambi e intuizioni che sedimentano rapidamente.

    In questo clima di forte coinvolgimento, prende forma anche qualcosa che va oltre il gruppo stesso. Carlotta ha concluso la produzione e la post produzione della testimonianza per la scuola di Barbengo, in Ticino: un gesto che sentiamo profondamente come un ponte tra esperienze, contesti e persone.

    Eccolo qui: https://youtu.be/wlaKwk6VEiw

    Ci riconosciamo in questo ruolo di connessione, e sapere che quanto stiamo vivendo riesce a raggiungere altri, generando interesse e risonanza, ci restituisce un senso autentico di valore. I ringraziamenti che arrivano sono sinceri, e li accogliamo con grande piacere—quasi con gratitudine reciproca, come se il ponte funzionasse davvero in entrambe le direzioni.
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